Il liberalismo, l’Europa e la crisi del capitalismo – intervento all’incontro Costituente Liberale

Introduzione

Il liberalismo è stata la prima dottrina di carattere non religioso (ma non necessariamente antireligioso) che ha determinato effetti duraturi sull’organizzazione delle società  umane. Esso ebbe origine sul piano filosofico dal giusnaturalismo protestante (Grozio, Hobbes)  e sul piano socio economico dalla nascita del ceto dei piccoli proprietari terrieri a cavallo della prima Rivoluzione inglese ( 1642-1660).

Il nucleo del liberalismo classico  è formato da tre elementi che hanno avuto origine distinte, ma si sono successivamente fusi formando un insieme teorico coerente e non separabile: si tratta del liberalismo politico, ovvero della dottrina della libertà moderna; della dottrina della democrazia rappresentativa; e del liberalismo economico, ovvero del free market system o – come alcuni preferiscono chiamarlo – del capitalismo.

Il primo principio del liberalismo classico fu enunciato da pensatori come Locke, Montesquieu, Mill e stabilisce che la legittimità dell’autorità dello Stato deriva dalla sua attitudine a tutelare i diritti individuali dei cittadini. I poteri dello Stato vanno quindi regolati e limitati da norme di legge o costituzionali che prevedano anche la separazione dei poteri.  Stabilire che l’organizzazione dello Stato deve servire gli interessi dei cittadini, e non viceversa, rappresenta il tratto rivoluzionario e inconfondibile della filosofia della libertà e del  liberalismo.

Il secondo principio – la democrazia rappresentativa – si è venuto formando con le Rivoluzioni americana e francese e con pensatori come Jefferson e Tocqueville. Il terzo infine – il liberalismo economico – ha origine dalla prima rivoluzione industriale e dalla rivoluzione concettuale della “Ricchezza delle Nazioni [1776]” di Smith .

Il razionalismo illuministico e l’utilitarismo hanno definito la finalità ideale di un sistema concepito attorno a questi principi: “La più grande felicità per il più gran numero [1]”. La più alta espressione di questa concezione sta nel documento della dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti (1776) dove si definiscono i diritti naturali dei cittadini che l’organizzazione dello Stato deve garantire e promuovere: la vita; la libertà; e la ricerca della felicità.

In passato i valori e gli ideali del liberalismo, insieme agli interessi espressi dai mercati, hanno portato alla costruzione degli Stati nazionali o alla loro riforma in senso democratico. L’Italia di Cavour e l’Inghilterra liberale del suffragio universale sono splendidi esempi dell’azione del liberalismo nella Storia.

Dopo la catastrofe delle due guerre mondiali e della divisione del mondo in blocchi, i valori del liberalismo hanno dato vita a organizzazioni che superano la dimensione nazionale, e fra questi l’Unione Europea rappresenta il progetto più innovativo e ambizioso.

Nel corso del Novecento, e nuovamente ai nostri giorni, le ripetute crisi dei mercati organizzati secondo i principi del libero mercato, e le sfide ideologiche portate da sistemi non liberali né democratici come il comunismo e il corporativismo nazionalista, hanno più volte posto in dubbio l’attitudine del liberalismo a raggiungere le sue finalità ideali.

In questa introduzione si propone un approfondimento della relazione che storicamente e concettualmente lega la realizzazione degli ideali del  liberalismo, con la sua espressione economica, ovvero il free market system, e le ricorrenti crisi del capitalismo.

Le virtù del capitalismo e i suoi difetti

La chiave della straordinaria efficacia del free market system ( o del capitalismo democratico come gli autori americano preferiscono chiamarlo) e della sua superiorità su ogni altro sistema di politica economica sta nella sua efficienza, perché è possibile dimostrare, anche matematicamente, che tale sistema realizza la migliore distribuzione possibile delle risorse scarse fra usi alternativi (il cosiddetto “ottimo Paretiano”);  come anche nella sua dinamicità, che a sua volta deriva dal “premio” favoloso che la mano invisibile della concorrenza ha in serbo per gli imprenditori-innovatori che hanno successo: si pensi ai casi di Thomas Edison e di Henry Ford, o – più recentemente – a quelli di Bill Gates e Steve Jobs.

