Non buttate a mare il liberalismo

Dal Corriere della Sera – 10 giugno 2012

«Grande confusione sotto il cielo, la situazione è eccellente», pare sentenziasse Mao all’ epoca della Rivoluzione Culturale. E i liberali superstiti al crollo della Seconda Repubblica, oggi, hanno tutta l’ aria di condividere la prima parte di quel catastrofico aforisma.
Le conclusioni, no, evidentemente: all’ opposto, pensano che, se le cose vanno male, è perché i principi cui hanno sempre creduto sono stati malamente traditi. Prima da un governo di centrodestra che non ha dato seguito alle promesse di rivoluzione liberale; poi, da un esecutivo tecnico che dopo aver suscitato grandi speranze si è arenato fra le secche dell’ impotenza e della recessione. Il tutto con un effetto perverso: diffondere nel cittadino impreparato la falsa idea che la colpa della crisi sia tutta del capitalismo, del «mercato selvaggio», o addirittura del liberalismo in sé, troppo permissivo nei confronti dei ricchi e potenti. È tempo allora, pensano i neoliberali, di ristabilire la verità e non gettare via i buoni principi con l’ acqua sporca. Dunque? La prima risposta è tornare a farsi sentire, mettendo in campo una «Costituente Liberale».
La quale, si è chiarito fin dal primo appuntamento di ieri a Milano, rifugge come peste la prospettiva di tradursi nel solito partito – o partitino – pieno di colonnelli, con scarse truppe e in cerca di alleanze. Un partito liberale che, come si diceva ai tempi della Prima Repubblica proporzionalista, si contentava del «due virgola qualcosa». Piuttosto, c’ è bisogno di una «rete» aperta alla società civile, in grado di far circolare le idee di libertà politica, economica e personale, e magari anche di federare i tanti volenterosi comitati, associazioni e istituti che per lo più sbocciano e sfioriscono in una sola stagione. Costituente Liberale, dunque, con tanto di Manifesto centrato sulla richiesta di privatizzazioni «trasparenti e massicce», eliminazione del corporativismo clientelare nella gestione dei servizi pubblici, riforma costituzionale capace di cancellare gli sprechi – cominciando dalle Regioni a statuto speciale e dalle Province – e insomma una riduzione ragionata della spesa pubblica che renda possibile quella delle imposte, oltre che un rilancio dello sviluppo.
Ma le idee, come si sa, camminano sulle gambe degli uomini. Per cui le attenzioni si sono concentrate sui principali relatori: l’ ex presidente del Senato e poi ministro Carlo Scognamiglio; Piero Ostellino; l’ ex ministro e politologo Giuliano Urbani, l’ ex segretario liberale Renato Altissimo. E, accanto a loro, l’ economista bocconiano Edoardo Croci – con il senatore Enrico Musso regista dell’ assemblea costituente – l’ imprenditore Adriano Teso, l’ ex sindaco di Milano Gabriele Albertini. Ne sono risultate accentuazioni e sensibilità differenti, pur nel quadro ideale comune. Più legato ai principi liberaldemocratici Scognamiglio, favorevole a una difesa dell’ euro e a una forte accentuazione del modello federale europeo, convertito però a una logica delle «due velocità» che coinvolga i soli Paesi dell’ Eurogruppo. Orgogliosamente legato alla scuola liberale dell’ individualismo scozzese Ostellino, fortemente critico del «dispotismo burocratico e amministrativo» imperante, contrario alle «leggi liberticide», all’ idea che tutte le colpe siano quelle del «capitalismo selvaggio», alle pretese di chi vuole «il nostro bene» prescrivendoci anche la giusta quantità di calorie da assumere a colazione.
Decisamente pragmatista Giuliano Urbani, secondo il quale le regole devono tener conto della cultura diffusa in Italia, dove l’ aggettivo «liberale» seleziona solo «pochi eletti», la parola «partito» suscita reazioni di rigetto, la legge elettorale «buona» in assoluto non esiste; e dunque i neoliberali dovrebbero puntare su proposte chiare e popolari, capaci di tenere a bada le pretese dello Stato-Leviatano. Più tecnico ma provocatorio l’ economista dell’ Università Milano Bicocca, Ugo Arrigo, nel prospettare un «fisco liberale» capace di ritagliare un ombrello minimo di reddito non tassabile, al di sopra del quale scatterebbe l’ aliquota unica per tutti. Più ottimista Arturo Diaconale, il direttore dell’ «Opinione», nel giudicare esaurita la «fase del dirigismo tecnico» e dunque concretamente possibile lo «spargere nuovi semi di liberalismo». Sullo sfondo, l’ eterno dilemma: la scelta fra i padri nobili Croce ed Einaudi – idealismo spirituale contro liberismo economico – ma anche la loro ineludibile conciliazione, che sollevi ogni Costituente liberale a venire dalle miserie della partitocrazia

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