«IL CAPITALISMO TOSSICO – CRISI DELLA COMPETIZIONE E MODELLI ALTERNATIVI»

Marco Bertorello – Danilo Corradi:

«IL CAPITALISMO TOSSICO – CRISI DELLA COMPETIZIONE E MODELLI ALTERNATIVI»

Postfazione di Riccardo Bellofiore

Edizione: Alegre – Giugno 2011 – Euro 16,00; pagg. 187
[1]

Il Saggio si articola in: una “Premessa”; in tre parti e si conclude con la postfazione del Prof. Bellofiore.

E’ un tentativo di analisi più approfondita delle ragioni strutturali della crisi e di formulazione di nuove soluzioni onde evitarne il ripetersi.

I – Nella “Premessa” si ricordano le origini della crisi economica e finanziaria manifestatasi con il fallimento della “Lehman Brothers” e, secondo gli autori, il fallimento dei tentativi per superarla definitivamente anche se ammettono che non si è verificata la deflagrazione temuta.

Gli squilibri economico-sociali a tre anni dall’inizio della crisi pur tuttavia permangono nella loro interezza tanto che sono tornati alla ribalta gli eccessi della finanza, ed il pericolo dei titoli a rischio e che, malgrado gli ingenti interventi pubblici sul fronte finanziario, il 18 aprile dell’anno scorso il debito pubblico statunitense è stato declassato da stabile a negativo (e così recentemente quello francese ed italiano) e permane il pericolo dell’insolvenza della Grecia e di un effetto domino.

«Complessivamente si ha la percezione (scrivono gli autori) di un modesto equilibrio faticoso da raggiungere ed ancora più difficile da mantenere».

Il difetto delle analisi economiche, ad avviso di Bertorello e Corradi, risiede nel fatto che esse assomigliano ad un coro propagandistico mirante ad infondere la tanta agognata fiducia piuttosto che ad una disamina dei limiti complessivi e strutturali che permangono ben oltre la timida ripresa di un momento e che risiederebbero nel fatto che il Capitalismo è “tossico” ben oltre i titoli ed inadeguato a risolvere i problemi che ha creato (dall’ambiente alle diseguaglianze).

Al Capitalismo soprattutto va addebitato l’avvio di un meccanismo infernale basato sulla competizione totale di cui non si vede la fine.

Da queste considerazioni nasce una lettura, che viene esplicitata nei tre capitoli del volume, volta ad analizzare soprattutto le cause di fondo della crisi e di ipotizzare – come si è accennato – strumenti originali incentrati su un “nuovo umanesimo”.

II – Nella “Parte Prima” (“Uno sguardo da lontano” pag. 15-59) viene ricordato il titolo di un libro dell’antropologo Claude Lévi Strauss (“Le regard éloigné”), che doveva rispecchiare l’essenza dell’approccio etnologico basato su una simbiosi tra teoria e pratica e la preoccupazione di completezza nel proporre la materia dopo una vita di ricerca, per affermare che l’approccio dell’analisi della complessa dinamica economica non può, contrariamente a quanto si è spesso fatto, essere basato prevalentemente su una concezione dell’economia come una scienza assoluta che si fonda sull’uso di complicate funzioni matematiche capaci di costruire prodotti finanziari basati su un’articolata diversificazione di investimenti che si presumeva potesse restare sempre in equilibrio. Non si è cioè compreso che l’ingegneria finanziaria non era in grado di superare contraddizioni di natura prettamente umana ovvero non calcolabili mediante statistiche e econometria.

I modelli macroeconomia si sono perciò rivelati abbastanza inefficienti perché avevano la presunzione di escludere incertezza ed imprevedibilità dalle vicende umane talché non si è previsto che agli eccessi avrebbe fatto seguito la crisi.

Inoltre sul mondo dell’economia il dato immediato serve a condizionare il presente piuttosto che a comprenderlo nell’ambito di un interpretazione di un lungo processo d’ordine strutturale.

In conclusione è indispensabile un approccio inter-disciplinare (antropologia, psicologia di massa, sociologia, demografia, sviluppo tecnico).

In questa parte vengono elencate le molteplici cause della crisi (i regolamenti bancari, le politiche della Federal Reserve, le società di rating, le speculazioni, la bolla immobiliare, i prodotti derivati etc.) ma si punta l’indice su quella che viene considerata dagli autori l’errore di fondo ovvero la convinzione che il modello capitalistico rimanga pur sempre valido e che attraverso l’econometria con il suo apparato sofisticato di funzioni il mercato trovi costantemente, prima o poi, il suo equilibrio purché sia ritrovato il moralismo perduto (E. Gotti Tedeschi su “Il Sole-24 Ore del 13.02.2010).

