La democrazia clientelare

Nell’Italia repubblicana abbiamo assistito ad un fenomeno  particolare: la nascita della democrazia clientelare.

Questo sistema di “rapporti politici” ha origini antiche e probabilmente è stato alimentato nel corso dei millenni dal substrato culturale.

Infatti il clientelismo risale all’Antica Roma, il Cliens era un uomo di fiducia del nobile patrizio che, tra gli altri, aveva il compito della promozione dell’immagine pubblica del proprio padrone.

Decisamente con sfumature diverse, ma soprattutto per esigenze diverse, nel dopoguerra si è rispolverato questo tipo di rapporto clientelare.

Grazie alla situazione politica delicata, alla necessità di evitare “l’invasione rossa” del più potente partito comunista dell’occidente, è stato necessario convincere le persone a scegliere l’uno piuttosto che l’altro candidato attraverso “premi di fidelizzazione”.

Questo si è trasformato in un sistema di scambio favori-voto che ancora oggi caratterizza la nostra Repubblica.

In concreto si è trattato di offrire, in cambio del proprio voto posti di lavoro nella pubblica amministrazione, il più grande ufficio di collocamento per amici e parenti, andando così ad incidere fortemente sui bilanci dello Stato.

Per ragioni storico-culturali tale fenomeno ha avuto la sua maggiore espansione nel Centro-Sud Italia, sia per la scarsità di opportunità lavorativa privata sia per le diverse relazioni familiari dovute a tradizioni rimaste meno esposte alla globalizzazione culturale.

I dati parlano chiaro: i voti di preferenza espressi tra Nord e Sud hanno valori assolutamente contrastanti, sia per quel che riguarda elezioni di rilievo nazionale come quelle Europee che per elezioni di carattere locale.

Il Nord ha sofferto meno questo fenomeno, proprio per le ragioni opposte a quelle sopracitate, ma oggi sono agli onori della cronaca anche in questi territori legami clientelari molto forti.

Ma quali sono stati gli effetti di questo sistema? Sicuramente l’aumento esponenziale della spesa pubblica è indubbiamente il principale effetto. Lo si è notato negli anni ottanta, prima dello scandalo di tangentopoli, culmine di questo sistema, dove il debito pubblico ha quasi raddoppiato il proprio valore, lo si nota oggi dove non sono prese in considerazione politiche serie di contenimento della spesa.

Di conseguenza ne sono derivati effetti gravi, oggi difficili da estirpare. In Italia ci sono circa tre milioni e mezzo di dipendenti pubblici, con forte disparità di impiego da regione a regione, ma soprattutto con una generalizzata e deficitante inefficienza produttiva.

È impensabile estirpare da un giorno con l’altro quello che ormai si è affermato come fattore culturale consolidato. La riduzione del debito passa per primo dalla razionalizzazione dei servizi, dalla loro implementazione produttiva, ma soprattutto passa dal cambiamento di mentalità di noi italiani.Questo fenomeno non fa altro che risponde alle più elementari leggi di mercato di domanda-offerta, ed è venendo a mancare uno dei due interlocutori che è possibile spezzare il cerchio.

È necessario che cominci a passare il concetto di voto per le qualità personali del candidato e non per la sua capacità di creare occupazione pubblica. È necessario restituire al nostro paese un sistema competitivo, per lottare contro la crisi e restituire sicurezza alle famiglie.

Tutto questo passa dall’abolizione della democrazia clientelare e dall’abolizione di un sistema non sostenibile. Perciò, pur consapevoli dell’impossibilità di lasciare a casa centinaia di migliaia di lavoratori, basterebbe che anche nel settore pubblico venisse posto quel sacrosanto vincolo di controllo sulla produttività capace di ribaltare significativamente le sorti del paese.

3 comments for “La democrazia clientelare

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