Al grande pubblico la mano invisibile riserva invece redditi crescenti, prezzi vantaggiosi e la più ampia scelta fra beni di consumo e di altra specie: basterà confrontare gli scaffali di un supermercato di un qualsiasi Paese capitalistico  con quelli di un emporio della Corea del Nord o di Cuba per dissolvere all’istante qualsiasi dubbio su quale sia il sistema migliore per la grande massa dei cittadini.

Ogni medaglia, però, ha il suo rovescio; e il rovescio della medaglia del capitalismo consiste nella instabilità intrinseca di un sistema basato sul decentramento dei centri decisionali, cioè in un andamento che alterna periodi di rapida crescita e periodi di stasi o di recessione.  Si tratta di un fenomeno noto sino dai tempi biblici (basterà ricordare il sogno del Faraone interpretato da Giuseppe nella “Genesi”), che tuttavia a partire dal secolo scorso ha accentuato la sua turbolenza, fino ad assumere il carattere delle tempeste.

La patologia dell’instabilità dei sistemi ad economia di mercato deriva da due fenomeni. Il primo riguarda direttamente l’economia “reale”, cioè il flusso della produzione di merci e servizi che costituisce il prodotto lordo nella definizione di Smith, Keynes e Kutznets, e dipende dal fatto che le aspettative degli imprenditori che determinano direttamente l’offerta e indirettamente la domanda possono – per molti e diversi motivi – non coincidere con il livello di piena occupazione. L’effetto di un peggioramento delle aspettative consiste nell’avviare un processo recessivo attraverso il meccanismo del moltiplicatore keynesiano, per cui la caduta del livello di attività produttiva determina la caduta del livello della domanda aggregata,  e via di questo passo con un processo circolare che porta alla depressione di lunga durata.

L’analisi di questa patologia, e il modo con cui curarla, formano l’oggetto della “Teoria Generale [1936]” di J.M.Keynes, scritta nel bel mezzo della Grande depressione degli anni Trenta del secolo scorso, e ormai gli strumenti della politica economica sono perfettamente in grado di prevenire ed eventualmente curare i sintomi di questo malanno, dove e quanto esso ancora si manifesti.

Il secondo tipo di patologia ha invece a che fare con il ciclo finanziario-speculativo, e – per quanto anch’essa antichissima – essa è stata compiutamente descritta e integrata con la teoria del ciclo solo di recente dagli economisti americani H.Minsky e C. Kindleberger.

A partire dalla “bolla” dei tulipani olandesi del 1636 (cfr. tav. 1) sono registrati e documentati gli effetti devastanti dei cicli finanziari- speculativi che prendono l’avvio da un’innovazione (displacement), cui segue l’espansione (boom), l’euforia, l’overtrading (fase smithiana), le bolle speculative (manias) e infine il panico, e il crollo (crashes).

Il crollo dei prezzi nel settore che ha registrato comportamenti irrazionali (manias) trascina al ribasso, per effetto delle restrizioni di credito generate dalla necessità di ricoprire le perdite e ridurre l’indebitamento (deleveraging), anche gli altri comparti del sistema economico, in un ciclo depressivo che può durare da sette a dieci anni, e anche oltre, come mostra anche l’esperienza recente di una grande potenza industriale quale il Giappone.

Un capitalismo stabile: Glass Steagall Act (1933) e Bretton Woods (1944)

Di fronte a queste evidenze l’idea che il sistema dell’economia di mercato, oltre ad essere di gran lunga il modo migliore per organizzare la produzione, la distribuzione e il consumo, sia anche un sistema autoreferenziale in grado di autoregolarsi, ossia un congegno che può funzionare anche in assenza di solidi istituti di governance e interventi regolatori, rappresenta semplicemente una sciocchezza, tanto ricorrente quanto pericolosa. Non solo il funzionamento  del sistema economico è fortemente influenzato dalle istituzioni in cui esso è calato, ma persino gli errori umani di conduzione della politica economica possono avere – come si vedrà – un rilievo determinante.