A giudizio degli autori di questo saggio la crisi è, invece, di natura strutturale non nel senso, però, di una crisi definitiva del capitalismo per auto-esaurimento bensì del tramonto di un modello di accumulazione, di un sistema di regolamentazione e di una gerarchia geopolitica non più estendibili.

La recessione sarebbe il risultato di una precedente fase di espansione caratterizzata da un salto tecnologico capace di imprimere una forte crescita del saggio di profitto spinto da una notevole impennata della produttività e dall’apertura di nuovi settori di accumulazione.

L’inversione del ciclo espansivo in recessione si verificherebbe quando la crescita degli investimenti supera la possibilità di assorbimento del sistema a partire dal limite imposto dai consumi della popolazione.

L’espansione a quel punto rallenta. Ogni nuovo investimento riscontrerà saggi di profitto più modesti, gli investimenti diminuiranno, il settore di beni capitali dismetterà attività creando disoccupazione, scemerà ancor più la domanda.

Si passerà così dalla crescita ad una brusca frenata, prima, quindi alla crisi vera e propria.

La crisi, secondo questa scuola di pensiero, non sarebbe un’anomalia dell’accumulazione capitalistica ma sarebbe connaturata con gli stessi meccanismi di fondo della produzione.

Essa cioè si verifica dove il mercato non è riuscito ad allocare le risorse nel modo corretto e questo non per un errore ma per il suo intrinseco modello di crescita.

Nell’ultima crisi è apparso, dagli anni ’80, un fenomeno centrale e peculiare per la sua durata: l’incremento straordinario del ruolo del credito non solo nella sua funzione di allocazione del capitale ma anche in quella di sostegno ai consumi ed agli investimenti privati e pubblici a debito.

Mentre si alzava il saggio di profitto, riducendo la massa salariale, si tenevano cioè abbastanza alti i consumi attraverso l’indebitamento nelle sue varie forme.

In altri termini la finanza è stata lo strumento con cui è stato possibile sostenere un tale modello e contemporaneamente produrre quello che gli autori chiamano “capitale fittizio” il quale ha contribuito in maniera determinante a tenere alti i profitti, a gonfiare i patrimoni ed in tal modo ad incrementare i consumi.

L’economia a debito (debito pubblico e privato) è ancora operante e conferma la fragilità del contesto macro-economico attuale.

III – Nella “Parte Seconda” (“Dove va il capitalismo della crisi?”) vengono affrontate le teorie e l’azione a supporto del capitalismo della crisi ovvero di quel sistema che, secondo gli autori, in definitiva l’ha prodotta ed a cui non si intende rinunciare in quanto non si concepisce nulla al di fuori di esso.

I provvedimenti adottati dai Governi hanno operato «in supplenza» del mercato perché questo non era stato capace di auto-regolamentarsi ed in quanto che l’ormai famoso “troppo grandi per fallire” è diventato un assioma.

E’ stato così sovvertito il peculiare cliché liberista che assegnava al mercato e solo ad esso il metro per la sopravvivenza di un’azienda.

Il quadro e le possibilità di uscire dalla crisi risultano complicate soprattutto dalla circostanza che non sembrano esservi paesi guida all’orizzonte capaci di prefigurare una fuoriuscita comune dalla crisi.

L’Occidente ristagna ed i paesi emergenti, quantunque mantengano tassi di crescita importanti di per sé, non possono rappresentare un modello non foss’altro per i modesti standard di partenza.

La soluzione potrebbe essere trovata nell’insieme dell’economia cioè nella globalizzazione.

Questa, però, coma ha ricordato l’economista Deaglio[1], “è stata ben più di una semplice apertura commerciale tra paesi, di una crescente inter-dipendenza tra sistemi economici nazionali, di una crescente libertà d’azione per le multinazionali.

Ha costituito, in realtà, un sistema a se stante con regole ed organi propri in grado di sovrapporsi ai sistemi economici nazionali e regionali (come l’Unione Europea) ed alle entità politiche che li rappresentano. Ha cercato di stemperare l’identità dei paesi e gruppi di paesi partecipanti in un unico meccanismo di mercato governato da norme e comportamenti in vario modo ispirati a quelli in uso negli Stati Uniti.

Ciò avrebbe generato, secondo Deaglio, un forte rallentamento, se non addirittura un’inversione di tendenza, in quanto si starebbero affermando «processi di de-globalizzazione» a fronte delle contraddizioni frutto dell’impossibilità di realizzare una crescita generalizzata e lineare su scala mondiale.

