Tutti i lavoratori sono uguali, ma quelli pubblici sono più uguali degli altri?

da www.libertiamo.it

Elsa Fornero, ministro della Repubblica dice una cosa banale, a proposito di riforma dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori: “Non è possibile che noi diciamo certe cose sul settore privato e poi non le applichiamo nel pubblico”. Replicano indignati alcuni rappresentanti sindacali, definendo le parole del ministro “davvero inopportune e fuorvianti“, accusando l’esponente di governo di anelare “con fervore degno di miglior causa si augura di veder crescere la possibilità di licenziare i lavoratori pubblici”.

Basterebbe contrapporre le due dichiarazioni virgolettate, riportate ieri da Corriere.it, per formarsi un’opinione sulla vicenda: da un lato si avanza un principio di eguaglianza (l’allineamento delle regole sul licenziamento individuale per tutti i lavoratori dipendenti), dall’altro si rivendica la conservazione di una rendita di posizione.

Esistono delle peculiarità di alcuni settori del pubblico impiego, relative alla tutela della necessaria terzietà di ogni funzionario civile nello svolgimento del proprio lavoro, ma queste non possono – né formalmente, né concretamente e nemmeno retoricamente – fungere da scudo ad un miglioramento dell’efficienza e del grado di meritocrazia della pubblica amministrazione. L’opzione del licenziamento del dipendente pubblico fannullone, improduttivo o dannoso – prima di ogni altra considerazione – è e appare un elemento di giustizia nei confronti della gran massa di lavoratori pubblici onesti e operosi.

Accanto a questo, c’è poi una fondamentale e palese esigenza di contenimento della spesa pubblica in Italia che porta chi governa, a livello centrale e territoriale, a porsi il problema del dimensionamento della forza lavoro degli enti pubblici: come in qualsiasi piccola o grande azienda, la struttura dei costi non è una variabile indipendente. Si dice: non c’è in Italia un numero di dipendenti pubblici superiore a quello delle maggiori realtà europee. Ma non si ammette che il salato “conto” che l’Italia paga per il suo stratosferico debito pubblico o il macigno della spesa pensionistica impone la sfida della razionalizzazione delle risorse umane.

Ciò che nel dibattito pubblico non viene quasi mai ricordato, peraltro, è che già oggi, dopo un lungo processo iniziato negli anni Novanta con la cosiddetto “privatizzazione” del pubblico impiego, è de iure possibile il licenziamento nella PA. Il vero ostacolo è fattuale, risiede nella complessa politicizzazione e sindacalizzazione dei rapporti di lavoro negli enti pubblici, la scarsa tutela di chi gode quel dirigente che volesse licenziare un dipendente, la pressione dei partiti o le ritorsioni sindacali.

Insomma, tra la Fornero e chi l’attacca, tra chi ritiene banale buon senso quanto dice il ministro e chi si strappa le vesti denunciando supposti attentati ai diritti dei lavoratori, c’è un racconto molto efficace dell’Italia di oggi e della profonda “frattura” culturale e politica tra riformatori e guardiani dello status quo.

2 comments for “Tutti i lavoratori sono uguali, ma quelli pubblici sono più uguali degli altri?

  1. 21 luglio 2014 at 20:01

    It’s always a pleasure to hear from someone with exesitrpe.

  2. 7 luglio 2014 at 05:59

    Ya learn sotnmhieg new everyday. It’s true I guess!

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