Ernest Borgnine

“Pike!”
Finale de ‘Il mucchio selvaggio’.
Sparatoria.
Morti a decine.

Sykes (Edmond O’Brien), Lyle (Warren Oates) e Tector (Ben Johnson) Gorch, l’uno dopo l’altro, fatti fuori un bel numero di messicani a testa, passano a miglior vita.

Ecco che anche Pike (William Holden) viene colpito.
Dutch se ne avvede.
Urla drammaticamente il suo nome.
Poco ancora e, insieme, saranno altrove per sempre.

Non è quella l’unica scena del capolavoro di Peckinpah nella quale traspare il non dichiarato amore di Dutch per il capo.

Prima, infatti, nel mentre, con i compari, Pike si appartava con qualche prostituta, Dutch, sofferente, lo attendeva fuori, seduto per terra.

Massiccio e ingombrante, Ernest Borgnine (era lui, ovviamente, Dutch) è noto per i mille western, per la forza dispiegata, per i ruoli ‘duri’ nei quali eccelleva.

Ma – e va detto oggi nel giorno in cui, novantacinquenne, ci ha lasciato – quel che resta del grande attore che è stato è una particolare, sottesa grazia, la capacità di amare con timidezza, nascondendo l’intensità degli affetti perfino a se stesso.

Lo seguivo dal 1955: all’epoca, il suo ‘Marty, vita di un timido’ (col quale vincerà l’Oscar) fu presentato in prima europea al Cinema Impero di Varese nel corso degli ‘Incontri internazionali del cinema’, manifestazione ideata e realizzata da mio padre Manlio.

Da allora, era nel mio cuore.

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