La lezione che si apprese dalla catastrofe seguita allo scoppio della “bolla” di Wall Street del 1929, consistette principalmente nell’idea che il sistema bancario dovesse essere messo “in sicurezza” per prevenire in ogni caso le corse agli sportelli e i conseguenti fallimenti  bancari che avevano caratterizzato le fasi più acute della crisi durante gli anni Trenta, tanto in America quanto in Europa.  Ne uscì un capitalismo fortemente riformato, che ebbe i suoi capisaldi nella legge di riforma bancaria americana (Glass-Steagall Act [1933]) e nell’architettura per il sistema economico occidentale, che diverrà poi globale, ideata da Keynes a Bretton Woods [1944].

La lunghissima fase espansiva dell’occidente liberaldemocratico, e poi globale, che seguì la fine della Seconda guerra mondiale si è fondata infatti su un capitalismo regolato attorno ai due capisaldi ora citati.

Il primo (Glass-Steagall Act) era costituito da disposizioni interne a ciascun sistema economico nazionale, ispirate dalla legge voluta dall’amministrazione Roosevelt al suo esordio (1933), che proibiva alle banche di deposito di operare nei settori ad elevato rischio, e alle banche di investimento di raccogliere depositi presso il pubblico. Questi principi furono recepiti quasi ovunque, compresa la legge di riforma bancaria italiana del 1936 voluta da Beneduce, Menichella e Mattioli.

La Glass-Steagall Act costituiva un solido muro anti incendio (fire wall) che separava la grande massa dei risparmi depositati presso le banche dall’attività speculativa, di cui peraltro si riconoscevano le funzioni essenziali allo scorrevole funzionamento dei mercati finanziari e non.

Il secondo caposaldo del capitalismo regolato stava nell’ordinamento del sistema economico internazionale che fu ispirato da Keynes alla conferenza di Bretton Woods sul finire della Seconda guerra mondiale.  Il progetto di Keynes era ispirato ai principi del liberalismo economico, con la più ampia liberalizzazione del commercio internazionale affidata al GATT (General Agreement on Trade and Tariffs) che poi diverrà il WTO; un embrione di Banca Centrale sovranazionale (IMF Fondo Monetario Internazionale); una Banca Mondiale per compensare i differenziali di sviluppo; un sistema monetario basato su cambi fissi e sulla convertibilità delle valute [2].

Nel progetto di Keynes restava invece esclusa la libera circolazione dei capitali. Questa esclusione era fondata sul concetto che più tardi sarà definito “il quartetto incompatibile (the inconsistent quartet)”[3], secondo cui non si possono perseguire simultaneamente i quattro obiettivi di politica economica costituiti da:  a) libera circolazione delle merci;  b) cambi fissi;  c) sovranità nazionale delle politiche monetarie e fiscali;  d) libera circolazione dei capitali.  Keynes riteneva che l’Inghilterra, come anche gli altri Paesi europei, dovessero conservare la propria sovranità in materia di politica economica, in ragione delle loro condizioni affatto diverse rispetto a quelle degli USA, e pertanto che, per realizzare i primi tre obiettivi, il quarto (la libera circolazione dei capitali) dovesse risultare precluso.

La “creatura” intellettuale di Keynes, seppure amputata dopo la sospensione della convertibilità del dollaro in oro e la fine del sistema dei cambi fissi (1971-1973) accompagnò – come si è detto – il formidabile sviluppo dell’ economia occidentale, e poi globale, sino alle soglie degli anni Novanta del secolo scorso.

Il concetto del “quartetto incompatibile” era ben presente anche a coloro che predisposero e firmarono il Trattato di Maastricht, e anzi ne costituiva il presupposto ideale:  infatti l’adozione di un  mercato unico per merci e servizi, la moneta unica, e la libera circolazione dei capitali, comportano necessariamente la rinuncia alla sovranità nazionale di politica economica; e avrebbero dunque proseguire in una vera e propria unione federale fra i Paesi firmatari.

La “bolla” di Greenspan

La bolla finanziaria-immbiliare il cui scoppio ha provocato la crisi in corso ha avuto origine – come è ben noto – negli USA durante gli anni del governatorato  della Banca centrale americana di Alan Greenspan.

