LEZIONI DALLE ELEZIONI USA

Nel capolavoro di Agatha Christie “Dieci piccoli indiani” (titolo originale, oggi da bachettata sulle dita, “Ten little niggers”), dieci apparentemente irreprensibili ospiti di un misterioso anfitrione vengono uno dopo l’altro eliminati, in conseguenza di loro antiche e ben occultate nefandezze.

Similmente avvincente è  lo spettacolo delle primarie repubblicane,  esempio di democrazia vera, dove la leadership di un paese si seleziona in mesi di dibattiti sui problemi del paese e di verifiche spietate sulla personalità dei candidati. La differenza tra democrazie anglosassoni e latine può vedersi su You Tube, nei molti filmati dei dibattiti in questione, concreti e approfonditi, pur dentro una cornice ideale di costante richiamo ai principi della Costituzione Americana. Son diversi i candidati, son diversi i giornalisti, e si vede.

Chi ama questo spettacolo, che ha i suoi difetti (la necessità di enormi risorse, il peso delle lobbies), può seguirlo in tredici imperdibili video realizzati da Mauro della Porta Raffo, per conto della Fondazione Italia USA, visionabili su www.italiausa.org. Io, nel mio piccolo, mi limito a dirvi come andrà a finire tutta la storia.

Un paio di mesi fa, proprio con MdPR lanciavamo l’ endorsement per Mitt Romney.  Sarà lui il candidato, benché non piaccia alla base dura e pura del GOP, perché non solo nessuno dei rivali può battere Obama, ma neppure riuscirà a catalizzare il voto conservatore, molto più variegato di quanto appaia in superficie.

Ben poco accomuna infatti la neostar Rick Santorum (che sparirà di scena in un amen), ultracattolico e “social conservative” con Ron Paul, l’ultralibertario “fiscal conservative” che vuole liberalizzare le droghe e smantellare l’esercito, come ben poco accomunava entrambi, politici navigati, con l’ improvvisato, estroverso  e populista re della pizza Herman Cain. Rick Perry, burinotto texano, è già fuori scena.

Dal punto di vista ideologico chi potrebbe essere la sintesi della destra del GOP è Newt Gingrich: già lo fu nel 1994 quando scrisse l’ eccellente, “Contratto con l’America” che diede al Congresso la maggioranza ai Repubblicani e consentì loro di mettere il guinzaglio a Bill Clinton e risanare i conti pubblici USA. Peccato che Gingrich sia persona dalla quale, se siete savi,  non comprereste un’ auto usata, tanto la sua brillantezza intellettuale è offuscata da una spregiudicatezza personale incompatibile con lo status presidenziale. Pochi evangelici voterebbero davvero una uomo che ha cornificato e abbandonato  due mogli (finora), e pure sposata una terza che di nome fa Callista, nonché cambiato tre religioni, e pochi seguaci dei Tea Parties appoggerebbero un noto lobbista che ha preso, per consulenze come storico (!), una valanga di milioni da un ente pubblico tra i maggiori responsabili del crac finanziario USA, nonchè confessato di aver pasticciato con i rimborsi elettorali. Gingrich accusa Romney di aver lanciato una campagna diffamatoria, ma in realtà chi ne ha bloccato l’ascesa nei sondaggi è stato Ron Paul, con un raffica di ads televisivi al vetriolo che ne sottolineavano l’incoerenza personale e politica; del resto, credeva talmente tanto lui stesso alla nomination che quando la campagna elettorale è partita, lui è partito invece per una vacanza in Grecia.

Tutti i candidati repubblicani hanno comunque avuto finora, per dirla con Warhol, il loro quarto d’ora di notorietà, tranne uno dei migliori, Jon Huntsman, etichettato come il più a sinistra solo perché nominato da Obama ambasciatore a Pechino e non del tutto negazionista sul tema del “global warming”. E’ in realtà un candidato brillante, preparato, ortodosso ideologicamente (ha iniziato la sua esperienza con Reagan), e pur essendo poco più che cinquantenne dotato di un curriculum eccezionale: imprenditore di successo, governatore di uno Stato ed ambasciatore a Pechino, con anche sette figli all’attivo (il totale dei figli dei candidati repubblicani è impressionante, considerando ance gli otto di Santorum ed i 23 – compresi quelli in affido – della Bachmann). Il suo problema  è che si tratta di una specie di clone di Romney: anche lui ex Governatore, anche lui Mormone, anche lui moderato, e gli somiglia pure fisicamente. E’ opinione generale che sarebbe un eccellente Segretario di Stato, anche se pare che proprio Romney lo detesti cordialmente.

