UNA VIA LIBERALE PER RICOSTRUIRCI UN FUTURO

Una piattaforma liberale che voglia essere sia efficace che distintiva deve partire dalla affermazione di alcuni principi oggi politicamente scorretti ma non per questo meno validi e decisivi.

Il primo mito da sfatare è che questa sia una crisi del capitalismo finanziario. Non è così: dalla crisi finanziaria, originata tra l’altro più da manipolazione pubbliche del mercato che dai suoi difetti di regolazione, si sarebbe usciti come già in passato, contusi ma vitali. Quella che viviamo è invece la crisi  della finanza pubblica keynesiana in generale  e di un certo modello di democrazia clientelare mediterranea in particolare. Si fa, maliziosamente, confusione, perché si deve alla tempesta finanziaria del 2009 la recessione che ha messo a nudo l’insostenibilità dei conti pubblici europei e americani. Ma l’Euro traballa non per colpa degli speculatori, ma perché i governi di Grecia, Italia e molti altri paesi hanno fatto negli ultimi decenni debiti che non riescono più a pagare. Gli “indignados” che accusano il capitalismo finanziario, fenomeno da meglio regolare ma che è tra le innovazioni che hanno loro permesso di crescere nella bambagia, sbagliano clamorosamente bersaglio.

Il secondo principio da affermare è che il welfare non è un “diritto”: è una conquista. Non è esistito per la grandissima parte della storia dell’umanità, e non esiste oggi per la larga maggioranza degli abitanti del pianeta. Il welfare esiste, dove esiste, solo perché la rivoluzione industriale e tecnologica, la tutela dei diritti di proprietà, la liberalizzazione dei commerci e la presenza di un ordinato sistema di norme hanno consentito all’ingegno umano di agire in libertà e fornire soluzioni per uscire dalla povertà, attraverso sacrifici, duro lavoro e capacità d’impresa. La domanda di welfare sale oggi in modo esponenziale, per l’invecchiamento della popolazione e per la “teoria delle aspettative crescenti” che il sociologo Daniel Bell già cinquant’anni fa intuiva essere la spada di Damocle del sistema occidentale. Per i liberali è chiaro che a questa domanda si può rispondere solo lavorando e producendo di più e gestendo in modo più efficace le risorse prodotte, e non cercando uno Zio d’America, che sia la Germania da sfruttare, i ricchi da tassare, o i figli da indebitare, che paghi per noi.

La terza illusione è che gli Stati possano avere ricette certe per uscire dalla crisi, o creare ricchezza. Lo Stato può sicuramente distruggere ricchezza, oppure creare stimoli e incentivi alla sua produzione, ma  alla fine a far uscire il paese, e se stessi,  dalla crisi possono essere solo i cittadini, come dimostrano gli innumerevoli esempi di immigrati sbarcati da noi senza alcuna risorsa e, armati solo di voglia di sacrificarsi per un futuro migliore, diventati piccoli imprenditori ed artigiani di successo. Il problema italiano non è infatti la anomalia della sua classe politica rispetto alla società civile, ma anzi proprio il fatto che l’una si rispecchia nell’altra. L’Italia uscirà dalla crisi quando i giovani aspireranno a fare gli imprenditori e non gli avvocati, quando gli italiani torneranno a coltivare di più le proprie abilità che l’arte di vantare il diritto che qualcuno passi loro uno stipendio, e quando sarà chiaro a tutti che avere un lavoro significa produrre un reddito, non riceverlo. Se questa crisi servirà forse a qualcosa, è a dimostrare a tutti i cittadini che davvero “nessun pasto è gratis”, e quello che lo Stato ci dà con una mano, se lo riprende con gli interessi con l’altra.

Se quanto sopra è vero, occorre riaffermare il banale principio, che sembrava ovvio prima di Keynes non solo ai liberali ma anche ai socialisti riformisti, che la spesa pubblica va costruita in base alle risorse disponibili, e non ai “bisogni” dichiarati dalle varie categorie di assistiti, tutti legittimi e tutti opinabili.

