UN COMITATO PER MITT ROMNEY

Appoggio l’iniziativa di Mauro della Porta Raffo, e premo perché anche in Italia, promotrice “Cartalibera”, si formi un comitato per l’elezione di Mitt Romney alla Casa Bianca. Non è certo che tale comitato possa influenzare in modo decisivo l’esito delle elezioni 2012,  ma resterà agli aderenti la soddisfazione rara di essere sia dalla parte del giusto che del vincente. Vi spiego brevemente il perché.

Romney sembrerebbe in verità non avere un pedigree ideale per piacere a delle vecchie canaglie libertario-reazionarie come noi: lo si accusa di essere Mormone, flip-flopper (leggi: ondivago), e con qualche screziatura progressista di troppo. Guardiamo allora un po’ più da vicino.

Mormoni, soprattutto nello Utah, si nasce, e non si può fargliene colpa. L’ appartenenza alla setta fondata da un John Smith (che nel 1848, quando l’Europa faceva un salto verso la modernità, sosteneva di aver ricevuto direttamente da Dio le nuove tavole della legge), la cui storia non è priva di pagine bizzarre e pure inquietanti non sembra però aver lasciato conseguenze maggiori di una certa morigeratezza; giova inoltre che acerrima nemica dei Mormoni sia la chiesa Battista, della quale è seguace Jimmy Carter. Scherzare poi sulla poligamia una volta da loro praticata (non dal nostro, devoto marito di una moglie da tempo malata di sclerosi multipla) non è “politically correct”: si offenderebbero i musulmani.

Più grave, apparentemente, la accusa di essere un “flip-flopper”, cioè di cambiare idea in funzione delle convenienze e dell’uditorio, anche su questioni importanti e di principio. Confesso però che le questioni sulle quali flipfloppa lui, sono quelle sulle quali flipfloppo anch’io: aborto, diritti degli omosessuali, riscaldamento globale. Sono temi per i quali chi ha una risposta chiara, semplice ed univoca ha quasi sempre la risposta sbagliata. Chi, come me e come Romney, è contro l’aborto ma prende atto che le legge lo consente e che un puro divieto servirebbe più a renderlo clandestino che ad evitarlo, crede nella famiglia tradizionale ma anche nel diritto delle persone di accoppiarsi come più loro garba, e ritiene infine che sul global warming ci sia ad un tempo qualche evidenza ed una esagerata speculazione, non può sposare soluzioni rigide, che piacciono agli ultras delle varie tifoserie ma dispiacciono alla pragmatica esigenza di risolvere creativamente problemi così complessi.

La accusa più insidiosa è però quella di essere un democratico mascherato. In effetti, chi torna agli anni ’90 e osserva le sue campagne elettorali per diventare senatore, e poi Governatore, del Massachusetts, trova dei toni irriverenti nei confronti dei repubblicani vecchio stampo, e vede quasi un tentativo di superare a sinistra i candidati democratici. La cosa scandalizzerà gli ingenui, non il sottoscritto: per essere eletto Governatore dello Stato più progressista d’ America, bisogna per un repubblicano per forza far proprio il detto di Bismarck, che non si mente mai di più che prima di una elezione, durante una guerra o dopo la caccia. Da Governatore, riforma sanitaria a parte, Romney ha bastonato per bene un parlamento statale democratico, risanando lo Stato sia in termini di finanze che di sviluppo del business. La riforma sanitaria che oggi alcuni criticano aveva la sostanziale differenza, rispetto a quella di Obama, di essere finanziariamente sostenibile, e dimostra comunque che l’uomo non ha paura di affrontare, e di solito vincere, sfide apparentemente impossibili. Esempio ben noto, l’aver preso in mano e trasformato in pochi mesi da disastro incombente in successo clamoroso le olimpiadi invernali di Salt Lake City. E’ lecito sospettare che la guerra in Iraq, sotto la sua guida, sarebbe stata gestita diversamente.

Una guida capace. Questo sembra essere Mitt Romney, questo racconta la sua biografia, di imprenditore di successo, CEO di successo di una delle maggiori consulting companies del mondo, politico di successo, e di una guida capace hanno bisogno oggi l’America ed il mondo.

Quattro anni fa non fu un successo la sua campagna elettorale: stufa di Bush, e non senza ragione, l’ America cercava un outsider, e lo trovò con Obama tra i democratici e Mc Cain tra i repubblicani. I candidati migliori, Hillary Clinton e Mitt Romney, rappresentavano l’establishment ed erano perdenti in partenza.

