La Riforma del lavoro

Nel tentativo di promuove le condizioni che rendano effettivo il diritto al lavoro dei cittadini come prescritto dall’articolo 4 della Costituzione, il Governo ha affrontato il tabù dell’articolo 18 tentando di migliorare un sistema troppo ingessato che rischia di ostacolare l’iniziativa imprenditoriale nel nostro Paese. I buoni propositi purtroppo si sono arenati sulle secche dei veti incrociati delle parti sociali. Così, quella che doveva essere la svolta ispirata alla flexecurity danese si è trasformata in una riforma blanda che introduce comunque alcuni interessanti elementi di novità nel mercato del lavoro.

Sul fronte della flessibilità in entrata, l’apprendistato è stato rafforzato e dovrebbe rappresentare il principale canale d’ingresso all’avviamento professionale dei ragazzi tra i 15 e i 29 anni.

Il lavoro a tempo indeterminato rimane comunque la forma contrattuale cui tutte le aziende dovrebbero tendere. Per questo il governo ha voluto rendere meno conveniente il ricorso alle altre tipologie a termine rendendole più onerose per l’impresa. Rispetto ai contributi attuali è prevista una maggiorazione dell’1,4% che, tra l’altro, servirà a finanziare la nuova ASPI, l’assicurazione sociale per l’impiego che partirà nel 2013 e sostituirà a regime, nel 2017, l’indennità di mobilità e le varie indennità di disoccupazione.

Qualche novità anche con riguardo alla flessibilità in uscita. Per le aziende in crisi, il licenziamento dovrebbe essere meno difficile. Nel caso di licenziamento per oggettivi motivi economici, infatti, il lavoratore dovrà passare attraverso la conciliazione obbligatoria prima di ricorrere al giudice. Inoltre, con la nuova versione dell’articolo 18, il giudice che accerti l’assenza del giustificato motivo oggettivo, non è tenuto a riconoscere il diritto alla reintegrazione sul posto di lavoro e, pur annullando il licenziamento, potrebbe dichiarare comunque risolto il rapporto di lavoro e riconoscere al lavoratore un’indennità risarcitoria.

Paradossalmente, la più grande rivoluzione socio-culturale legata alla riforma è da ricercarsi nelle parole del ministro Fornero che ha dichiarato senza timore “il lavoro non è un diritto”.

Questa frase, per alcuni una gaffe, merita un’analisi meno superficiale. Il punto è che il lavoro non va considerato un diritto soggettivo assoluto. Non è qualcosa di dovuto per il solo fatto di essere al mondo.

In fondo questa è l’essenza della meritocrazia: solo chi è capace lavora, fa carriera, ha successo e può migliorare la propria condizione sociale. Quando capiremo che l’uguaglianza non va ricercata nel medesimo arrivo, ma garantendo le stesse condizioni di partenza per tutti?

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