Il riequilibrio va dunque effettuato sul fronte delle uscite, non delle entrate, e va effettuato guardando alla loro dinamica futura, non solo all’oggi. Pochi sembrano domandarsi il perché, da qualche tempo, ogni anno  compare per i contribuenti italiani l’incubo della “finanziaria”: quella che dovrebbe essere una normale attività di “budgeting” diventa un ricorrente esercizio di acrobazia contabile per aumentare le entrate dello Stato senza farne percepire immediatamente ai cittadini il costo. La spiegazione è semplice: le entrate straordinarie servono a coprire il costante e drammatico incremento della spesa pubblica. Come nei tumori, non è dunque tanto la dimensione che spaventa, ma la velocità con la quale cresce. Basti pensare che le proposte dei “Tea Parties” americani per tagliare le spese federali, considerate da molti un tentativo di distruzione radicale dello Stato sociale, miravano semplicemente a riportare la spesa pubblica ai livelli del 2006, cioè a recuperarne solamente la crescita degli ultimi quattro anni: un obiettivo che si è rivelato utopistico, aggredire il male sembra voler dire soltanto limitarne la crescita, non ridurlo.

Forse la ricetta utile è allora quella suggerita dall’ Economist, ed adottata dal Governo britannico: 4/5 di riduzione di spesa, ed 1/5 di maggiori entrate. Non certamente qualcosa che dà stimoli all’economia nel breve, ma l’ultima cosa della quale l’economia ha bisogno è una costante iniezione di stimoli artificiali, che danno quel sollievo che la dose dà al tossicodipendente, lasciandolo pronto a chiederne, sempre più presto, una dose ulteriore e più forte per non soccombere.

La riduzione di spesa, e del debito, è non solo indispensabile ma possibile. Anche volendo lasciare intatto quel 40% che va in infrastrutture, che se non ridotto può essere comunque certamente ottimizzato, non vi sono ragioni per non intervenire su pensioni, sanità, istruzione e sui costi della Pubblica Amministrazione.

Per le pensioni non si deve fare altro che accelerare sulla via già intrapresa, di portare tutto il sistema a contribuzione e non a ripartizione, e di legare gli importi alla aspettativa di vita. Non è necessario nemmeno mettere troppi vincoli, finestre e barriere all’età pensionabile, basta ridurre proporzionalmente l’entità della pensione e lasciare libero il cittadino di scegliere quando andare, consentendo anche una maggiore flessibilità contrattuale per i dipendenti anziani. Come già fanno molti professionisti e gli artigiani, occorre abolire il concetto di “separazione netta” tra lavoro e pensione, ed istituire un passaggio progressivo: ad una certa età si lavorerà di meno e diversamente (negli USA nessuno si stupisce di vedere camerieri o guide turistiche settantenni), e si percepirà quel tanto di pensione maturata a complemento del reddito.

La spesa sanitaria è comprimibile, non marginalmente, abolendo le logiche clientelari che presidiano la rete ospedaliera pubblica, piena di strutture piccole ed inefficienti. Si ribellerà il sindaco del paesotto ? bene, chi vuole l’ospedale di prossimità se lo paghi, senza scaricare l’extra costo sul contribuente. Lo stesso vale per le spese dell’istruzione, appesantite da una pletora di Università piccole, mediocri e costose, dove regnano clientele e provincialismo. Abolire il valore legale della laurea, dare un finanziamento pubblico solo alle istituzioni che formano laureati della qualità e tipologia che serve al paese, far pagare il costo pieno a chi è non di poco fuori corso sono riforme forse impopolari ma necessarie, e non prive di impatto sulle finanze pubbliche. Anche qui forse si potrebbe inoltre seguire l’esempio britannico, che ha portato un tentativo di innovazione e concorrenza nel sistema scolastico anglosassone: se è vero che l’istruzione è la nostra risorsa principale, lasciarne il monopolio alla burocrazia ministeriale è ragionevole ?

Le privatizzazioni incidono poco sulla spesa pubblica, ma possono molto per calmierare il debito pubblico nel suo difficile cammino al ribasso. Alcune privatizzazioni non si fanno rapidamente, perché complesso è il percorso, ed a maggior ragione sono le prime da avviare: la RAI e le Poste innanzitutto. Altre sono più semplici, e porteranno qualche entrata o meno perdite: Fincantieri, le attività in perdita o non legate al militare di Finmeccanica, il Poligrafico dello Stato. Un discorso a parte merita l’immenso patrimonio immobiliare disponibile dello Stato: il beneficio della sua alienazione sta, ancora più che nelle entrate potenziali, nella enorme quantità di possibili utilizzi produttivi che genererebbe, provvidenziale stimolo all’economia in particolare in molte aree marginali del paese.

