«L’ASPETTO FORSE CHIMERICO DELL’ATTUALE ATTEGGIAMENTO DEL GOVERNO ITALIANO VERSO I PAESI DELL’AFRICA SETTENTRIONALE»

I – “Chimera”, dal greco “Chimaira” = capra, mostro favoloso dalla testa di leone, dal corpo di capra e dalla coda di serpe. Era immagine dei fenomeni vulcanici frequenti nella Licia.

Si immaginava perciò che gettasse fiamme dalla bocca.
In senso figurato «immaginazione strana e senza fondamento».

E’ quel che appare, tra gli altri atteggiamenti dei nostri governanti, la visita negli scorsi giorni del Presidente della Repubblica alla Moschea di Roma (accompagnato dall’instancabile Ministro per l’Integrazione, prof. Riccardi) al fine dichiarato di aprire vieppiù ai paesi islamici della sponda settentrionale del Mediterraneo prestando, in tal modo, fiducia alla c.d. primavera araba.

A nostro sommerso parere è una fiducia alquanto mal riposta o meglio probabilmente un semplice “wishfull thinking” cioè un pensiero che si basa unicamente sul desiderio che si realizzi quel che si auspica.

Da questa illusione (i cui fondamenti cercheremo di dimostrare più avanti) può derivare una politica estera del nostro Paese che può avere conseguenze pericolose giacché può, adiuvante il già citato Ministro Riccardi, portare ad aperture dei flussi migratori dai paesi del Maghreb e, ovviamente, ad un incremento della popolazione di fede mussulmana in Italia difficilmente integrabile, come si è visto in Francia, Gran Bretagna, Olanda etc., al rischio, correlato, della nascita di nuclei integralisti e dell’aumento del numero dei convertiti portati, come tutti i neofiti, all’estremismo ed anche al terrorismo (v. l’arresto a Pesaro di un convertito che, forse, stava preparando un attentato).

II – Esaminiamo ora, molto succintamente, come si presenta la situazione, ad oltre un anno dall’inizio, nel gennaio del 2011 in Tunisia, della c.d. primavera araba, nei vari paesi del Nord Africa.

MAROCCO

Dopo la morte nel 1999 di Re Hassan II il successore, il figlio, Mohammed VI, ha intrapreso una politica più moderata e modernizzatrice rispetto a quella paterna.

Nel 2004 venne riformata, ad es., la «Mudawwana», la normativa in materia di diritto di famiglia che offre una maggior tutela alle donne.

Inoltre il 1° luglio 2011 un referendum ha approvato la riforma costituzionale globale che ridefinisce i poteri del sovrano e garantisca maggiori poteri al Parlamento.

Il 25 novembre u.s. le elezioni (scarsa affluenza) segnano la sconfitta del Partito dell’Indipendenza ad opera del Partito Giustizia e Sviluppo (P.J.D.), di orientamento islamico moderato, che si aggiudica 107 seggi sui 395 disponibili. Seguono: il Partito dell’Indipendenza (in calo), il nuovo partito neo-monarchico dell’Autenticità e della Tradizione (buona affermazione), il Raggruppamento NAZ degli Indipendenti (in calo).

Abdelilah Benkurane, esponente del P.J.D., viene incaricato di formare il nuovo governo.

Il Sovrano è capo religioso del paese (“difensore della fede”), capo politico e militare.

Essendo di dinastia alauita vanta un’origine sceriffiana ovvero una discendenza diretta dal Profeta ed anche per questo gode di una notevole autorevolezza tra la popolazione.

Il Marocco è il 4° paese africano islamico per popolazione (34 milioni) dopo l’Egitto, il Sudan, l’Algeria.

Circa 3 milioni di Marocchini vivono all’estero (in Italia circa 431.528 al 1° gennaio 2010).

Dal 2003 si è registrata una discreta crescita economica grazie ad uno sviluppo industriale diversificato (chimica, petrolchimica, automobilistica) ed alle risorse minerarie del paese (è al 1° posto per l’estrazione dei fosfati rocciosi). Nel paese sono presenti anche giacimenti di piombo e argento (al 10° posto al mondo per la produzione), carbone (al 15° posto) nonché di oro, zinco, rame, manganese, cobalto, etc.

Buone anche la produzione agricola, l’allevamento e la pesca.

Tasso di crescita reale del P.I.L. marocchino: a. 2009 (4,9%); 2010 (3,7%); 2011 (4,6%). Debito pubblico: 61,1% del P.I.L. (2010); 65% del P.I.L. (2011). Fonte: C.I.A. World Fact Book.

I problemi principali del paese sono: il sottosviluppo delle regioni meridionali, l’alto tasso di disoccupazione (9,8% quello stimato nel 2010; oltre il 30% quello giovanile); la povertà (P.I.L. “pro-capite” 2011 stimato: 5.100 dollari); circa il 15% della popolazione è sotto la soglia di povertà.

Il 18 gennaio di quest’anno quattro giovani universitari si sono dati ad es. fuoco a Rabat.

Inoltre giova ricordare che la presenza di Al Qaeda nel paese si è manifestata con sanguinosi attentati: nel 2003 a Casablanca, nel 2008 a Marrakech.

Ancora irrisolto il problema del Sahara Occidentale che aspira all’indipendenza e che spinge il governo a sostenere ingentissime spese militari.

Conclusivamente si può ritenere che la situazione di questo paese, anche se migliore di quella in altri paesi dell’area, non è del tutto tranquilla.

ALGERIA

Il «Fronte di Liberazione Nazionale» (F.L.N.) è il partito unico che dall’indipendenza guida il paese.

Il Presidente Benteflika è al potere dal 1999.

Malgrado la disponibilità nel paese di importanti fonti d’energia la popolazione incontra gravissime difficoltà (l’80% c.a. è analfabeta; la disoccupazione si aggira sul 10%; alto il tasso d’incremento demografico, il salario mensile medio è di 150 euro) mentre la classe al potere, formata da militari, ha la vita facile.

La situazione dell’ordine pubblico è perciò non tranquilla quantunque il regime sia fino ad ora riuscito ad evitare manifestazioni di massa in grado di capovolgere lo “status quo”.

La Cabilia berbera (4 milioni sugli oltre 36 milioni dell’intera Algeria), per tradizione più radicale ed indipendentista, è la più fiera oppositrice del regime militare (rivolte del 1980, 600 morti; del 2001 126 morti).

A rendere il quadro preoccupante è anche il fatto che soprattutto nelle aree meridionali del paese sia presente l’A.G.M.I. (Al Qaeda nel Maghreb Islamico), fenomeno assolutamente da non sottovalutare.

Nell’aprile del 2007, ad es., delle autobombe furono fatte esplodere ad Algeri causando 33 morti e 150 feriti; nell’agosto del 2011 morirono 18 persone in seguito ad un attacco suicida alla scuola militare di Cherchell.

Senza dimenticare la turista italiana rapita nell’Algeria meridionale e liberata solo dopo un anno.

Nel 2014 si dovrebbero tenere le elezioni i cui esiti sono del tutto imprevedibili.

Quel che è certo è che nel paese vi è una consolidata presenza nella vita politica ma soprattutto in quella sociale di un Islam radicale.

TUNISIA

E’ il paese del Maghreb forse più vicino per mentalità e costumi all’Europa.

Registra una popolazione relativamente ridotta in numero (10.432.500 nel 2011 di cui circa 1 milione risiede all’estero; in Italia oltre 150 mila).

Nel gennaio 2010 inizia a Tunisi la sollevazione popolare contro il regime dell’ex-generale Ben Alì, Presidente della Repubblica, dopo un colpo di stato, dal 2 aprile 1989 che lo obbliga all’esilio.

Comincia la c.d. primavera araba.

Nell’ottobre 2011 elezioni dell’Assemblea Costituente incaricata di redigere la nuova Costituzione che vedono la vittoria con il 37% dei suffragi (89 seggi su 217) del partito “Ennahada” (= rinascita), movimento di tendenza islamica.

Il 13 dicembre 2011 l’Assemblea elegge Moncef Marzouki (del Congresso per la Repubblica – C.P.R.) nuovo Capo dello Stato.

Il 24 dicembre u.s. il Governo di coalizione (Ennahada, i due partiti laici, cioè il Congresso per la Repubblica C.P.R. che aveva ottenuto l’8,7% dei voti e conquistato 29 seggi e Ettakatol, 21 seggi) guidato da Hamadi Jebali ottiene la fiducia dell’Assemblea Costituente.

L’Assemblea dovrà riscrivere la Carta Costituzionale e questo sarà, a nostro parere, il banco di prova delle intenzioni democratiche del nuovo corso.

