Viaggio nei meandri della spesa pubblica

Uno degli impegni di breve termine assunti dal Governo è porre fine all’epoca degli sprechi e recuperare risorse tramite il processo di spending review (processo di revisione della spesa pubblica diretto a migliorare l’efficienza e l’efficacia della macchina statale). L’obiettivo primario è reperire fondi per scongiurare l’ulteriore aumento dell’IVA previsto in ottobre.

Il taglio atteso ammonta a circa 5 miliardi di euro tra giugno e dicembre di quest’anno. Una bella cifra che però è pari soltanto allo 0,6% della spesa annua dello Stato.

Stando al report del Servizio bilancio del Senato, la spesa pubblica nel 2012 è infatti pari a circa 779 miliardi di euro. A conti fatti, escludendo dal calcolo gli oltre 329 miliardi destinati a rimborsare o remunerare il debito, lo Stato spende 450 miliardi ovvero una media di 1,23 miliardi al giorno.  Ben 283 miliardi sono di competenza dei ministeri e 108 di questi (il 38%) serve semplicemente a far funzionare le strutture.

Il rapporto mostra inoltre le voci di spesa più consistenti. Dei 79 miliardi spesi dal ministero dell’Economia si evidenziano i trasferimenti a società pubbliche (1,8 miliardi a Ferrovie, Anas e Enav), gli 1,1 miliardi destinati alle confessioni religiose e i circa 4 miliardi legati al potenziamento della lotta all’evasione fiscale.

Il ministero del Lavoro, invece, versa ben il 98% della spesa in interventi di politica sociale e impiega 300 milioni per il funzionamento degli uffici territoriali.

Spiccano i 3,2 miliardi spedi dalla Giustizia per garantire il funzionamento dei Tribunali ed i 848 milioni destinati alle intercettazioni, mentre si segnala come il ministero dell’Istruzione spenda il 90% del proprio budget (44 miliardi) per l’istruzione scolastica contro appena l’1% per le università.

Infine, la Difesa che spende 19 miliardi,  dei quali 17 per il suo funzionamento e 1,9 per la costruzione di impianti e l’acquisizione di servizi.

Suscita particolare interesse il fatto che 2,9 miliardi siano impiegati per coprire i costi degli Organi Costituzionali (Presidente della Repubblica, Parlamento, Governo, Corte Costituzionale) originariamente esclusi dalla spending review per il principio dell’autonomia di bilancio, ma successivamente ricompresi nel processo di revisione da un emendamento votato contro il parere del tecno-governo.

Ridurre dello 0,6% il diametro di questo enorme buco nero non sembra un’impresa titanica. Speriamo che la scure non si abbatta sulla quota di spesa produttiva, ma si limiti ad arginare l’interventismo spesso maldestro dello Stato nell’economia nazionale.

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