Ma anche la spesa corrente della P.A. può essere largamente ottimizzata, individuando su base territoriale tutte le risorse non sature (qualcuno crede realmente che gli uffici pubblici siano nel loro complesso poco staffati?) e vincolando la sostituzione degli uscenti all’uso della mobilità interna tra le diverse branche della burocrazia, rinforzando gli uffici amministrativi di magistratura e polizia a scapito di altri. Per recuperare livelli di produttività comparabili alle aziende private, che in media ogni anno riducono il personale dell’1-2% a parità di produzione, occorre programmare una calo dei dipendenti pubblici del 3-4% annuo, unendo al blocco del turnover iniziative per disfarsi della quota, da non esagerarsi ma non irrilevante, di dipendenti assolutamente improduttivi.

Altro ancora si può fare sul fronte della spesa, anche di quella militare, che per ragioni di bottega (e non vogliamo pensarne altre) non ha ancora attivato strutture Nato di acquisto comune di tecnologia ed armamenti, che consentirebbero risparmi di enorme entità. Ma la prima battaglia da combattere è di non cedere sul fronte delle entrate.

Su questo fronte, i “mantra” del momento sono due: la patrimoniale e la caccia all’evasore. Entrambe sembrano piene di buonsenso, ed entrambe sono in realtà piene di insidie. Ai liberali non dispiace affatto che si passi dal tassare le persone al tassare le cose, ed a colpire più le rendite che i redditi. Però.

Una moderata imposta sui patrimoni, come in Francia ed in Svizzera, può felicemente coabitare con una moderata imposta sui redditi. Se la patrimoniale fosse parallela ad una di pari importo riduzione fiscale sui redditi, perché no, ma non di questo si parla oggi. Si parla di una imposta straordinaria per pagare, di fatto, una tranche di debito pubblico in scadenza. Cioè, una famiglia molto indebitata e che vive sopra le proprie possibilità, vende casa di nonna per pagare i fornitori, consentendosi così qualche mese di irresponsabilità ulteriore prima del disastro. Una tassa di questo tipo sarebbe un delitto ed un errore, producendo fughe di capitali, deprimendo ulteriormente l’economia, ritassando beni acquistati con redditi già tassati, esaurendo i suoi effetti anestetici sui conti pubblici in pochi mesi. Solo, ed eventualmente, molto eventualmente, dopo avere risanato il bilancio e dismesso i propri asset improduttivi, l’azienda Italia potrà ragionevolmente pensare di chiedere ai suoi soci un contributo straordinario per abbattere lo stock del debito.

Per la stessa ragione è opinabile l’enfasi posta al problema dell’evasione. Certamente è inaccettabile che il peso delle imposte gravi in misura preponderante sui lavoratori dipendenti. Però.

Però, è ridicola la moralistica ripartizione manichea tra i buoni dipendenti ed i cattivi evasori: l’occasione, non la professione fa l’uomo evasore, come dimostra il fatto che a casa vostra è più facile trovare un Van Gogh sotto la crosta dipinta dalla zia, che una ricevuta fiscale di una lezione privata data da un insegnante. Operai cassintegrati e geometri comunali lavorano disinvoltamente in nero, senza sentirsi più in colpa dell’idraulico e del giardiniere. Dispiace l’evasione, e sacrosanta la battaglia contro di essa, ma si sappia che il problema è più morale che economico: se gli evasori pagassero le tasse il risultato, è lecito sospettare, non sarebbe un calo delle imposte per gli altri, o un rimborso straordinario di una tranche del debito pubblico, ma un aumento della spesa pubblica proporzionale alle nuove entrate, come sempre successo in passato. La lotta alla evasione si fa tassando, come detto, più le cose che le persone, e tenendo aliquote basse a sufficienza per disincentivarla, non scatenando la caccia all’untore.