Oggi il pericolo per Romney non viene da Obama, che si presenterà alle elezioni debole come mai nessun Presidente nel dopoguerra, salvo forse Carter, ma da un altro e quasi omonimo “anti-establishment”, il repubblicano Herman Cain, che ha superato il legnoso e mediocre Rick Perry nel ruolo di contender.

Cain è un anzianotto afroamericano, già CEO nientemeno che di “Godfather’s Pizza”, preso all’inizio bonariamente in giro dal circus elettorale, ma in realtà tutt’altro che fesso. La sua semplice ricetta economica del “3×9” (9% imposta sul reddito personale, 9% imposta sul reddito societario, 9% IVA) piace a molti americani, e le sue molte soluzioni “pane e salame”, intrise di buon senso ed anche senso pratico, se non convincono gli accademici piacciono parecchio agli elettori. Se le frange più socialmente conservatrici e la parte più fondamentalista dei “tea parties” vorranno sbarrare la strada a Romney, potranno decidere di appoggiare Cain, arrivando a contrapporre alle elezioni un presidente nero che ha fallito perché nella sua vita ha fatto solo il politico, un altro candidato nero che fallirebbe perché nella sua vita il politico non lo ha mai fatto, nemmeno a livello di condominio.

Credo che il buon senso prevarrà, e che il GOP si allineerà presto dietro a Romney: anche Reagan in gioventù ebbe sbandate rooseveltiane, e questo lo rese più immune da recidive in seguito. Romney non solo ha leadership personale, competenza e standing per il ruolo presidenziale: ha soprattutto la prima virtù indispensabile per essere un buon Presidente, la “eleggibilità”. Oggi già i sondaggi lo danno in netto vantaggio su Obama, e logica vuole che questo divario cresca nel confronto diretto che sempre più si focalizzerà tra i due. Romney può prendere il voto centrista che nessun altro candidato repubblicano assorbirebbe; si dice peraltro che le elezioni USA non si vincono conquistando gli “swing voters”, ma mobilitando tutti i propri supporters: se è vero da questo punto di vista che qualche evangelico schizzinoso potrebbe non votarlo, è anche vero che la sua candidatura non genererebbe nemmeno un mobilitazione “contro” a sinistra.  Non è il Presidente che magari noi ultraliberisti sogneremmo, ma è il solo candidato che può certamente togliere ad Obama il pericoloso giocattolo con cui si trastulla, e restituirlo al suo ruolo di conferenziere.

Dopo due Presidenti che passeranno alla storia come brave persone inadatte al ruolo, è ora il momento che gli Stati Uniti mettano al timone un vero ammiraglio: forse non a caso, il democratico New York Times, nello stesso giorno, gli ha dedicato due articoli, uno di aspra critica ed un altro nel quale, commentando il suo discorso di alto profilo sulla politica estera e di difesa, lo chiama il “Chief Commander Romney”.

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2 comments for “UN COMITATO PER MITT ROMNEY

  1. GB Rosa
    27 ottobre 2011 at 14:22

    Marco Rubio, giovane, ispanico e fortemente caratterizzato a destra, pare sia uno dei favoriti per la vicepresidenza, e farebbe in effetti un buon ticket. Jindal è ancora popolare ma più controverso. Romney fu sconfitto nel 2008 perchè un candidato “istituzionale” non piaceva, in piena crisi di Wall Street.
    Non so se esista oggi una “base” GOP in Italia, ma con Mauro della Porta Raffo cercheremo di rimetterla in piedi per elezioni.

    GBR

  2. romain
    14 ottobre 2011 at 14:52

    l’articolo mi sta bene,e mi ha convinto (anche se non voto perchè italiano),solo che ho un certo rimpianto per due nomi di giovani che mi erano piaciuti, Marco Rubio della Florida e Jandal (credo) governatore della Louisiana di origini indiane. Ma perchè Romney si è fatto battere da Mac Cain nelle primarie delle scorse elezioni?Non è meglio esaminare bene le ragioni di quella sconfitta prima di procedere con Romney? Concludo con una curiosità: ai tempi di Reagan e di Bush padre esisteva un ufficietto sulla Cassia a Roma, (fra l’altro vicino a casa mia), che si batteva per il candidato repubblicano, ed era composto da americani in Italia e italiani, tutti simpatizzati per il GOP nelle elezioni americane.Esiste ancora qualcosa del genere?

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