Alan Greenspan  era succeduto nel 1987 nella carica di Presidente della FED a Paul Volcker, che era stato il grande pompiere dell’inflazione  generata negli anni della presidenza Carter. Sotto la guida di Greenspan gli USA avevano superato  brillantemente la crisi di borsa del 1987, lo scoppio della “bolla tecnologica”, e le conseguenze degli attacchi terroristici.  Greenspan era sostenitore di una politica monetaria espansiva i cui effetti inflazionistici sarebbero stati compensati dalla discesa dei costi di produzione dovuta alla delocalizzazione degli impianti in Paesi in via di sviluppo, e soprattutto sembrava schierato a favore della “teoria dei mercati efficienti”,  secondo cui i mercati, inclusi i mercati finanziari, sono in grado di regolarsi da sé e pertanto non richiedono interventi della “mano pubblica”.

I risultati fino allora raggiunti avevano fatto di Greenspan un personaggio il cui potere e la cui influenza erano secondi forse solo a quelli del Presidente degli USA, e per di più lo avevano avvolto con la fama di essere una specie di mago, capace di esorcizzare una volta per tutte la ciclicità e le crisi del sistema dell’economia  capitalistica. Oggi la sua figura è molto controversa. Greenspan si dimise dalla carica di presidente della FED nel gennaio del 2006, due ani prima che la “bolla” finanziaria immobiliare che lui aveva lasciato che si creasse finisse con l’esplodere. Se non può dunque essere ritenuto  responsabile degli avvenimenti che seguirono, e in particolare del fallimento della Lehman Bros., che portò gli Stati Uniti, e con loro il mondo intero, sull’orlo del baratro,  non c’è dubbio che le premesse di della formazione della bolla e del suo scoppio furono poste durante la stagione di Greenspan alla FED.

In quel periodo, infatti, venne sganciata la doppia cintura di sicurezza che dai tempi di Roosevelt e di Keynes aveva mantenuto il sistema bancario americano ed europeo al riparo dai focolai incendiari generati dalle bolle speculative.

E’ di quel periodo sia la revoca del Glass-Steagall Act con il Gramm-Leach-Bliley Act [1999], sia la progressiva rimozione degli ostacoli alla circolazione dei capitali seguendo le indicazioni del “Washington Consensus” espresse dal FMI e fortemente influenzate dall’establishment finanziario americano, in base al principio che fosse giusto lasciare che i capitali affluissero dove vi fossero i migliori rendimenti;  sia  – infine – l’avere chiuso entrambi gli occhi da parte delle autorità di vigilanza sulla degenerazione del fenomeno dei derivati finanziari e della sovraesposizione del sistema bancario.

Quando i nodi vennero al pettine con il fallimento della Lehman Bros. (15 settembre 2008), il governo americano e la FED, dove Ben Bernanke aveva sostituito Greenspan, furano rapidi nel reagire dimostrando di avere appreso la lezione del 1929. Alla nazionalizzazione della maggiore banca americana (Citicorp), della maggiore compagnia di assicurazioni (AIG) e dei maggiori istituti di credito fondiari  (Fannie & Freddie) seguì la bonifica degli attivi tossici della banche  per oltre 1.000 miliardi di dollari (Toxic Assets Rescue Plan) e colossali iniezioni di liquidità attraverso il programma QE (Quantitative Easing).

Dopo una pesante recessione della durata ormai inusitata di quasi due anni, con il 2010 si ebbero i primi cenni di ripresa e il peggio appariva ormai passato.

Lunedì nero a Deauville

Ma l’uragano stava semplicemente trasferendosi sulla sponda orientale dell’Atlantico, e le prime nubi minacciose comparvero su lungomare di Deauville il Lunedì 11 ottobre 2010. Qui si trovarono i due maggiori leader dell’Eurozona Merkel e Sarkozy all’apparenza armati delle migliori intenzioni: volevano sancire il loro impegno a far ridurre le sanzioni previste dal trattato di Lisbona per i Paesi ( inclusi i loro, si intende) che avessero superato i limiti previsti per la spesa in disavanzo, in risposta alla tempesta che veniva dall’Oceano della globalizzazione. Ma con le nubi viaggiava anche Ate, la dea greca della discordia, perché, temendo il collasso del debito greco, i due leader aggiunsero che però d’ora in avanti chi avesse investito in titoli dei debiti sovrani dell’Eurozona doveva essere consapevole di farlo a proprio rischio e pericolo, perché gli altri Paesi dell’euro – e quindi neppure la Banca Centrale Europea – non sarebbero intervenuti per rimborsare le eventuali insolvenze.