L’adozione dei principi del libero mercato ha assunto, per conseguenza, connotazioni diverse a secondo dei paesi.

In Cina e Giappone, ad esempio, dove è presente una simbiosi tra Stato e privati, si può notare come la presenza dello Stato vada ben oltre quella che ha caratterizzato fino a qualche anno fa paesi, come quelli europei, che si potevano definire capitalistici più o meno puri.

I paesi occidentali, tuttavia, hanno recentemente attenuato i lineamenti della globalizzazione di tipo capitalistico come avevamo conosciuto attraverso interventi di natura pubblica.

Si assiste, per conseguenza, ad una certa omogeneizzazione delle diverse realtà economiche e ad uno slittamento del baricentro globale dall’Oceano Atlantico a quello Indiano.

Con molta probabilità si affermerà un modello policentrico che determinerà la fine di quello iniziato con la rivoluzione industriale cioè a guida anglo-sassone.

Gli intrecci economici tra le varie aree diventeranno sempre più importanti e ciò dovrebbe scongiurare il rischio di guerre commerciali e mantenere un certo equilibrio tra le varie entità economiche anche se non sono da escludere scontri attraverso forme di protezionismo utilizzando, ad esempio, i dazi onde compensare il mancato apprezzamento del renminbi cinese [N.d.r. Nei giorni scorsi, però, Pechino, ha annunciato che il margine di oscillazione della valuta cinese rispetto al dollaro aumenterà dallo 0,5% all’1%] e riequilibrare salari ed esportazione su scala internazionale come ha prospettato Paul Krugman (v. Il Sole-24 Ore del 16 ottobre 2010) o sfruttando le regole del W.T.O. a fini discriminatori od anche concedendo forme di sostegno pubblico ai produttori nazionali.

Queste forme di guerra “a bassa intensità” rappresentano interventi non risolutivi per la ripresa economica perché, stando ai nostri autori, nel capitalismo contemporaneo vi è l’incapacità di risolvere le proprie contraddizioni.

IV – Nella “Terza Parte” dello studio (“Cambiare, ovvero farla finita con il capitalismo”) si individua nel venir meno dei principi fondamentali della libera concorrenza secondo cui «le nuove combinazioni portano all’eliminazione delle vecchie appunto attraverso la concorrenza»[2] che spiega «il processo di ascesa e caduta economica e sociale di individui e famiglie proprio dentro questa forma di organizzazione»[3].

Il capitalismo, secondo J. Schumpeter, si caratterizza e riesce ad essere superiore ai sistemi che l’hanno preceduto in virtù di un’incessante capacità di sviluppo endogena in cui i meccanismi della concorrenza creano combinazioni tra innovazioni produttive, tecniche ed organizzative.

Sempre secondo l’economista moravo il principio guida dello sviluppo è l’affermarsi ciclico di quella che definiva «distruzione creatrice» che consente periodicamente di sconquassare il meccanismo di accumulazione attraverso nuova offerta che soppianta quella vecchia e dà nuovo smalto all’intero sistema.

Questo meccanismo – a detta degli autori – non viene più perseguito (anche se nel passato non è stato facile metterlo in atto a causa dei vari escamotages utilizzati come i cartelli, gli oligopoli, i monopoli etc.).

Il capitalismo contemporaneo ha, infatti, prodotto imprese grandi al punto di non potersi permettere di vederle fallire pena l’entrata in crisi dell’intero sistema.

E’ stata, per conseguenza, accettato il principio «too big to fail» cioè il divieto di far fallire le imprese troppo grandi.

In quest’ottica il sistema produttivo attuale lega le remunerazioni espressamente alla vendita dei prodotti e la crescita della produttività viene perseguita attraverso la riduzione dei costi in particolare quelli del lavoro e non più, come nel passato, attraverso l’organizzazione produttiva, le innovazioni tecniche di processo e/o di prodotto.

Donde la c.d. flessibilità contrattuale.

In tal modo il rischio d’impresa si riduce per il capitale scaricandosi sul lavoro. Quest’ultimo, mentre perde progressivamente posizioni nei confronti dei profitti, viene coinvolto negli andamenti del mercato.

Con il processo di globalizzazione e di de-localizzazione vi è la ricerca costante di un costo minore di cui fa le spese il lavoro che – secondo gli autori – è messo all’asta su scala internazionale.

Inoltre con la crisi vi è la tendenza ad un’accentuata concentrazione finanziaria ed industriale (si è calcolato che per il solo 2010 sia aumentata del 10%).

Contemporaneamente si verifica un’espansione di tutti gli strumenti atti ad attirare gli investimenti: finanziamenti pubblici in molteplici forme, sconti fiscali, incentivi, isole extra-territoriali.

