La storia insegna

Finora il dibattito sul tema degli eurobond ha visto scontrarsi due fazioni contrapposte. Da un lato i fautori che ne esaltano le proprietà taumaturgiche rispetto alla crisi dei debiti sovrani e dall’altro i contrari che oppongono motivazioni etico-politiche all’opportunità di collettivizzare i debiti dei paesi più e meno virtuosi dell’Uem (Unione economica e monetaria).

Uno studio di Stéphanie Collet (storica della finanza della Université Libre de Bruxelles), riportato da Il Sole 24 ore, affronta invece il tema con il rigore della ricerca accademica applicando strumenti statistici ed econometrici alle serie storiche dei “prezzi” settimanali (tra il 1847 e il 1873) dei bond degli Stati che 150 anni fa costituirono il Regno d’Italia.

L’intento è quello di studiare le reazioni del mercato finanziario di allora per valutare l’opportunità di emettere eurobond oggi. Secondo la Collet, infatti, il Risorgimento è l’esperienza storicamente più vicina all’unione politica che si cerca di realizzare in Europa. Un precedente per provare a capire come potrebbero comportarsi i mercati finanziari di fronte all’unificazione del debito pubblico dei 17 paesi della zona euro. «Come l’Italia di allora, l’Europa oggi è fatta da stati eterogenei, con economie di dimensioni e condizioni diverse, che parlano lingue diverse e hanno sistemi d’imposizione fiscale separati» scrive la studiosa.

Secondo le rilevazioni effettuate, dopo il 1861 i mercati imposero un “premio per il rischio” a tutti i bond degli stati preunitari mostrando scetticismo verso il processo di unificazione. Proprio ciò che temono i Paesi virtuosi del nord Europa, Germania in primis, qualora si emettessero titoli di debito comunitari.

Nel 1962, infatti, i rendimenti dei titoli convertiti in “Regno d’Italia” si allinearono molto al di sopra dei tassi a cui si finanziavano i singoli Stati prima dell’annessione per poi cominciare a ripiegare soltanto dopo la terza guerra di indipendenza, quando la liberazione di Venezia e Roma convinsero gli investitori che l’Unità era ormai compiuta e irreversibile.

«L’integrazione dei debiti sovrani era stato uno strumento per portare avanti l’integrazione politica, come sarebbe oggi per l’Europa» afferma Collet che sottolinea come «un aumento del premio di rischio aggraverebbe la crisi del debito che sta vivendo l’Europa piuttosto che risolverla».

Dati alla mano, se fossero introdotti gli eurobond la Germania potrebbe perdere la tripla A (il più alto dei rating). Per questo lo studio definisce «remote» le possibilità di creare a breve un mercato integrato dei titoli di debito dell’eurozona.

Nel lungo termine, invece, i risultati dimostrano che i tassi dei titoli diminuirono non appena gli investitori si convinsero che “Italia” non era solo un termine geografico, ma anche politico.

A questo punto resta da chiedersi se vi sia, come auspichiamo, una reale intenzione di procedere all’integrazione politica dell’Ue. Il consenso all’integrazione e la maggiore velocità del mercato dei capitali (diversamente da quanto avvenne a metà 800) potrebbero consentire una veloce presa di coscienza degli investitori e confinare nel brevissimo termine l’eventuale aumento dei tassi sui debiti sovrani. Un prezzo che varrebbe la pena di pagare per assistere alla nascita di un’Europa più unita e quindi più forte nel contesto macroeconomico.

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