Come nella favola per i bambini, il Re – nel nostro caso l’euro –  si mostrava improvvisamente nudo. Da quel Lunedì di Deauville in poi i mercati potevano ritenere che, mentre chi avesse investito in titoli del debito pubblico inglese o polacco, per non dire americani o giapponesi, avrebbe potuto contare sulla garanzia di una Banca centrale per il rimborso, non altrettanto sarebbe avvenuto per i titoli in euro, fossero greci, portoghesi, irlandesi, e persino spagnoli e italiani.

Improvvisamente i limiti del trattato di Maastricht e di una moneta senza Stato furono evidenti a tutti: la moneta unica , il mercato unico e la libera circolazione dei capitali avevano dissolto la sovranità di politica economica delle singole nazioni dell’euro senza sostituirla con una proveniente da uno Stato federale, come accadeva invece per gli Stati Uniti d’America, per il Canada, e così via. Da allora comparve nella nostra lingua una parola che non era quasi mai stata usata: “spread”. E conviene d’ora in avanti concentrare la nostra lente di attenzione sulle vicende che più direttamente hanno riguardato il nostro Paese.

La prevedibile reazione dei mercati non fu immediata perché lo spread sui titoli del debito italiano si manteneva ben al di sotto della soglia di 200 punti base. Il mercato quindi mostrava di ritenere che, malgrado l’entità del debito in circolazione, l’Italia potesse ancora considerarsi un debitore solvibile, anche dopo il dissolversi dell’illusione sulla solidarietà dei Paesi che usano l’euro. Del resto l’economia mondiale sembrava avviata alla  ripresa, e l’Italia è un forte Paese esportatore con un deficit di bilancio molto più contenuto di altri grandi Paesi industriali, senza bolle immobiliari di tipo irlandese o spagnolo. Perché dunque preoccuparsi?

Tuttavia quella dichiarazione aveva prodotto un effetto ben visibile che rappresentava una scricchiolio sinistro: si trattava dell’aumento dei premi assicurativi (CDS) richiesti dai mercati per garantire la solvibilità dei debito dei Paesi più esposti.

Quos Deus perdere vult….

La risposta a questo segnale d’allarme arrivò con la riunione dei capi di governo dell’Eurozona che si tenne il 18 marzo 2011. In quella sede si assunse l’impegno ad azzerare i deficit fiscali entro due anni (revisione del patto di stabilità o balanced budgets), ma soprattutto a rimborsare l’eccedenza dei debiti sovrani sopra il livello del 60% del Pil entro vent’anni. L’idea era che, se i mercati dubitavano della solvibilità dei debiti sovrani dei Paesi dell’Euro, la risposta doveva consistere  in un aumento del rigore finanziario. Era questo anche il dettato della strampalata dottrina della “stretta fiscale espansiva”, secondo cui la riduzione del debito pubblico avrebbe liberato risorse per il settore privato, e quindi riavviato i meccanismi di crescita: insomma il contrario di quello che normalmente si definisce “crowding out”.

Ricordo che quando appresi questa notizia mi tornò alla mente il proverbio latino: “quos Deus perdere vult dementat prius (Iddio prima fa impazzire coloro che vuole perdere)” e lo dissi a parecchi di voi in diverse occasioni.  In effetti, aderendo a questa dichiarazione, l’Italia si infilava in una situazione impossibile, e il Governo Berlusconi-Tremonti controfirmava la propria condanna a morte.

La revisione del patto di stabilità così enunciata, infatti, conteneva due elementi che avrebbero avuto un effetto devastante: il primo era che il debito pubblico italiano pari al 120% non era sostenibile; il secondo era che l’Italia sarebbe  quasi certamente entrata in recessione per l’aumento della pressione fiscale necessaria per rimborsare il debito eccessivo.

A questi effetti se ne sarebbe aggiunto inevitabilmente un altro, ancora più micidiale, determinato dal circolo vizioso fra crisi del debito pubblico e vulnerabilità del sistema bancario. Se si dubita della solvibilità di uno Stato sovrano, chi può essere mai disposto a investire nel sistema bancario di quel Paese? Si determina così una rilevante uscita di capitali, con la conseguente ristrettezza del credito e ulteriori vendite di titoli del debito pubblico da parte delle banche messe in crisi dalla mancanza di liquidità.

Le vicende che seguirono sono recenti e non occorre dilungarsi troppo nel ricordarle.  Dopo le tempeste estive e un’affannosa quanto inconcludente raffica di decreti che avrebbero dovuto calmare i mercati dove il valore dei titoli italiani cadeva a precipizio, così trascinando anche il sistema bancario nella crisi, si giunse alla quasi unanime conclusione  che la cosa giusta da fare era cambiare il governo.

Il tentativo di Monti

La strategia del Governo Monti era articolata in tre fasi logiche: la prima consisteva nell’aumento della pressione fiscale in modo di dimostrare la solvibilità dell’Italia e la sua affidabilità nel rispettare gli impegni connessi alla riduzione del debito pubblico (deleveraging); la seconda puntava sulla ripresa della crescita  per mezzo di incrementi di produttività, individuando nella scarsità di investimenti diretti dall’estero (FDI) il principale fattore di caduta della produttività, e nella eccessiva rigidità del mercato del lavoro (art.18, statuto dei lavoratori) la causa principale della caduta degli investimenti nell’industria; la terza infine avrebbe dovuto riguardare la riduzione della spesa (spending review)  in modo da creare in prospettiva l’opportunità di ridurre la pressione fiscale.

Il fallimento sostanziale della fase due, visto che le norme uscite della discussione al Senato hanno caso mai peggiorato in alcuni aspetti la situazione di partenza, rende problematica la prospettiva che la terza fase possa dare risultati o persino prendere davvero l’avvio.

In effetti senza riforme radicali, anche dell’impianto costituzionale, resterebbe ben poco da tagliare. Il grosso delle spese della pubblica amministrazione è costituito da: a) spese per il personale; b) spesa sanitaria; c) pensioni. Ridurre in modo sostanziale la spesa per il personale non è realistico, anche perché si tratterebbe di sostituire stipendi con sussidi alla disoccupazione. La spesa sanitaria in Italia è già a livelli inferiori alle medie europee, pur con una popolazione mediamente più anziana: se molto può ancora essere fatto per la qualità della spesa, ben poco potrebbe essere fatto in termini di risparmi netti. Il sistema pensionistico è il vero nodo gordiano del settore pubblico. Ma anche in questo caso è impensabile che si possa ridurre sensibilmente la spesa: tutt’al più prorogando, come si è fatto,  le età pensionabili si potrebbero in prospettiva ridurre le aliquote di contribuzione che gravano sui lavoratori attivi, e quindi ridurre – almeno un po’ – il micidiale “cuneo fiscale” fra costo del lavoro e retribuzioni effettive.

La conclusione è che in assenza di profonde riforme della struttura e delle funzioni della pubblica amministrazione italiana, come l’ accorpamento degli enti locati, la privatizzazione del patrimonio immobiliare, delle aziende pubbliche, e di alcune funzioni oggi (malamente) svolte dalla PA, l’Italia è destinata a un progressivo inesorabile declino. Ma riforme di un tale respiro richiedono un governo forte di una legittimazione esplicita del suo programma da parte del corpo elettorale.

Conclusioni

La crisi è iniziata nel 2007 negli Stati Uniti non è la prima e non sarà l’ultima delle crisi ricorrenti del capitalismo. Essa ha coinvolto l’Europa nella forma di crisi dei debiti sovrani, e di riflesso della vulnerabilità dei suoi sistemi bancari, per effetto della incompletezza del processo di integrazione politica avviato dall’Atto Unico e dal Trattato di Maastricht.

Mentre è impossibile dire quanto a lungo essa durerà ancora, è  invece possibile dire che la soluzione non sta certamente nel recupero delle sovranità nazionali di politica economica e nella fine dell’euro. Al contrario, la fine sarà in vista solo quanto saranno completamente dissolti i dubbi sulla  sopravvivenza dell’ euro e i riflessi che questa incertezza propaga sulla stabilità dei sistemi bancari dei Paesi che ne fanno parte.