Invero se verrà inserita, come da alcuni gruppi si chiede, nella Costituzione la previsione che la “Sharia” (il “corpus” giuridico islamico, derivato dal Corano e dai detti del Profeta e perciò immodificabile, che statuisce in materia civile e penale e soprattutto per quanto riguarda i rapporti familiari) sia la norma base dell’ordinamento tunisino cui dovranno essere assoggettate tutte le leggi emanande e, soprattutto, tutti i cittadini anche non mussulmani, la tutela delle libertà individuali sarà compromessa.

Qualche cenno alla situazione economico-sociale.

Il tasso di disoccupazione è pari al 18% circa della popolazione attiva. I disoccupati sono perciò circa 800.000. La disoccupazione giovanile è di oltre il 40%.

Anche in questo paese la mancanza di posti di lavoro rappresenta il principale problema, problema di difficilissima soluzione in considerazione delle scarse risorse finanziarie interne e della crisi economica che affligge l’Europa, principale partner della Tunisia, che riduce gli apporti finanziari del Continente.

Si calcola che per ridurre la disoccupazione al 10% sarebbe necessario che l’economia tunisina crescesse del 6% annuo per parecchi anni[1].

Aiuti finanziari ad opera degli organismi internazionali e/o da Stati amici sembrano perciò indispensabili. Una promessa in tal senso è giunta nel corso di una recentissima visita a Tunisi dalla Direttrice del F.M.I..

D’altra parte i dati economici non sono confortanti. La Tunisia dispone di scarse materie prime e basa la propria economia sulle esportazioni di beni (47% del P.I.L. nel 2010); le rimesse degli emigrati (5% del P.I.L. nel 2010); il turismo (7% del P.I.L. nello stesso anno); l’agricoltura (10,6%).

Il debito estero nel 2010 è stato pari al 52,3% del P.I.L..

Anche qui i rischi di un’involuzione verso una politica integralista, anche se minori che altrove, non sono da ritenere del tutto inesistenti.

Dipenderà dalla situazione dell’occupazione soprattutto giovanile.

La mancanza di lavoro può, infatti, esasperare gli animi e renderli sensibili alle sirene dei gruppi integralisti.

LIBIA

Dalla rivolta tunisina scaturì nel febbraio 2011 quella della Cirenaica, quindi la guerra civile e l’intervento militare di alcuni paesi occidentali e nell’ottobre 2011 la cruenta fine della dittatura di Gheddafi.

Non sembra però che il paese sia stato pacificato.

Il Consiglio Nazionale di Transizione costituitosi a Bengasi il 27 febbraio 2011 e riconosciuto dall’ONU come legittimo governo di transizione, intende scrivere una nuova Costituzione ed organizzare le elezioni ma non è ancora riuscito a ristabilire l’ordine.

Rimangono, infatti, attivi Gruppi armati di diversa origine più che altro di natura tribale sui quali il C.N.T. non riesce ad imporre la propria autorità e questo dà vita a scontri armati (ad es. nei giorni scorsi tra le tribù dei Tibu e l’esercito libico nel Sud-est del paese).

Altro esempio di una situazione instabile è il fatto che il 6 marzo u.s. a Bengasi, la capitale della Cirenaica, la regione più ricca in petrolio della Libia, è stato costituito, nonostante le proteste del C.N.T., il “Consiglio Provvisorio della Cirenaica” (alla cui testa è stato posto Ahmed Al Senussi, pronipote dell’ultimo sovrano, re Idriss) che chiede più autonomia per tale regione.

La secessione della Cirenaica non sembra probabile. Più prevedibile la sua collocazione in un assetto federale del paese.

Una partita a parte sembra stiano giocandola i gruppi d’ispirazione islamica e le tribù che erano rimaste fedeli a Gheddafi.

Nel frattempo frequenti e pesanti le violazioni dei diritti umani denunziate da varie organizzazioni umanitarie.

Il paese è di notevole importanza strategica ed economica per l’Occidente e per l’Italia.

E’ il meno popolato del Magreb (6.567.110 abit. circa – stima 2012) ma è il più ricco sotto il profilo delle materie prime energetiche.

Il gas ed il petrolio contribuiscono al 65% del P.I.L. libico, al 95% delle esportazioni, all’80% delle entrate governative.

L’Italia è il 1° esportatore ed il 1° importatore di greggio (39% circa).