Tutti questi provvedimenti, si potrà dire, sono giusti, ma pensano solo alla riduzione della spesa, e non alla crescita economica, sola medicina per curare nel tempo i deficit pubblici. Si sa che a Maastricht si fissò il 3% come rapporto massimo deficit/PIL, perché una crescita normale dell’economia avrebbe automaticamente corretto lo squilibrio. Come detto però, la messa a dieta della spesa pubblica è prioritaria e preliminare, perché altrimenti la “bestia” dei default si risveglierà alla prima turbolenza dell’economia, drenando al sistema la liquidità necessaria a qualsiasi tipo di ripresa.

La strada liberale allo sviluppo ed alla crescita non è comunque quella delle “politiche industriali” o del “sostegno al consumo”: le prime, al di là di qualche rara situazione,  sono un mito metropolitano, e le seconde un pannicello caldo che privilegia tatticamente qualche lobby industriale a scapito di altre. Non è neppure nella bolla della green economy, che dove è sana non ha bisogno di incentivi,e dove ha bisogno di incentivi non è sana (ed anzi può subito restituire alla collettività parte delle risorse che ha sequestrato). E’ nelle liberalizzazioni e nella ricerca della competitività.

Le liberalizzazioni sono belle a parole ed impopolari nei fatti, perché lasciano minoranze di ex-privilegiati assolutamente inviperiti, e legioni di avvantaggiati indifferenti o ingrati: ma sono necessarie nell’industria, ed ancora di più nei servizi, dai taxi agli avvocati, dall’energia ai distributori, perché è ovviamente dai servizi che deve venire il grosso della nuova occupazione. Le professioni legate alla salute avranno un boom di occupati nei prossimi anni, ed in Italia mancano medici ed infermieri, bloccati dalla miopia degli ordini e del sistema universitario.

La competitività dei nostri settori industriali e di alto artigianato può essere rivitalizzata lasciando alle parti sociali la possibilità di ripensare nei contratti in sede decentrata in modo ampio l’organizzazione del lavoro, il welfare aziendale e le tutele per i lavoratori, e facendo dell’ Italia il paese più “business friendly” del Mediterraneo in termini di richiamo di aziende straniere. Se per le infrastrutture ci vorrà tempo, per la semplificazione della normativa basta volerlo.

Questa strada per la ripresa potrà tanto meglio avvenire, quanto più le decisioni politiche saranno vicine alla realtà dei cittadini. La battaglia per il federalismo, al di fuori di localismi di cartapesta, è la battaglia per la buona amministrazione, per la lotta al parassitismo e per la massima responsabilizzazione dei cittadini nella gestione della cosa pubblica. Per garantire al Nord di restare legato al cuore dell’m Europa, ed al Sud di trovare il proprio modello di sviluppo, il federalismo fiscale è uno strumento indispensabile, antitetico alle corrazzate dello spreco rappresentate dalle Regioni a Statuto Speciale ed alle Provincie come oggi definite. La abolizione delle Provincie (già prevista al momento della creazione delle Regioni nel 1970, e che già Malagodi all’epoca aveva definito un bluff) va inquadrata in una più ampia riforma federalista dello Stato: ma già da oggi si può, e si deve, quantomeno razionalizzarle, accorpando dove opportuno ed eliminando tutte le competenze improprie (polizie provinciali, assessorati alla cultura ed alla pace..) e la burocrazia connessa.

Share

2.735 comments for “UNA VIA LIBERALE PER RICOSTRUIRCI UN FUTURO

  1. Pingback: porn
  2. Pingback: netbeans
  3. Pingback: walmartone login
  4. Pingback: trike patrol
  5. Pingback: Ketogenic diet
  6. Pingback: ormekur til kat
  7. Pingback: greyhound wagering
  8. Pingback: anti terror course
  9. Pingback: Dragon Ball Hoodie
  10. Pingback: ?????
  11. Pingback: 베트맨토토
  12. Pingback: ?????
  13. Pingback: ?????
  14. Pingback: ???????
  15. Pingback: ???????
  16. Pingback: 바카라카지노
  17. Pingback: cheap lacoste
  18. Pingback: 온라인카지노
  19. Pingback: o du lech tam
  20. Pingback: 먹튀폴리스
  21. Pingback: ??????
  22. Pingback: SPM Communications
  23. Pingback: bokep japan
  24. Pingback: home
  25. Pingback: MIAA-127
  26. Pingback: JUFE 080

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *