Obamacare: per Obama sono guai

Il voto decisivo a sorpresa a favore della costituzionalità della riforma sanitaria di Obama da parte del giudice conservatore John Roberts, ricordato dal nostro MdPR, ha scatenato in Europa una ondata di entusiasmo degna di una semifinale del campionato di calcio. Il tifo a favore della riforma sanitaria e della rielezione di Obama è assordante, ma in questo caso estremamente mal riposto, perché la decisione di Roberts rafforza invece le chances di vittoria di Romney contro Obama in Novembre.

Oggi, nonostante la ciabattante economia e la scarsa fiducia nelle sue ricette per uscire dalla crisi, Obama è fortemente favorito per la rielezione. A livello nazionale il suo vantaggio è lieve e calante, ma come noto il sistema elettorale americano assegna al vincitore in uno Stato tutti i voti elettorali del medesimo, sì che diventa decisivo il risultato in una dozzina soltanto di Stati, quelli dal risultato incerto, essendo gli altri 38 molto polarizzati a favore di uno o l’altro dei due partiti (di fatto Obama ha già “in tasca” circa 220 voti elettorali, e Romney 180). Se guardiamo ai dodici stati incerti, oggi Obama è in vantaggio in dieci, Romney in due soltanto; il recupero non è impossibile, soprattutto se l’economia non ripartirà, ma è tutto in salita.

Obama è in vantaggio perché la personalità di Romney non sfonda: un businessman di successo troppo ricco e troppo algido per convincere quegli americani che votano più con il senso di appartenenza che con il cervello (donne, giovani, ispanici, neri) che è meglio un solido e noioso professionista che un “nice guy” come Obama, pasticcione ma apparentemente più vicino ai problemi della gente.

Romney può recuperare solo se il dibattito esce dagli stereotipi personali e si concentra sui problemi concreti, perché sulle soluzioni gli americani sono dalla sua parte, e soprattutto sulla riforma sanitaria.

Questa riforma, più gli americani la guardano da vicino più la detestano: oggi oltre il 60% degli elettori non ne vuole sapere, compresa quindi la maggioranza degli indipendenti ed una rispettabile fetta degli stessi democratici. In Europa, la riforma viene presentata in modo manicheo e infantile, come se il problema fosse dare a tutti una decente assistenza a costi ragionevoli, o lasciare la sanità americana in mano alle lobby farmaceutiche ed ai ricconi che possono permettersi costi ospedalieri stratosferici. Non si ricorda che oggi i poveri e gli anziani sono già coperti da assistenza sanitaria pubblica (Medicaid e Medicare), che avrebbe meno risorse se passasse la riforma, e che buona parte dei 30 milioni che l’assistenza non l’ha sono giovani “middle class” che per scelta non acquistano una assicurazione perché non ritengono di averne bisogno, o immigrati clandestini. La riforma costringerebbe tutti a comprarsi una assicurazione, forzatura che ripugna allo spirito americano, aumenterebbe i costi per le imprese, e se penalizzerebbe forse le lobby farmaceutiche premierebbe invece quelle assicurative. Quanto poi una assicurazione obbligatoria voglia dire contenimento dei costi, lo sperimentiamo noi quotidianamente con le assicurazioni auto.

Per Obama, era troppo bello vedere la sua riforma bocciata dalla Corte Suprema Repubblicana: la sua promessa l’aveva mantenuta, i cattivoni gliela avevano sabotata, e non ne parliamo più, soprattutto sotto elezioni. Il perfidissimo giudice Roberts, che la sinistra ha insultato sino a ieri ed oggi è costretta ad osannare, con la sua sagace decisione ha invece in un colpo solo sancito che:

  • La Corte Suprema a maggioranza repubblicana è onesta e indipendente, e non è un covo di bigotti reazionari come per anni lamentato dai democratici;
  • La riforma è legittima, ma solo perché si tratta alla fine di una “tassa”, che il Governo federale ha i poteri per imporre, e non di una regolazione del commercio, che era la teoria dei democratici. In questo modo si chiarisce che non è un fenomeno di regolazione di un mercato inefficiente, ma di una scelta esplicita di mettere una nuova e rilevantissima imposta a carico dei cittadini;
  • Se gli americani non vogliono questa riforma, devono dirlo nella sede appropriata, e cioè nella elezione del nuovo Presidente e del nuovo Congresso, e non delegare la Corte Suprema. Il dibattito elettorale sarà dunque sempre meno sul cane Seamus, infelicemente imbarcato sul tetto dell’auto da Romney quando anni fa partì per le vacanze, e sempre più sulle scelte di politica vera.

Obama sorride a denti stretti, Romney sta affilando i coltelli. In America quasi nessuno osa insinuare che il giudice Roberts abbia voluto confezionare una polpetta avvelenata: noi liberisti possiamo applaudirlo in ogni caso, che si tratti di astuto machiavellismo o di candore istituzionale bipartisan, per avere messo Obama di fronte alle proprie responsabilità, ed aver ridato energie alla corsa di Romney.

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