Grazie a tali risorse il livello di vita libico fino ad ora era abbastanza buono se raffrontato con quello dei paesi limitrofi (P.I.L. pro-capite stima 2010 = 14.100 dollari).

Come si evolverà la situazione dipenderà dall’esito delle elezioni che dovrebbero tenersi nel giugno di quest’anno.

Il futuro è, però, denso d’incognite.

Per il nostro paese un elemento di speranza è stato il ripristino di buoni rapporti tra l’ENI e le autorità libiche.

E’ però probabile, come ha dichiarato Laurens Jolles, delegato per il Sud Europa dell’Agenzia delle N.U. per i Rifugiati U.N.H.C.R., che si avranno, sulle nostre coste, nuovi arrivi di rifugiati dai paesi sud-sahariani essendo venuto meno il controllo delle forze libiche.

Sotto la linea del Sahel (la fascia che va dal Senegal al Mar Rosso separando il Sahara dall’Africa Nera) c’è, infatti, una polveriera che minaccia di stabilizzare mezzo continente e d’islamizzarlo completamente.

Qualche cinico a questo punto potrebbe probabilmente osservare: «Forse Gheddafi era il minore dei mali!».

EGITTO

E’ lo Stato più popolato del Maghreb (85.688.164 ca. stima 2012).

L’età media è di 24,3 anni. L’età del 62,8% della popolazione va dai 14 ai 64 anni.

Il tasso di fertilità è di 2,94 nati/donna (64° posto nella classifica mondiale).

Il tasso di crescita della popolazione è dell’1,922% ca. (59° posto nella classifica mondiale).

Il 43,4% ca. della popolazione risiede nei centri urbani.

Il 90% ca. degli Egiziani è di rito sunnita, i copti sono circa il 9% ca. della popolazione, l’1% ca. di altre fedi cristiane.

In tutto il mondo sunnita è molto influente l’antichissima Università teologica di Al-Azhar del Cairo (970 d.C.).

L’economia egiziana, molto centralizzata durante il governo del Presidente Nasser, si è aperta notevolmente nel periodo del Presidente Sadat ed ancor più durante la presidenza di Mubarak onde attirare gli investimenti dall’estero.

Le principali attività economiche del paese sono: il turismo, l’industria manifatturiera, le costruzioni, l’agricoltura.

Il tasso di crescita del P.I.L. è stimato essere stato del 4,7% nel 2009; del 5,1% nel 2010; dell’1,2% ca. nel 2011.

Il P.I.L. “pro-capite” nel 2010 e nel 2011 viene stimato pari a 6.500 dollari (135° posto nella classifica mondiale).

Il P.I.L. è così distribuito per settore (stima 2001): agricoltura (14,4%); industria (39,5%); servizi (45,8%).

Il 51% (stime 2001) degli occupati lavora nel settore dei servizi, il 32% in agricoltura; il 17% in quello industriale.

La percentuale di disoccupati è stata del 9% nel 2010, del 12,2% nel 2011 (stime).

La popolazione al di sotto della soglia di povertà nel 2005 (stime) era il 20% ca.

Si ritiene che il disavanzo di bilancio sia stato nel 2011 pari al 10,6% del P.I.L. e che il debito pubblico sia cresciuto del 4,3% passando cioè dall’85,7% del P.I.L. del 2010 all’81,4% del P.I.L. dell’ultimo anno.

Si stima che il tasso d’inflazione (prezzi al consumo) del 2011 sia stato dell’13,3%.

Il debito estero a fine 2011 (stime) ha registrato un incremento di 1,49 miliardi di dollari essendo passato dai 35,37 miliardi del 2010 ai 37,28 miliardi del dicembre scorso.

La rivolta nel 2010 contro il Presidente tunisino spinse la popolazione del Cairo il 25 gennaio 2011 a protestare a Piazza Tahir contro il regime di Mubarak.

Le manifestazioni continuarono il 28 gennaio ed il 2 febbraio con scontri cruenti tra polizia ed esercito.

L’11 febbraio, dopo 18 giorni di occupazione da parte dei manifestanti della Piazza Tahir, Mubarak rassegnò le dimissioni.

I poteri presidenziali vennero assunti dal Maresciallo Tantawi.

Il 19 marzo un referendum approvò una riforma costituzionale (77,2% dei suffragi a favore).

