Ipotesi Tobin Tax

“L’Italia che ha fatto un passo importante dichiarando di non esser più ostile alla tassazione delle transazioni finanziarie di fronte alla richiesta di procedere eventualmente ad una cooperazione rafforzata, cioè non a 27, ma per esempio per la zona euro, potrebbe prendere in considerazione questa richiesta ma aderirebbe solo se anche per altri aspetti, come la politica finanziaria di gestione del mercato dei titoli sovrani, ci fosse una cooperazione rafforzata e quindi ci si muovesse ad un livello di cooperazione maggiore”.

Con queste parole il Primo Ministro Monti al recente vertice europeo ha posto la conditio sine qua non italiana per l’accettazione dell’ipotesi Tobin Tax, che deve essere affiancata da un meccanismo -i nomi si sprecano, ma il più gettonato è scudo anti-spread– che consenta alle Nazioni che hanno approvato il fiscal compact e avviato le necessarie riforme strutturali di finanziare il loro debito a tassi meno gravosi degli attuali.

Questa forma di do ut des, che da un lato evidenzia un’accresciuta forza contrattuale dei Paesi sud-europei, dall’altro potrebbe rivelarsi molto pericolosa, in quanto l’applicazione di una Tobin Tax così come fortemente voluta dalla Germania, seppur in cambio della cooperazione rafforzata richiesta dal Premier italiano, non trova negli studi economici fin qui effettuati un riscontro univoco in termini di efficacia, anzi.

L’entusiasmo tedesco per l’iniziativa plausibilmente deriva dai conti della Commissione europea, che ha stimato in 57 miliardi di euro l’extra-gettito annuale che la tassa apporterebbe; conti che però non trovano conferma nei molti studi recentemente commissionati, tra cui quello della maxi-società di consulenza Ernst&Young, che invece stima una perdita di 116 miliardi per l’euro-sistema nello scenario di un’applicazione reale della tassa, prevista entro la fine dell’anno, specialmente nel caso in cui l’Inghilterra non ne prendesse parte.

Quest’ultima eventualità, se non in termini di effetti almeno in termini di partecipazione, è indubbiamente la più realistica, tanto che dall’ipotesi di partenza di una tassa sulle transizioni finanziarie a livello di sistema europeo già si parla di una variante ristretta al “nocciolo duro” dei Paesi europei.

Se consideriamo che la Tobin Tax era inizialmente stata concepita per essere imposta a livello globale, in maniera che i capitali non potessero in alcun modo sfuggirvi, dato che l’applicazione da parte di un singolo Paese o di un gruppo di Paesi avrebbe portato alla veloce fuga delle transazioni da quei mercati, l’idea di portare avanti il progetto della tassa nemmeno per l’intero sistema europeo, ma solo per una parte di esso, potrebbe tradursi in un clamoroso autogol finanziario per quello stesso nocciolo duro che ne sta vagliando l’applicazione.

Nel peggiore degli scenari potrebbe essere presa dagli investitori stranieri come ultimo pretesto per spiccare il volo dalle Nazioni che procedessero con l’implementazione della tassa, creando così una netta spaccatura all’interno della stessa Unione, tra la zona tax-free e quella non, che non si potrebbe risolvere se non ricorrendo a misure di protezionismo finanziario inter-statale, che a loro volta costituirebbero il punto di partenza perfetto per la definitiva frammentazione economica e politica europea.

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