PD e PDL, malati incurabili

Francamente, l’unica speranza che nutrivamo da anni sul PDL era che diventasse non un partito liberale di massa (è poco liberale, e non è nemmeno più di massa), ma almeno una decente riedizione della Democrazia Cristiana. Ci sbagliavamo, perché le poche virtù che la DC aveva, il PDL non le ha: un certo senso della Stato, una cultura politica non superficiale, una non sempre scarsa capacità amministrativa, l’essere comunque un Partito consapevole ed orgoglioso del proprio ruolo nella società.

Inutile sparare sulla Croce Rossa, sulle baggianate sull’ Euro, sulle ridicole furberie come l’uscita dall’ aula sul caso Lusi, sulla cronica incapacità di darsi una proposta politica coerente e credibile. Dove il fallimento è più sconsolante, è sulla incapacità di creare almeno un abbozzo di una nuova classe dirigente, fosse anche a livello locale: non si può non notare come i tre quarti dei sindaci meno amati dagli italiani siano del PDL, che i quattro quinti dei sindaci sfiduciati dai loro consiglieri pure, che, per quanto si gridi sempre “Penati ! Penati!”, gli episodi di corruzione si concentrino largamente nel centrodestra. Se pensiamo che la Lombardia è pur sempre il miglior esempio di capacità di Governo del PDL, e guardiamo poi la qualità umana e politica di molti esponenti di Giunta, c’è da rabbrividire. Se a Milano bisogna scongelare Albertini o ricorrere al tuttofare Lupi per trovare un esponente politico di primo piano che non ti imbarazzerebbe avere a cena; se si è riusciti a regalare al PD città come Lecco e Como e quasi tutta la Brianza, dove fino a ieri chiunque avesse detto di volersi candidare per la sinistra sarebbe stato ricoverato d’urgenza per un colpo di sole; se invece di ripartire dalla città che i cambiamenti di solito li anticipa, ed approfittare dello stato confusionale della Lega, il PDL milanese ha come priorità lo scambio di mazzate tra due leader carismatici come Podestà e Mantovani, la diagnosi è semplice e infausta: il PDL è condannato a passare dalla irrilevanza politica a quella elettorale.

Sarebbe opportuno avere, in tale contesto, un avversario in forma, che ti prende a sberle senza pietà, e ti costringa a rimetterti in piedi ed a pensare alla tua salvezza, e che magari, pur da posizioni non condivisibili, difenda la dignità della politica dai cialtroni che la assediano e dal disincanto della brava gente. Come i socialisti greci sono oggi sostanzialmente contenti che i conservatori, almeno loro, abbiano un leader ed una struttura che dà qualche segno di solidità, noi saremmo lieti se gli sforzi per dare credibilità al PD del povero Bersani, brav’uomo comandato ad un ruolo superiore alle sue forze, fossero coronati da successo.

Così non è purtroppo: il PD è ormai una scalcagnata appendice di quella obbrobriosa sedicente “società civile” che pretende di essere migliore della classe politica, e non lo è, quanto meno perché formata dai cittadini e potentati che tale classe politica hanno eletto e confermato per decenni, particolare evidentemente secondario che nessuno ricorda ai rabbiosi imbecilli che vogliono oggi lapidare quegli stessi politici che essi stessi hanno ripetutamente mandato in Parlamento.

Penosa conferma della resa del PD è la proposta di nominare al CDA della RAI Benedetta Tobagi e Gherardo Colombo. Il problema per Bersani non è evidentemente di mandare a governare una delle più importanti aziende italiane delle persone che sappiano gestirle con competenza e rigore, ma compiacere quei gruppi di pressione e quegli intellettuali da quattro soldi che possono abbaiarti contro dai loro centri di potere se non ti adegui al loro credo giacobino ed alla loro più prosaica fame di posti di potere. La politica deve guidare la società civile: se si fa guidare, è meglio che vada a casa, e se questo non lo sanno i marxisti, stiamo freschi.

Hanno chiesto, per la RAI, di mandare i CV, e pare che 400 autorevoli babbei ci siano cascati. Se li avessero esaminati, avrebbero dovuto per definizione esaminarli anonimi, per evitare favoritismi. Prendete il CV di Bendetta Tobagi, che io in pochi secondi mi sono letto, e domandatevi quale sarebbe il suo destino se si cancellasse il cognome. Basta essere una giovane giornalista di medio calibro, con un paio di libri anch’essi merito del proprio cognome almeno quanto delle sue capacità di scrittura, con una molto seria candidatura PD alle provinciali (si è dimessa poco essere stata eletta), e delle quotidiane comparsate radio-televisive in cui interpreta molto bene il ruolo di sguaiata tuttologa competente sul nulla, per diventare amministratore di una grande azienda ? Sotto il cognome, niente, niente più di migliaia di altre qualsiasi giovani femministe agitate: è questo il concetto di meritocrazia che ha il PD? Quanto a Colombo, lasciatemi per una volta citare “Il Fatto Quotidiano”: bravissima persona, per carità, ma nella sua quarantennale vita attiva non si trova un solo attimo, un solo scritto, un solo pensiero che riveli una qualsiasi attenzione, competenza, conoscenza dei fenomeni televisivi. Ma era così difficile trovarne uno che di azienda e di TV ne capisse qualcosa ?

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