La ripresa del progetto di unificazione politica è dunque il tema prioritario per la leadership europea, e quindi naturalmente per quella italiana. Gli eurobonds, i project bonds, la “federalizzazione” del debito eccedente il limite del 60% [4], eccetera, rappresentano corollari tecnici, sui quali si potrà procedere se – e soltanto se – i Paesi creditori si sentiranno garantiti sul piano dell’affidabilità delle scelte politiche dei Paesi debitori.  Per ora il cambiamento della politica monetaria della BCE con la presidenza di Draghi verso un modello più simile a quello della FED americana, oltre ad avere salvato il sistema bancario europeo dal collasso, come la FED ha salvato quello americano, rappresenta già un saggio delle potenzialità dell’evoluzione dell’Europa verso il modello federale.

Nel medio-lungo termine le possibilità dell’Europa di reggere la competizione globale con le altre aree geo-strategiche non dipendono solo dalla sopravvivenza del progetto del Mercato unico e dell’euro, ma anche dall’ avvio di grandi progetti di ricerca nel campo scientifico, dell’energia e delle infrastrutture, ovvero di una politica industriale che non si limiti – come accade oggi – quasi soltanto alla concorrenza interna e alla politica monetaria.

L’allargamento eccessivo della UE rappresenta il principale ostacolo alla ripresa del processo di unificazione politica. L’Unione a 27 non potrà mai darsi una costituzione federale basata sull’elezione diretta del Presidente dell’esecutivo dell’Unione Europea (era, come si  ricorderà, il progetto di Jacques Delors: “da un’Europa dei mercati a un’Europa dei popoli”) affiancato da un forte parlamento rappresentativo  e contro bilanciato  da una altrettanto forte  devoluzione per avvicinare i cittadini alla democrazia.  Perciò occorre procedere sulla strada delle “due velocità” con i soli paesi dell’Eurogruppo, o al limite con un gruppo ancora più ristretto.

La ripresa del progetto federalistico europeo fornirebbe non solo gli strumenti per accorciare la durata della “Grande contrazione” , ma potrebbe restituire agli europei, e soprattutto ai giovani, la fiducia nel futuro e gli ideali che appaiono smarriti.

Se è vero che l’Europa è nata dall’asse franco-tedesco e che da questo ugualmente dipende il suo futuro, non è meno vero che l’equilibrio dell’asse dipende fondamentalmente dalla presenza dell’Italia. Non di un soggetto malato dal punto di vista politico ed economico, ma di un Paese fondatore che riprenda in pieno il proprio ruolo e la propria influenza.

Per noi liberali , italiani e non, l’Unione Europea rimane il più degno e il più bello dei progetti da compiere.


di Carlo Scognamiglio Pasini  – Ordinario di Economia Applicata, Università Luiss-Guido Carli, Roma).

[1] L’espressione: “la massima felicità divisa nel maggior numero” rappresenta la finalità ideale dell’ordinamento sociale proposta dagli illuministi. Essa compare nel testo di Cesare Beccaria, “Dei Delitti delle Pene [1764]” (§1 – Introduzione). L’espressione inglese: “the greatest happiness for the greatest number” era stata usata dall’illumunista scozzese Francis Hutcheson, che fu professore di filosofia morale a Glasgow e maestro di Adam Smith, nel testo: “An Inquiry into the Origins of our Ideas of Beauty and Virtue [1724]” (vol. III, p.8).

[2] La proposta di Keynes di basare  il sistema monetario internazionale su un “moneta artificiale” denominata bancor che prefigurava i Diritti Speciali di Prelievo  (SDR) emessi dal FMI venne accantonata e prevalse invece il progetto del Tesoro statunitense (rappresentato dal ministro Morgenthau e del suo collaboratore H.D. White) che fece del dollaro americano (convertibile in oro con una parità fissa di 35$/oz.) la valuta di riferimento del sistema internazionale.

[3] L’esplicitazione di questo concetto  keynesiano e la sua definizione di “inconsistent quartet (quartetto incompatibile)” è  dovuta a all’economista americano Henry Wallich e al nostro Tommaso Padoa Schioppa.

[4] Il progetto prevede in sostanza il trasferimento del debito eccedente il 60% del Pil nazionale a un fondo garantito dai Paesi dell’Eurozona, e la contestuale cessione di entrate fiscali nazionali  (IVA) in misura sufficiente a garantire l’ammortamento del debito.

3 comments for “Il liberalismo, l’Europa e la crisi del capitalismo – intervento all’incontro Costituente Liberale

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