Grecia: futuro e possibilità

Trovandosi a dover scegliere tra  i conservatori di Nea Dimokratia e gli estremisti di Syriza, crollato il partito socialista Pasok, hanno preso una scelta responsabile i (non molti) cittadini greci che hanno deciso di utilizzare il proprio diritto di voto durante questa seconda tornata elettorale, assurta nell’opinione comune a referendum sulla stessa permanenza della Grecia nell’Unione europea e nella moneta unica.

Una scelta indubbiamente anche difficile ed indigesta, perché ha significato la rielezione di Antonis Samaras, lo stesso primo ministro che nel 2009 comunicò dati falsi sul bilancio pubblico, ma che   dovrebbe fornire quella momentanea stabilità necessaria a riconsiderare l’approccio europeo alla crisi greca.

Un’ipotetica vittoria del partito di estrema sinistra, d’altro canto, avrebbe significato se non l’uscita immediata dall’euro -indesiderata dallo stesso leader di Syriza, il giovane Alexis Tsipras, conscio come gli altri dell’enormità del costo di tale opzione- l’inizio di un estenuante braccio di ferro con l’inflessibile diplomazia tedesca sulla rinegoziazione degli accordi con la Troika, oltre ad una sicura risposta negativa dei mercati nel brevissimo termine.

Samaras rappresentava l’alternativa meno drastica, quella della collaborazione e soprattutto del temporeggiamento, perché lo spazio di manovra per il nuovo Governo di Atene è minimo: per rispettare le scadenze imposte per la restituzione del debito l’economia greca dovrebbe crescere al ritmo del 10% annuo, mentre i dati reali confermano che il Pil per il 2012 si contrarrà del 7% (contro il 4,5% delle precedenti previsioni).

Una prima richiesta di proroga per l’applicazione del piano di austerità voluto dalla Troika è stata avanzata e costituirà uno dei fulcri principali del vertice europeo fissato per il 28 giugno, insieme alla decisione sul versamento della prossima tranche di bail-out money, senza cui il nuovo Governo sarebbe impossibilitato a pagare pensioni e stipendi pubblici già dal mese di luglio.

Mentre il flusso monetario continua la sua corsa in uscita dalle banche greche, con oltre 10 miliardi di euro in fuga dal primo round elettorale del 6 maggio ad oggi, il nuovo esecutivo dovrà da un lato puntare ad intercettare gli investitori stranieri, grandi assenti, magari indirizzando l’attenzione sui fondi infrastrutturali europei in arrivo (circa 14 miliardi di euro), nel tentativo di rianimare in minima parte il settore privato, stretto in una morsa del credito tale che le banche greche non riescono più a finanziare nemmeno quelle poche aziende rimaste ancora profittevoli.

Dall’altro cercherà un equilibrio tra le richieste dei prestatori internazionali, che desiderano il taglio di 150,000 dipendenti pubblici per ridurre le immense spese statali, e le richieste di assunzioni da parte dei cittadini, il cui tasso di disoccupazione è a livelli record, tenendo conto che ulteriori tagli rischierebbero di riaccendere la violenta fiamma dell’indignazione nell’agitata società ellenica, nonché di affossare ulteriormente l’economia.

Ma qualsiasi azione intenda intraprendere il nuovo Governo di coalizione, gli effetti si dimostreranno risibili mancante un rafforzamento della fiducia non solo nella Nazione greca, ma nella stessa visione di un’Europa unita.

La responsabilità di una soluzione definitiva sul caso greco in ultima istanza risiede nelle mani dei leader europei, che già hanno accolto con freddezza la richiesta di dilazione dei tempi del piano d’austerity, e che ogni giorno che passa sembrano sempre più confinati nei miopi egoismi nazionali, piuttosto che fare fronte compatto contro le difficoltà economiche greche, le stesse che un domani potrebbero facilmente essere le nostre.

Fino a che la volontà politica europea non agirà come unicum, in una direzione o nell’altra, la Grecia rimarrà sospesa nel limbo dantesco in cui si trova tutt’oggi, prigioniera dei capricciosi umori dei mercati internazionali.

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