PROF. FORNERO: BOCCIATA!

Diceva Leo Longanesi di Benedetto Croce che “non capisce, ma non capisce con autorità e competenza.” Speriamo che lo stesso giudizio non abbia a darsi, a cose fatte, al Presidente Monti ed al suo “wonderteam” di Ministri tecnici.

Il sospetto che la manovra Monti sia la manovra di qualcuno che non capisce che il problema italiano, assieme a quello di un “quick fix” sui conti che rassicuri i nostri creditori, è il livello insostenibile della spesa pubblica, legato alla mancanza di crescita, è già stato segnalato da molti: speriamo che il Nostro abbia pronta una “fase 2” in questa direzione, senza la quale non avrebbe senso lasciar campare, per dei liberali, questo governo fino al 2013.

E’ doveroso qui invece criticare proprio quella parte di manovra che molti “rigoristi” hanno osannato, e cioè la riforma delle pensioni del Ministro Fornero, che simpatizza umanamente con le sue vittime, come il Leone Marino di Lewis Carroll, il quale benevolo invitava a cena le piccole ostriche per poi mangiarsele.

La prof. Fornero è una apprezzata esperta di questioni previdenziali, e conosce dunque la materia. La sua riforma sembra però confermare ciò che le aziende sanno da tempo: non mettere mai un superspecialista a gestire realtà complesse, perché cercherà di adattare la realtà alla sua dottrina anziché viceversa, come fanno ahimè spesso i pianificatori (ed un governo di tecnici, lo tengano a mente i liberali, rischia sempre di essere un governo ad un troppo elevato tasso di ingegneria sociale).

Cosa non va, nella riforma Fornero ? Sottolineo tre aspetti.

Il primo non è ideologico, ma piattamente umano. Delle lacrime della Fornero non ce ne frega nulla, il problema è che una riforma strutturale deve spalmare i sacrifici in modo equo e distribuito, non concentrarli su una minoranza di persone che si trovano per caso nel posto sbagliato nel momento sbagliato. Se la necessità di elevare l’età pensionabile è sacrosanta, il rinviare di botto il pensionamento fino a cinque anni da un mese all’altro avrà conseguenze micidiali su molte decine di migliaia di persone, ad esempio quelle che hanno lasciato il lavoro, spesso tutt’altro che volontariamente, nei mesi passati contando su una imminente pensione, e che ora si trovano per anni privi di reddito. Est modus in rebus, uno scaglionamento più ragionato, come fatto già dal Governo Berlusconi con lo “scalone Maroni” poi annullato dal lungimirante Prodi, sarebbe stato più sensato e civile.

Come far quadrare i conti e spalmare i sacrifici, allora ? La soluzione del blocco delle rivalutazioni è sacrosanta, ma andava giocata in modo diverso, più forte e più equo. I pensionati con regime retributivo sono i veri privilegiati, in termini di rapporto tra contributi versati e pensioni percepite, e loro vanno colpiti prima di tutti, con la ottima giustificazione morale ed economica che sono principalmente le loro pensioni ad essere a rischio “default”. Il blocco doveva dunque essere, escluse le pensioni minime, di un anno per quelle più basse, di due o più per quelle intermedie e di tre o più per quelle più elevate, non per punire i benestanti, ma perché più alta è la pensione, maggiore è la quota della stessa generata a carico della collettività e non dei propri versamenti. Questo avrebbe prodotto più risparmi e ridotto le sperequazioni tra pensionati e pensionandi: o riteniamo giusto che, a parità di stipendio, un nato nel 1955 riceverà, a partire dai 66 anni, una pensione inferiore a quella che un nato nel 1945 ha iniziato a percepire a 55 anni ?

L’ultimo punto, ed il più grave per un liberale, riguarda la rigidità del sistema futuro. La stragrande maggioranza dei cittadini andrà ora, e giustamente, in pensione con il regime, in tutto od in gran parte, contributivo. Si tratta quindi non di soldi dello Stato, ma di soldi nostri, amorevolmente e forzatamente gestiti dall’ INPS. E’ il tesoretto che deve bastare alla nostra vecchiaia.

Siamo forse degli incapaci, dei beoni e donnaioli, o compulsivi frequentatori di casinò, che non possiamo decidere da soli cosa farne ? Poiché questo capitale darà comunque una rendita rapportata alla aspettativa di vita, perché diavolo deve essere la signora Fornero, e non piuttosto io stesso (o la signora mia gentile consorte nonché amministratore unico delle mie finanze), a decidere se andare in pensione a 60 anni con cento cucuzze mensili, piuttosto che a 66 con il 30% in più ? E’ da sempre mio sogno ritirarmi dal lavoro ancora vigile e senza pannolone, ho un più che accettabile gruzzolo accantonato all’ INPS, sono comunque  disposto a rinunciare per questo a qualche piccolo lusso: chi diavolo è la Prof. Fornero per impedirmelo ?

Ma prendiamo casi più drammatici: vi sono persone che, senza arrivare all’invalidità, faticano davvero a lavorare ed hanno magari salute precaria ed aspettativa di vita limitata: ma quale ottusa crudeltà vuole trattarli con la logica del pollo di Trilussa, come se tutti morissimo d’incanto ad 83 anni ? Sono soldi nostri, NOSTRI, capito, ministra ? Accettiamo il risparmio forzato presso l’INPS, ma come condurre la nostra serena vecchiaia è affar nostro, non suo, per cui quella finestra flessibile dai 62 ai 70 anni, da Lei bizzarramente proposta proprio per chi non ha bisogno (i pensionandi di anzianità con il retributivo), la introduca per tutti noi, ed ognuno si godrà la sua maggiore o minore rendita secondo suo gusto.

Questa è l’unica riforma liberale delle pensioni, che risponde non solo al concetto di giustizia che avevano già gli antichi romani (unicuique suum tribuere), ma anche alla realtà del mondo vero e non di quello dei libri, un mondo in cui, al di là delle scelte individuali, molti sessantenni un posto di lavoro semplicemente non ce l’avranno. Costoro si troveranno nella infame e paradossale situazione nella quale si trovano molte aziende creditrici da anni di somme dallo Stato: sul lastrico pur avendo ricchezze, custodite dal Drago pubblico che non lascia entrare nessuno nel Castello. Il primo Cavaliere, (“Il Cavaliere” per antonomasia) contro questo drago non ha combinato granché, speravamo nel secondo, ma cominciamo a dubitare.

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