In conclusione la dimensione del capitale e la logica della globalizzazione hanno scaricato gran parte dei rischi e dei costi d’impresa sui lavoratori e una rilevante quota della sfida concorrenziale sugli Stati.

Si è avuta una specie di protezionismo internazionale delle grandi banche e dei grandi gruppi industriali nel senso che più tali soggetti sono nelle posizioni più elevate lungo la scala dimensionale e meno concorrenza è rintracciabile.

L’applicazione delle ricette Keynesiane (investimenti pubblici per aumentare la domanda aggregata ed attivare in tal modo il moltiplicatore e l’acceleratore capaci di far crescere profitti ed occupazione eventualmente nel quadro di un nuovo accordo tra produttori) presenta, però, dei limiti ed è soggetta a condizioni.

La crescita della domanda attraverso il disavanzo pubblico è limitata, invero, dalle condizioni del paese (v. i casi Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna ed anche – seppure in misura minore – Italia).

Risulta infatti difficile nel tempo rifinanziare un debito considerato sempre meno solvibile e per ciò stesso sempre più oneroso con il conseguente aggravamento del bilancio pubblico.

Vi è poi il rischio che, affidandosi al debito pubblico, i Governi si mettono – come ha ricordato Jacques Attali[4] – gradualmente nelle mani dei mercati.

Per ovviarvi non ci sono che due soluzioni: non ripagare il debito sovrano o realizzare la crescita economica che consente il risanamento e grazie al conseguente aumento delle entrate fiscali consente il rimborso del debito.

La prima soluzione è per vari motivi scarsamente praticabile. Non semplice da attuarsi anche la seconda.

Secondo gli autori il problema della crisi del capitalismo attuale è, però, di natura strutturale nel senso che si tratta di una crisi della struttura e della regolamentazione economica del precedente ciclo di accumulazione a cui si somma una crisi sociale ed ambientale che segna nuovi limiti alla stessa concezione capitalistica dello sviluppo e della crescita.

Il sistema capitalistico necessita di profondi correttivi ma allo stato non appaiono sistemi alternativi.

La questione ambientale, che è frutto degli errori e degli eccessi dell’odierno sistema produttivo basato nel profitto con una visione di breve termine che comporta una competitività esagerata, necessita di misure urgenti prima che sia troppo tardi per l’intero pianeta stante anche la limitazione delle sue risorse.

E tali interventi non possono essere lasciati alle forze del libero mercato bensì ai Governi ed alle istituzioni internazionali i quali, però, fino ad ora si sono dimostrati alquanto inefficienti (v. i modesti risultati ottenuti a Kyoto ed in altre assise internazionali).

Per cercare di risolvere questi enormi problemi, che il sistema non sembra in grado per la sua stessa natura a portare a soluzione, occorre, a giudizio degli autori, “rifiutare la competitività per rovesciarla”.

Per raggiungere tale obiettivo è necessario che si instauri una saldatura tra i lavoratori dei paesi a capitalismo avanzato e quelli dei paesi emergenti su tematiche d’interesse comune formulando cioè clausole sociali internazionali di settore e generali.

Ad esempio il livello dei salari dovrebbe essere correlato al P.I.L. “pro capite” di ciascun paese dove una multinazionale investe ed anche condizionare gli investimenti in paesi emergenti al mantenimento dei livelli occupazionali e salariali degli stabilimenti esistenti pena la requisizione degli stessi da parte dei lavoratori sulla base del modello argentino.

Bisognerebbe inoltre superare la logica secondo cui la crescita rappresenta l’unica determinante per uscire dalla crisi trovando una sintonia tra tutela del lavoro e sostenibilità ecologica.

Il che richiede una riconversione del sistema energetico mondiale che, se realizzato (cosa non facile), presenterebbe il vantaggio, pur necessitando di enormi investimenti, di generare una crescita del P.I.L..

Sarebbe inoltre opportuno che i bisogni sociali assumessero un ruolo più centrale.

Se i problemi sono globali non è possibile prescindere da questa dimensione per la loro reale soluzione.

La soluzione del problema della ipercompetitività del capitalismo non potrà che essere economica, sociale e politica nello stesso tempo.

Gli autori sono convinti che la trasformazione o sarà lo sviluppo di una critica e di una rottura al dominio capitalista, coniugato con nuove forme radicalmente democratiche di gestione della società e dell’economia, oppure non avrà luogo.

