Il mercato dei passaporti

I passaporti emessi in Lettonia hanno una caratteristica precipua. Non solo identificano il titolare come cittadino dello stato, ma a seconda del colore di copertina possono assolvere anche alla funzione opposta: bollare chi cittadino a tutti gli effetti non è.

Nel Paese baltico solo poco più della metà della popolazione è etnicamente Lettone. I Russi sono quasi il 30%, e salgono al 37,5% considerando i russofoni. Buona parte di questi sono nepilso?i (non-cittadini), 319 mila secondo una nota del Cremlino su una popolazione complessiva di poco superiore ai 2,2 milioni di abitanti. I nepilso?i hanno il passaporto blu, che da un lato ha il pregio di permettere ingressi senza visto in UE ed in Russia, ma dall’altro non concede ai titolari il diritto di voto nel proprio Paese. Il 18 febbraio scorso si è tenuto il referendum sulla concessione dello status di seconda lingua di stato al russo, ed i non-cittadini – interessati alla tematica ancor più degli altri gruppi – non hanno potuto far sentire la propria voce. Con il passaporto blu, non è nemmeno consentito l’accesso alle carriere della pubblica amministrazione. Gli etnicamente Lettoni hanno invece un passaporto bordeaux, a tutti gli effetti equiparabile a quanto rilasciato dagli altri stati europei. I Russi (nonché Bielorussi od Ucraini) di Lettonia che vogliano ottenere questo documento devono superare il famigerato esame di lingua lettone, idioma fra i più complessi al mondo.

Proprio tra i nepilso?i è quindi fiorito un business che, a tutt’ora, è un unicum nel quadro dell’Unione: la vendita dei passaporti. Percepiti come inutile orpello da numerosi Russi etnici, che sperimentano quotidianamente discriminazioni determinate dal proprio status, ed al contempo ambito bottino per immigrati clandestini in cerca di identità sicure. Un mercato fiorente, in cui i fattori economici esercitano ovviamente la loro influenza. Escludendo la capitale Riga, governata da un sindaco espressione della componente russa della cittadinanza, i russofoni si concentrano infatti in Latgale, regione economicamente depressa ai confini orientali della Lettonia, ove si trova Daugavpils (seconda città del Paese).

Ogni anno, fra i 12 e i 15 mila lettoni “perdono” il passaporto. Fonti giornalistiche locali hanno riportato il caso di cittadini che ne hanno denunciato lo smarrimento oltre una dozzina di volte. Si tratta di un business dal rendimento sicuro: ottenere un passaporto costa 50 Lati (70 Euro), mentre il suo valore sul mercato nero è fra i 200 e i 280 Euro. All’acquirente finale, il prodotto trasformato dai falsari appartenenti alle organizzazioni criminali coinvolte costa fra i 900 e i 2800 Euro. Ovviamente, lo “smarritore” è ben conscio della destinazione d’uso del documento, ma evita di denunciarne la perdita fintantoché la nuova identità non sarà stata assegnata e resa operativa. Passaporti lettoni (prevalentemente blu, ma anche bordeaux) sono stati rintracciati in ogni angolo del globo: dalla Germania alla Francia, dal Canada all’Islanda.

Non è tanto l’illiceità del traffico a stupire, quanto le sue connotazioni sociali. Per molti Lettoni, il documento non rappresenta altro che una certificazione della propria subordinazione rispetto ad altri cittadini; un bene il cui valore risiede esclusivamente nella sua alienazione. Sui passaporti è possibile persino indicare la propria nazionalità, krievete (russa) o latviete (lettone), quasi a voler  ulteriormente sottolineare la dualità di un Paese che continua ad applicare politiche e concedere diritti in maniera differenziata alla propria popolazione. Se l’indigenza può essere il fattore scatenante di questo mercato, certamente la segregazione razziale non può che radicalizzare il fenomeno. L’Europa, in apparenza sempre attenta alle discriminazioni su base etnica, dovrebbe forse far sentire in maniera più nitida la propria voce – ammesso che abbia forza e volontà politica per esprimersi su una tematica così sensibile e potenzialmente esplosiva.

3 comments for “Il mercato dei passaporti

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