IL “VANGELO SECONDO MATTEO”: UNA BUONA NOVELLA ?

Da scettici blu, come si diceva un tempo, non abbiamo mai dato molto peso al “ggiovane” Matteo Renzi, e forse ci siamo sbagliati. Abbiamo infatti letto per voi, devoti e pigri lettori, i cento punti nei quali si declina la sua proposta, e, sorpresa!, l’abbiamo trovata, al palato liberale, discretamente potabile.

Non perché sia “giovanilistica”: i giovani fanno bene tante cose, ma non la politica (anzi è giovanilista una delle poche idee davvero cretine tra le cento, quella di dare il voto ai sedicenni). Nemmeno perché voglia “rottamare”: il bellicoso confronto tra le élites è da sempre il cuore della politica, è quindi “rottamazione” solo lo slogan di una fazione (che ancora deve dimostrarsi migliore) contro l’altra, slogan efficace ma troppo grillino ed inurbano per i nostri gusti borghesi.

La ragione dell’interesse dei liberali sta invece nel programma, nello stile, e nei testimonial, che sono tutti  l’opposto di quelli che avrebbero scelto Veltroni e Vendola, intesi come i più orrendi interpreti di quella molle e letale ideologia che vuole governare i popoli con le chiacchiere, pardon “narrazioni”, essendo invece la politica semplicemente decisione e conflitto, come concordano Carl Schmitt ed i grandi liberali.

Renzi, benché democristiano,  non pratica il “ma anche” né quel buonismo ipocrita di sacrestia, che Papini definiva “pecorismo nazareno”, che è l’altra faccia della truculenza rosibindiana, perché si sa che i buonisti hanno sempre pronto il kalashnikov per chi sta fuori dal coro. Mi costa dirlo, perché chi milita nel PD qualcosa di sbagliato lo deve avere, ma devo dirlo, documento dei cento punti alla mano.

Prima di esaminarli, un cenno ai “testimonial”: più che le presenze, vanno lodate le assenze. NON c’era il classico, lagnoso precario; NON c’erano il classico sindacalista, insegnante, disoccupato, cassintegrato, pensionato, studente indignadi, supponenti e lagnosi. Non c’era cioè l’ Italia peggiore, che sta nel nido pigolante a bocca aperta in attesa che qualcuno la imbocchi. C’erano, assieme a qualche Baricco di troppo e diversi esponenti PD, tanti imprenditori piccoli e medi, e professionisti, a parlare di quello che si può fare, e non di “diritti” a che qualcun altro faccia per noi.

Di cento punti, ne troviamo di stupidissimi due soli: far votare appunto i sedicenni  (età nella quale è doveroso essere irresponsabili, e soprattutto non pagano le tasse), e dare la cittadinanza secondo il “jus soli”, come in USA (sia cioè cittadino italiano chiunque nasca in Italia). In USA però una straniera incinta di sei mesi non ci può entrare, e ad accogliere i clandestini non c’è Don Colmegna ma texani armati e rottweiler affamati.

Alcuni altri non li condivido, ma non mi scandalizzano: un servizio civile obbligatorio di qualche mese (chi vuole fare volontariato sa già a chi rivolgersi, credo bene), imposta sulle transazioni finanziarie (“n’artro..” ) e sui grandi patrimoni (consigliabile, Einaudi docet, solo in via sostitutiva e non aggiuntiva alla imposta sul reddito), aliquote fiscali agevolate per inserire le donne nel mondo del lavoro (idea eticamente indigeribile, stranamente condivisa anche dal nostro amico Luigi Zingales) , più una serie di banalità e vaghezze in campo ambientale (anche se mi par di ricordare un Renzi nuclearista, or non è lungi).

Su un piatto della bilancia, dunque, qualche vera baggianata e diverse discutibili appendici della tradizione progressista, che da qualche parte deve pur spuntare. E dall’altro ? Il catalogo è questo, direbbe Leporello:

–        Privatizzazione di imprese pubbliche, municipalizzate e patrimonio immobiliare dello Stato;

–        Riforma delle pensioni con estensione del metodo contributivo;

–        Sistema fiscale che punisca più le rendite che la produzione di reddito;

–        Abolizione dell’ IRAP e dei sussidi alle imprese;

–        Abolizione del monopolio dell’ Inail sulle assicurazioni sul lavoro;

–        Chiusura dei piccoli ospedali, accorpamento sedi giudiziarie periferiche, chiusura piccole Università non performanti ed incentivazione alle migliori;

–        Agevolazione della contrattazione sindacale a livello aziendale (“alla Marchionne”);

–        Mettere in competizione il pubblico non solo col privato, ma anche con altri fornitori pubblici di servizi ;

–        Liberalizzazione dei servizi pubblici locali e degli ordini professionali;

–        Abolizione del CNEL e dei sussidi alla stampa di partito;

–        Delegificazione e semplificazione del quadro normativo;

–        Adozione del quoziente famigliare (sulla quale mi spiace dissentire da Antonio Martino, ma che condivido assolutamente);

–        Abolizione del valore legale del titolo di studio;

–        Privatizzazione di gran parte canali RAI;

–        Adozione costi standard per le regioni, abolizione delle Provincie e accorpamento piccoli comuni;

–        Autonomia ai Musei;

–        Semplificazione del sistema delle gare d’appalto;

–        Carriera per merito e non per anzianità nei Tribunali;

–        Agevolazioni alla Ricerca tramite facilitazioni al Venture Capital e non sussidi;

–        Abolizione della formazione che serve solo a finanziare i formatori;

Si dirà che è, in buona parte, un libro dei sogni: può darsi, ma è in buona parte il nostro libro dei sogni, francamente più dettagliato e articolato di quanto abbia visto fare dal PdL dopo il ’94.

Si dirà anche che è incomprensibile che un politico navigato pensi di fare di queste proposte il programma elettorale della sinistra, e questo è verissimo. Questa non solo non è, nemmeno  annacquata, una piattaforma elettorale per una coalizione con Vendola e Di Pietro, ma nemmeno può essere la linea del PD, perché indigeribile alla maggioranza non solo dei suoi anziani dirigenti, ma anche ai suoi anziani militanti ed elettori. E’ vero che in qualche paese (Australia, Nuova Zelanda, anche Blair in Gran Bretagna) un leader innovatore è riuscito a vincere a sinistra su una piattaforma largamente liberale, ma solo in sistemi bipartitici dove l’elettore schizzinoso non ha alternative se non l’astensione, e non è il caso italiano.

Renzi  non ha dunque un futuro nel PD, ma gli auguriamo tutta la miglior sorte come fondatore di un nuovo movimento che tolga al PD stesso i veri convertiti al liberalismo, isolandolo a sinistra, recuperi i tanti delusi del PDL, e dia finalmente una alternativa di voto ai moderati. La concorrenza è bella anche in politica: magari noi liberali riuscissimo ad avere una scelta più varia che tra votare per poi pentirci, o astenerci e poi rischiare di pentirci ancor più.

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