Le saudite e i Giochi negati. Meglio veline che schiave

da Il Giornale del 29 maggio 2012

Alle Olimpiadi di Londra non sfilerà nessuna donna sotto la bandiera saudita. Solo un corteo maschile, come maschile è il regime wahabita che tiene sotto scacco i cittadini sauditi. I tentativi di mediazione del Comitato Olimpico Internazionale non sono bastati. Le atlete saudite, come la cavallerizza Dalma Rushdi Malhas, non sfileranno sotto la bandiera del Cio né potranno avvalersi di quegli inviti speciali (wild card) che invece Paesi come il Brunei e il Qatar hanno deciso di adoperare consentendo per la prima volta la partecipazione del gentil sesso ai Giochi. Del resto già il 4 aprile scorso il principe Nawwaf al-Faisal, ministro dello sport e presidente del comitato olimpico saudita, aveva spazzato via ogni dubbio: “Lo sport femminile non è mai esistito nel nostro Paese e non abbiamo intenzione di muoverci in questa direzione”. Più chiaro di così?
Da un rapporto di Human Rights Watch scopriamo che in Arabia Saudita la pratica sportiva femminile, quando non è apertamente vietata, è impedita a colpi di burocrazia. Il risultato è che negli ultimi anni diversi impianti sono stati chiusi e ad oggi sopravvivono 153 club sportivi esclusivamente maschili.
L’Arabia Saudita è l’unico Paese al mondo che vieta alle donne di guidare. Secondo Freedom House nell’area del Medio Oriente e del Nord Africa la teocrazia saudita è il Paese dove i diritti delle donne sono più violati. Esiste di fatto una segregazione di genere: le donne sono cittadine di serie B, escluse dal diritto di voto (nonostante le recenti “promesse” del sultano), non possono viaggiare né ricevere cure mediche senza il beneplacito dell’uomo. Sono figlie di un dio minore. Ma loro non si arrendono e sfidano i divieti utilizzando i social network e YouTube. Da qualche giorno, per esempio, circola il video di una donna coraggiosa, che con il suo smartphone ha ripreso una scenetta assai eloquente: un uomo della polizia religiosa le intima di uscire dal centro commerciale a causa delle sue peccaminose unghie smaltate. La ragazza, anziché voltarsi e obbedire, protesta. “Non avete il diritto di molestarmi. Sono libera di indossare lo smalto sulle unghie, non esco”.  Poi arrivano altri ufficiali, gli uomini in divisa parlano tra loro, forse uno accenna al rossetto della donna, la quale ribatte: “Il rossetto sulle mie labbra? Ma venite a controllare. Vergognatevi”.

Le donne non mollano, vanno incontro ad arresti, frustate e patiboli. Vogliono più libertà,  reclamano il diritto di indossare lo smalto sulle unghie, vogliono mostrare i capelli, persino le gambe, che impudenti.
A casa nostra invece, per un curioso contrappasso, fa capolino un femminismo consunto che ricoprirebbe volentieri le gambe dei tavoli, che mette all’Indice degli Insetti Proibiti una farfalla tatuata sull’inguine, che indirizza roboanti pseudoscomuniche ai sindaci rei di non aver censurato certe pubblicità scandalose, che addita delle giovani ragazze soltanto perché da grandi non vogliono diventare accademiche ma esuberanti starlette. E’ un femminismo corporativo a pois rosa, che distingue tra donne di serie A e donne di serie B, tra madonne e puttane. E’ un femminismo sfrenatamente politicizzato che bersaglia giovani e ambiziose donzelle aduse ad accarezzare il potere, al solo scopo di colpire quel potere. Senza comprendere che l’emancipazione non è autocastigazione né negazione del corpo e della nudità, ma rifiuto di ogni stereotipo, inno alla libertà di scelta. Ecco, tifiamo per quelle donne saudite, la loro lotta ci ricorda la nostra fortuna. Evviva tette e culi al vento, evviva occhialoni e shorts inguinali. Siamo libere, nostro malgrado.

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