Nella “Postfazione” il prof. Riccardo Bellofiore ripercorre con sapienza le varie fasi dell’odierna crisi e le misure adottate sulla base delle due essenziali concezioni di politica economica che si sono susseguite in questi anni: il primo neo-liberismo quello cioè dei primi anni ’80 ed il secondo dalla seconda metà degli anni ’80 che si può denominare neo-liberismo monetarista essendo incentrato sulla politica monetaria della Banca Centrale che è diventata il prestatore di prima istanza che fa affluire endogenamente moneta ed accompagna la crescita della liquidità.

Si è così sicuri che i prezzi delle merci non aumenteranno (v. la politica statunitense dei disavanzi gemelli cioè della spesa pubblica all’interno ed all’esterno, commerciale e di parte corrente) in forza di spinte salariali praticamente inesistenti e si cerca di recuperare l’aumento dei prezzi delle materie prime attraverso una deflazione salariale.

Un meccanismo ritenuto “virtuoso” visto che indirettamente crea domanda e traina la produzione di lavoratori sempre più sfruttati.

Ci sono in questo meccanismo spinte “shumpeteriane” ma non sono sufficienti. Occorre, affinché il circuito monetario si chiuda dal lato della domanda, che ora aumentino, oltre agli investimenti, altre componenti della domanda autonoma.

La domanda pubblica è però compressa a causa dei disavanzi statali e le esportazioni nette non esistono a livello mondiale.

Visto che i consumi provenienti dal reddito non potevano essere la soluzione, il nuovo meccanismo si è allora incentrato sui consumi “autonomi” cioè indipendenti dal reddito stimolati dall’esplosione di quella ricchezza fittizia il cui aumento sempre più rapido era legato a filo doppio alla nuova politica monetaria.

Nel circuito del capitalismo è entrata la “finanza” attraverso, principalmente, l’indebitamento delle famiglie.

Per uscire da questa situazione il prof. Bellofiore avanza, per ridurre la disoccupazione, tra le altre, l’idea di un diverso intervento dello Stato con una politica della spesa pubblica che abbia il coraggio di distinguere tra “cattivi” disavanzi (cioè quelli automatici e che sono il frutto dell’incapacità di gestire le economie orientandole verso un autentico pieno impiego) ed i “buoni”.

Se ad esempio si investe nelle infrastrutture, nella ricerca, nell’educazione, nella sanità, nella protezione dell’ambiente i costi relativi devono essere visti come una “risorsa”.

Deve essere, insomma, ben definito cosa s’intenda per «investimento pubblico».

E’ necessario inoltre arrivare ad una più vincolante regolamentazione della finanza.

* * *

Questo tentativo di recensione ha una lunghezza forse inusuale ma ciò è dovuto, oltre che alla non improbabile inadeguatezza al compito dell’estensore, alla ricchezza delle problematiche esposte nel saggio corredate da numerose e pertinenti citazioni teoriche e dati che rendono ardua la sintesi.

Ci sembra di poter concludere dicendo, (parafrasando una frase di W. Churchill circa il sistema democratico): «Il sistema capitalistico è pessimo ma non ne conosco di migliori».

Ciò non significa, nella maniera più assoluta, che non s’impongano profonde modifiche del medesimo, segnatamente in materia di regolamentazione della finanza, e che i problemi sollevati dagli autori e le soluzioni ipotizzate non debbano essere presi in seria considerazione.


[1] – Marco Bertorello lavora nel porto di Genova ed è dirigente della FILT-CGIL nel capoluogo ligure. Ha scritto alcuni saggi (“Il movimento di Solidarnosc”; “Dalle origini al governo del paese”; “Un nuovo movimento operaio”; “Dal fordismo all’accumulazione flessibile”). Collabora con la rivista “ERRE”.

– Danilo Corradi è dottorando in Storia Economica all’Università di Roma “La Sapienza”. E’ insegnante precario di Storia e Filosofia nei Licei. E’ autore di vari articoli sulla crisi e sulle riforme dell’istruzione (ed. ERRE). Ha curato, sempre per la rivista “ERRE”, il volume collettaneo: “Studiare con lentezza” (2006).

Riccardo Bellofiore, insegna Economia Monetaria e Storia del pensiero economico presso l’Università di Bergamo. Autore di vari studi tra i quali i recenti: “Da Marx a Max?”; “Un bilancio dei marxisti italiani del Novecento” (ed. Manifesto libri, 2007).


[1] “Postglobal” ed. Laterza, 2004, pag. 59.

[2] J. Schumpeter: “Teoria dello sviluppo economico” pag. 68, ed. Eras, Milano 2002.

[3] J. Schumpeter: “Teoria dello sviluppo economico” pag. 68, ed. Eras, Milano 2002.

[4] «Come finirà? l’ultima chance del debito pubblico», Fazi Editore, 2010.


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