Appunti per un intervento all’incontro Costituente Liberale

– In Italia il pensiero liberale è il più celebrato e il più disatteso. Il liberalismo è di fatto estraneo alla cultura italiana. Dominano le ideologie, la ricerca di un senso delle cose e del mondo che viene raggiunta a scapito della libertà. In Italia la libertà non si identifica mai con il senso o con il fine dell’azione. È sempre e solo uno strumento, magari nobile, ma secondario.

– Per questo oggi è difficile e coraggioso rinnovare il tentativo di una costituente liberale. La situazione politica attuale, lo stallo dei partiti e l’eclissi delle leadership può essere l’occasione per una seria proposta liberale, anche se il panorama ideologico risulta del tutto invariato malgrado la disgregazione dei partiti.

– Il liberalismo fa riferimento a una grande tradizione culturale, alle idee di pensatori illustri, dai liberali classici come Adam Smith e John Stuart Mill ai cattolici liberali come Luigi Sturzo e Alcide De Gasperi, dai liberali del Novecento italiano come Luigi Einaudi e in parte Benedetto Croce al filone federalista di Vincenzo Gioberti, Carlo Cattaneo, Cesare Balbo e Gaetano Salvemini e alle personalità più recenti come Charles De Gaulle, Karl Popper, Ronald Reagan, Margaret Thatcher.

– Ma in Italia il liberalismo non può affermarsi come pensiero né come programma di governo da sottoporre al corpo elettorale. Ci sono gli interessi, le corporazioni, i poteri forti. Il consenso rischia di venire meno quando si parla seriamente di riforme liberali. Invece soprattutto oggi bisognerebbe chiedersi che senso abbia parlare di crescita in un Paese dove le corporazioni unite hanno più potere di qualsiasi governo.

Non credo alla possibilità di un nuovo partito liberale. Credo al liberalismo come prassi dell’amministrazione, come somma di pratiche liberali attuate nella gestione del territorio, dei beni, degli interessi generali. Magari a partire dagli enti locali: questa è stata la mia stella polare come Sindaco.

– Il mio è stato un liberalismo governativo, fatto di esperienze concrete, che hanno avuto ricadute positive sulla collettività. È la prova che il liberalismo si può tradurre in azione amministrativa, anche se le resistenze sono sempre forti.

– Penso alle privatizzazioni, al project financing, alla meritocrazia come parametro di riferimento per la valorizzazione dei talenti e delle professionalità, al benchmarking cioè alla collaborazione/competizione internazionale amministrazioni di città per individuare e mettere in comune le best practices in grado di migliorare i servizi ai cittadini.

– È un tema anch’esso di tradizione liberale. Ormai, partecipando a un insieme europeo, le amministrazioni delle città si confrontano sui problemi, spesso sovrapponibili: l’inquinamento, il gigantismo urbano, il traffico, i problemi sociali, le aree dismesse, la produzione di energia, l’attrattiva esercitata dalle università, dalla finanza, dalle industrie manifatturiere o non, dal terziario. L’obiettivo è elevare la qualità della vita. Per cui città come Francoforte, Birmingham, Milano e Barcellona si sono incontrate per individuare alcuni settori e alcuni punti su cui confrontare le proprie esperienze sulla base di problemi comuni e quindi cogliere le best practices, cioè quella che può sembrare la soluzione gestionale, normativa, economica più appropriata.

– Il tema delle privatizzazioni è solo apparentemente estraneo a questo confronto, poiché i Comuni sono anche delle imprese di servizi, delle grandi holding con risorse, capitali, proprietà. Tutti elementi che la grande competizione mondiale tra territori, non più tra nazioni o tra singole imprese soltanto, porta a dover necessariamente valorizzare. In poche parole bisogna con efficienza spremere il valore di quello che si ha, magari anche cambiandolo, ad esempio vendendo una società dell’energia e investendo i proventi in infrastrutture.

– Proprio durante una missione in Inghilterra ci trovavamo nella fase in cui stavamo facendo propaganda alle azioni dell’AEM, che era in via di privatizzazione. Ci si trovava già nella fase in cui cercavamo acquirenti per il risparmio diffuso, ma anche per i 400 investitori istituzionali che poi se ne avvantaggiarono: comprarono bene e vendettero meglio.

– Certo, stavamo cedendo le azioni di una società che 100 anni fa aveva avuto l’obiettivo di tutelare il territorio, i cittadini e le imprese. Milano era il posto in cui il consumo di energia era più alto, ma anche quello dove l’energia era più cara. La costituzione dell’AEM ebbe quindi una funzione sociale per la cittadinanza e per le imprese.

– A distanza di anni, questo sistema si era livellato e pianificato. E, allora, perché avremmo dovuto mantenere in nostro possesso delle azioni che ormai avevano un valore elevato e non piuttosto cederle e con i proventi costruire metropolitane, case popolari o altri servizi per essere attrattivi ed erogatori di qualità di vita per i cittadini?

Margaret Thatcher è stata la protagonista di questa palingenesi del pubblico scopo e della privata gestione. L’utilità era pubblica, ma il metodo per raggiungerla non era quello delle burocrazie e degli apparati, bensì quello del- l’imprenditorialità al governo. È ciò che abbiamo cercato di realizzare nel nostro “turno di guardia”. E credo di poter dire con brillanti successi, alcune difficoltà, molti contrasti, ma alla fine con un esito che è innegabilmente quello delle cose realizzate.