Il 28 novembre nella prima dei tre turni in cui si articolano le elezioni in Egitto, hanno trionfato nella Camera Bassa i partiti islamici: (72% ca.): “Libertà e Giustizia” (ovvero i Fratelli Mussulmani), che era stata molto attiva nel corso delle manifestazioni, ha ottenuto 235 seggi e, a sorpresa, “Al Nour” salafita ancora più integralista del primo, ha conquistato 120 setti.

Il partito liberale Al Wafd ha ottenuto il 7%. Il restante 22% delle preferenze è andato ad una decina di altri partiti tra i quali il “Blocco Egiziano” di orientamento liberale.

Il 23 gennaio 2012 si è insediato il primo parlamento dopo l’epoca di Mubarak.

Il 25 gennaio c.a. ha avuto luogo a Piazza Tahir una manifestazione per chiedere un passo indietro da parte del Consiglio Superiore delle Forze Armate.

Non sono state ancora fissate le date per le elezioni della Camera Alta (corrispondente al nostro Senato).

Per contro il 23-24 maggio p.v. si terrà la consultazione elettorale per l’elezione del Capo dello Stato.

Anche per l’Egitto formulare previsioni è impossibile. L’incognita è anche qui l’evolversi della situazione economica e l’atteggiamento dei “Fratelli Musulmani” e dei Salafiti che potrebbero sfruttare il malcontento popolare per introdurre leggi di ispirazione integralista che metterebbero a repentaglio i già precari rapporti con la minoranza copta oggetto di forti discriminazioni e che sotto Mubarak era abbastanza protetta.

III – Da questo quadro, che ci si è sforzati di delineare in maniera sommaria, crediamo si possa evincere che:

a) nel complesso la situazione politica dei vari paesi del Maghreb è – per usare una eufemismo – piuttosto fluida;

b) la presenza di un Islam integralista, anche se con gradazioni diverse di radicamento a seconda dei paesi, è una costante in tutta l’area;

c) la situazione dell’economia del Maghreb registra, anche a causa della crisi economico-finanziaria mondiale, segnatamente di quella dell’U.E., principale partner commerciale dei paesi nord-africani, uno stallo se non un andamento negativo;

d) la crisi economica non favorisce la soluzione del cronico problema della disoccupazione che li affligge;

e) i movimenti integralisti non possono, verosimilmente, che trarre vigore da tutto ciò;

f) c’è perciò da attendersi un aumento dei flussi migratori, irregolari e non, dall’area in questione, verso l’Europa ed il nostro paese in particolare.

Tutto ciò considerato ci sembrano, perciò del tutto giustificato i timori manifestati da chi scrive nella premessa.

Dato, tuttavia, che la geografia fa sì che l’Italia abbia interesse ad avere come dirimpettai paesi non esacerbati da una crisi economico-sociale occorre, a nostro avviso, praticare una politica nei confronti dei medesimi che si prefigga di:

a) favorirne lo sviluppo economico-sociale;

– ma –

b) ridurre al minimo i flussi migratori onde evitare l’insediamento di altre migliaia di immigrati islamici sul nostro territorio che renderebbe del tutto aleatoria l’integrazione e provocherebbe reazioni sociali di rigetto da parte della popolazione italiana.

Giova ricordare che in Italia, come sopra accennato, gli immigrati di fede musulmana sono oltre un milione.

In Europa arrivano a venti milioni!

Giorgio Castriota Santa Maria Bella[2]


[1] Nel 2009 e nel 2010 è stata del 3,1%. Si stima che nel 2011 non si sia registrata alcuna crescita (Fonte: C.I.A. World Fact Book).

[2] Su questa tematica l’autore ha scritto in passato vari articoli. Ad es.:

–  “L’illusione di un Islam moderato e le insidie per l’Europa comunitaria” (in “L’opinione delle libertà” del 6.10.2010);

–  “L’incognita dei Fratelli Musulmani” (in “Carta libera” del 4.2.2011);

–  “Si arresteranno i flussi di profughi o sarà la finis Europae?” (ibidem del 28.02.2011);

–  “Come si evolverà la situazione politica nel Nord Africa?” (ibidem del 28.03.2011);

–  “La c.d. primavera araba rischia di trasformarsi nel dominio della Sharia” (ibidem del 26.10.2011);

–  “La c.d. primavera araba si sta trasformando in un inverno per la democrazia?” (ibidem del 13.12.2011).

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