MONTI, TASSE E PUTTANE

Al pio, austero Professor Monti mi permetto di dare questo consiglio: prima di ritassare le nostre case, sulle quali già pesa una opinabile IRPEF, metta le mani – si fa per dire- nelle tasche delle prostitute.

La legalizzazione della prostituzione è del resto esigenza talmente ovvia, che dovrebbe reclamarla non “Cartalibera”, ma il Presidente Napolitano. Il gettito fiscale derivante, cospicuo quanto  l’ esercito di professioniste/i  e , suppongo, le loro tariffe, sarebbe frescura deliziosa nelle  gole riarse del bilancio, ma  è solo una di tante buone ragioni.

Basterebbero le altre: togliere dalle grinfie della malavita un enorme boccone, bloccare flussi immigratori irregolari, tutelare la salute pubblica, migliorare il decoro delle nostre città, far uscire da situazioni orrende decine o centinaia di migliaia di ragazze. Si sanerebbe poi una ferita giuridica e morale, che la Senatrice Merlin ci inferse nel 1958, e che ancora offende la nostra sensibilità liberale.

I bordelli furono chiusi perché le donne, si diceva, vi erano sfruttate, vittime di una violenza maschile ancor peggiore perché a norma di legge. Importante nel dibattito fu, allora, un libretto che si chiamava “Lettere dalle case chiuse”, che raccoglieva testimonianze di prima mano sulla vita triste e squallida delle signorine.

Triste e squallida, in molti casi, era dir poco: tipico della mentalità progressista fu però il non domandarsi se la riforma avrebbe di fatto aumentato o ridotto la tristezza e lo  squallore. L’obiettivo della legge era dimostrare che il legislatore, anima sensibile, non resta fermo di fronte alla sofferenza, ma agisce ! Agendo, le Senatrici Merlin di tutte le epoche salvano la propria falsa coscienza, dormono tranquille e raccolgono, pudiche, elogi ai convegni, mentre gli oggetti del loro buon cuore si trovano, d’abitudine, in guai seri, e stanno ben peggio di prima, ancor più spesso quando l’anima dirigista si sposa a quella proibizionista, che vuole mettere sanzioni di Stato dove quelle sociali in genere bastano.

Se si scrivessero oggi le “lettere dai marciapiedi aperti”, se i parenti delle migliaia di vittime lì infettate  si indignassero, secondo nuova moda, e chiedessero agli eredi della Merlin adeguato risarcimento, forse ragioneremmo seriamente su un tema che si dibatte, quando capita, con goliardia e risatine chiocce.

Proviamo a ragionare, e  provi qualcuno a spiegarmi perché una donna può fare del proprio corpo quel che vuole, compreso eliminare una vita che esso contiene, ma non può in modo confacente alla legge concordare con un adulto consenziente del sesso a pagamento.

Non occorre sposare alcuna teoria sulla liberazione sessuale per pensare che quel mestiere, non a caso detto il più vecchio del mondo, sarà sempre apprezzato dal mercato, e nel mercato debba stare. Personalmente infatti considero triste il sesso senza affettività, e non partecipo affatto alla glorificazione mediatica della quale le puttane godono da qualche tempo. Si sa che se al cinema incontrate una di quelle, come personaggio intendo, come del resto un travestito, un clandestino, un sieropositivo, un carcerato matto o qualsiasi cosa che non sia un povero pirla piuttosto normale come me, si tratterà per cliché di un esserino buono e caro, essendo il borghese, novello maggiordomo, l’ inevitabile assassino. Pur non avendo tanti pregiudizi nei confronti della categoria, qualcuno dunque ce l’ho, se è consentito dalla legge ancora avere dei pregiudizi, del che non son sicuro.

Non le amiamo, come categoria, le prostitute, eppure vorremmo vederle stare meglio, e così i loro clienti, ed anche i neutrali cittadini e contribuenti, e peggio invece protettori e trafficanti. Pur tiepidi verso gli albi professionali, qui lo potremmo consentire, per garantire la salute ed il decoro. Si eserciti in luoghi adatti, con discrezione, si certifichi l’assenza di malattie contagiose, magari si documenti con procedura ISO 9000 anche l’età, il sesso  e la data di scadenza (questo è un contentino per i goliardici immaturi). E si paghino le tasse, su tariffari trasparenti, già noti agli antichi romani. Si incoraggino forme di associazione, ci si industri per garantire la protezione dagli ex protettori e da maniaci e violenti. Legalizzando, si eviterebbero a vecchi troppo soli e giovani inesperti, ed alle esercenti stesse, le distorsioni del mercato che sempre il proibizionismo porta: costi di intermediazione folli e quindi prezzi esagerati, merce scadente, condizioni contrattuali non garantite e protette, e si lascerebbe qualche poliziotto libero di far qualcosa di più serio.

E’ un mercimonio, d’accordo (parola che a noi liberali non suona poi oscena) ma che almeno sia un mercimonio che lo squallore e la tristezza li riduca, e non esasperi e diffonda,  umiliando ancor più i protagonisti  e procurando estesi danni collaterali anche a chi con i protagonisti non ha nulla a che fare. Pare del resto che più persone frequentino prostitute di quante guardino il TG3 o Emilio Fede: per noi liberali, ognuno è libero di essere perverso a modo suo, ma il mercato funziona anche nelle perversioni.

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