– Come spesso accade, solo a distanza di tempo si colgono i benefici dell’avere imboccato una via nuova. Ma c’è una fase in cui la coerenza si paga in termini di perdita di consenso. Sorgono dei dubbi, politicamente qualcuno vive quella che, in termini psicologici, si chiama regressione. C’è chi si rifugia nelle proprie origini, si allontana nel tempo, se non anche nello spazio, e si rivolge al suo gruzzoletto di memoria e di sicurezza: il suo bacino elettorale, il suo piccolo gruppo di consenso, poiché è quello che gli dà il ruolo che sta esercitando. E così si perde la visione d’insieme.

– Questo accade quotidianamente: qualcuno dice che investire in un’opera pubblica genera dissenso; non si vogliono tagliare degli alberi per costruire un parcheggio oppure non si vuole privatizzare perché si rischia di essere criticati dalla stampa. Ecco, in tema di privatizzazioni c’è un po’ questo aspetto. Il pubblico al governo, il sistema dei partiti, difficilmente rinuncia ad avere posti, ruoli, apparati di gestione, perché è tipico di chi governa volere tutto questo. Però per fare qualcosa per la società, per le prossime generazioni, invece che solo per le prossime elezioni bisogna lavorare in tutt’altra direzione: pensare al futuro, e non alla poltrona.

– Quella di ATM fu la prima privatizzazione vera dopo anni di immobilismo. La Lega presentò 5.000 emendamenti e l’opposizione consiliare promosse un referendum. Abbiamo ricercato un percorso che fosse il più possibile nitido, lineare, non troppo complesso perché pensavamo che fosse più produttivo.

– Altri strumenti erano forme di compartecipazione con i privati o di indebitamento. Abbiamo fatto ricorso al PROJECT FINANCING per la realizzazione delle linee 4 e 5 della metropolitana. L’emissione di Buoni Ordinari del Comune non la facemmo, ed è un indebitamento che in alcuni casi risulta più costoso di un indebitamento ordinario. Forse altre amministrazioni locali vi fanno ricorso per ragioni politiche, dal momento che si fa partecipare il risparmiatore-cittadino alla costruzione di opere di cui sarà anche fruitore: di questo gode la civitas allargata, anche se la cosa non rientra in una logica strettamente economica.

– Un conto era l’indebitamento sotto forme diverse, altro conto il reinvestimento, cioè il cambiare la natura del bene patrimoniale: vendere azioni e fare metropolitane, vendere rami d’azienda che non hanno più una funzione politica e reinvestire le risorse ottenute in servizi necessari alla città.

– Perché era nata la CENTRALE DEL LATTE? Perché 100 anni fa il latte era un modo di vivere, ma anche un modo di morire con la Tbc bovina. Lo stesso discorso riguardava le FARMACIE COMUNALI, che garantivano la distribuzione del chinino per combattere la malaria. A distanza di tempo queste funzioni sociali e queste malattie sono venute meno, e l’esistenza delle aziende era giustificata solamente dal fatto che distribuivano posti, consulenze e appalti al sistema politico. Noi le abbiamo trasformate in società: alcune le abbiamo vendute, altre le abbiamo lasciate con i bilanci in attivo.

– Nel 1997-98 studiammo il programma di riforma della pubblica amministrazione statunitense denominato Reinventing Government. Il responsabile di questo programma, Robert Stone, mi regalò una spilla – un martelletto d’argento simbolo del progetto – al convegno in Assolombarda nel corso del quale parlammo di questo e della nostra volontà di mutuare l’esperienza con la riforma della macchina comunale. Nel nostro governo territoriale abbiamo espresso una coerenza, una determinazione e una contiguità con i nostri principi e i nostri programmi che nessun’altra amministrazione, né locale né nazionale, è riuscita a mantenere.

Ci siamo ispirati agli Stati Uniti e alla Gran Bretagna perché per primi hanno percorso una strada virtuosa tesa a sburocratizzare, a liberare l’economia e la società da interventi pianificatori. Così abbiamo fatto riferimento alla libertà economica, alla proprietà privata piuttosto che pubblica, al dinamismo degli individui piuttosto che a masse pianificate e governate. Però l’Italia è lunga e stretta: il Nord, nei suoi fermenti anche centrifughi, è il luogo più fertile per l’esperienza che abbiamo percorso, mentre è più difficile poter sviluppare questa tendenza in luoghi che hanno meno autonomia individuale, meno risorse e una tradizione molto diversa. Penso alle diverse eredità lasciate dal Lombardo-Veneto e dal Regno delle Due Sicilie.

A Milano abbiamo messo in pratica l’idea dello Stato minimo, del primato della società sullo Stato. Abbiamo concretizzato il principio che lo Stato deve governare il meno possibile, intervenendo solo quando necessario, altrimenti meglio lasciare il campo alla società civile.

Abbiamo preso spunto dalle lezioni di Einaudi, ma non per darci una cornice di liberalismo, bensì proprio per orientare l’azione amministrativa. Privatizzando abbiamo ridotto l’interventismo economico del pubblico, promuovendo il libero sviluppo e la libertà economica. Quella libertà che secondo Einaudi è importante esattamente come la libertà politica e la libertà di espressione.

Ma assegnare all’amministrazione compiti minimi non significare abdicare al dovere di essere trasparenti e di esercitare un controllo sul rispetto delle regole.

– In nove anni il Comune di Milano ha investito 6 milioni di euro in opere pubbliche senza mai essere sfiorato da alcuna indagine della magistratura. Non aver ricevuto in tutto questo tempo neppure un avviso di garanzia, nella città che i media definiscono come il covo delle toghe rosse, è un vero e proprio record positivo, un risultato di cui vado molto fiero.

3 comments for “Appunti per un intervento all’incontro Costituente Liberale

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