Se Romney sarà dunque il candidato repubblicano, sarà anche il prossimo presidente USA ? La sfida è difficile, perché i Presidenti uscenti due volte su tre vengono rieletti: l’”incumbent” gioca in casa e parte sempre favorito.    Però tre motivi ci lasciano sperare:

–        Obama parte con i peggiori livelli di gradimento di un Presidente alla fine del primo mandato da quando esistono sondaggi scientifici. Meno di uno su due ne ha una buona opinione personale, meno di uno su quattro ritiene l’America ben governata, il 60% detesta la sua riforma sanitaria ed ancor di più la sua gestione della crisi economica.

–        Anche per le elezioni al Congresso gli “incumbents” partivano strafavoriti: fino a pochi anni fa, il 90% di coloro che si ricandidavano veniva rieletto, gli americani disprezzando evidentemente tutti i deputati tranne il loro. Ma dalla ascesa dei Tea Parties, il clima è molto cambiato, e spesso essere un deputato o Senatore uscente diventa oggi addirittura un handicap.

–        La elezione del Presidente USA, infine e soprattutto, è questione più semplice di quanto si pensi: visto il sistema elettorale, che attribuisce al vincitore in uno Stato tutti i suoi voti elettorali, e visto che oltre i due terzi degli Stati sono saldamente democratici o repubblicani, tutto dipende dal risultato in una dozzina di zone grigie, gli “swing States”. I principali sono la Florida, la Virginia, la Pennsylvania, l’Ohio, il Colorado.  In questi Stati, Romney appare in chiaro vantaggio su Obama, e se candiderà a Vice Presidente, come molti pensano, Carlo Rubio, giovane Senatore ispanico della Florida astro nascente della destra repubblicana, si assicurerà in un solo colpo i voti della Florida, quelli di molti latinos di per sé più vicini ai democratici (e quindi Colorado e New Mexico),  e quelli dei tea parties altrimenti molto freddi verso il poco rivoluzionario Romney.

Solo una spettacolare ripresa dell’economia, che porti ad Obama gli Stati che votano solo guardando ai posti di lavoro (Pennsilvanya, Ohio, Michigan soprattutto) può rimettere in sella il Presidente uscente. Se il prezzo per altri quattro anni di Presidenza democratica sarà una grandiosa ripresa in grado di trascinare l’ Europa, potremmo quindi pure pagarlo, anche perché Karl Rove, il perfido e bravissimo consigliere elettorale di Bush, non si sbilancia sul vincitore ma garantisce che il prossimo Senato, oltre al Congresso, sarà a maggioranza Repubblicana, e quindi in grado di influenzare fortemente l’agenda presidenziale.

I repubblicani devono solo evitare due errori. Non devono identificarsi  con gli ultramilionari, ma spiegare che il loro programma antitasse è quello più adatto alla middle e working class: pochi sanno che oggi, grazie alle riforme fiscali repubblicane, il 10% degli americani più ricchi paga oltre il 50% delle tasse federali, e la metà più povera ne paga meno del 10%. Né devono focalizzarsi, come la perdente Bachman, su temi controversi da macchietta repubblicana (“God, guns & gays”), ma, come Cain, Paul e Romney, sull’economia, la libertà dall’oppressione statale ed il rilancio del paese. Il GOP, insegnava Reagan, deve essere un partito che fa leva sulle speranze degli americani, non sulle loro paure.

Soprattutto, non devono cominciare a scannarsi, come pare intenzionato a fare Gingrich contro Romney : se invece che per vincere si corre per far cadere il rivale (e l’Economist già ipotizza un “no contest” che costringerebbe la Convention a nominare uno dei popolari Governatori repubblicani che non sono scesi in campo, come Mitch Daniels o Chris Christie), sarebbe un bel rischio di suicidio perfetto. Meglio ricordarsi che il sopracitato libro di Agatha Christie fu anche tradotto con il titolo “E poi non rimase nessuno..”

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