ConfContribuenti denuncia l’Agenzia delle Entrate per pubblicità ingannevole

Scritto da Diego Menegon

http://www.confcontribuenti.eu

Si segnala con la presente la diffusione sulle emittenti televisive RAI – Radiotelevisione Italia e su Radio Rai di due spot televisivi e due comunicati radio, declinati anche in affissioni nelle principali stazioni ferroviarie e negli aeroporti di Milano e Roma, nonché in pagine pubblicitarie sui maggiori quotidiani e settimanali che, per i suoi contenuti falsi e tendenziosi si configura come un caso palese di pubblicità ingannevole, come definita all’articolo 2, comma 1, lettera b) del decreto legislativo 2 agosto 2007, n. 145.

La campagna pubblicitaria, preceduta da un comunicato stampa emesso dai soggetti responsabili è condotta dall’Agenzia delle Entrate, con sede in via Cristoforo Colombo n. 426 C/D 00145 Roma – Codice Fiscale e Partita Iva: 06363391001, in collaborazione con il Ministero dell’economia e delle finanze, con sede in via XX Settembre, 97 – 00187 Roma, e il Dipartimento per l’informazione e l’editoria della Presidenza del Consiglio dei Ministri, con sede in Via Po, 14, 00198 Roma.

La pubblicità è idonea ad indurre in errore le persone fisiche e giuridiche alle quali è rivolta. Infatti, nello spot si afferma che “Se tutti pagano le tasse, le tasse ripagano tutti. In servizi.”. Ciò non risponde al vero. L’impiego delle risorse estorte attraverso l’imposizione fiscale è disciplinato con legge dello stato e con legge regionale, oltre che con i provvedimenti amministrativi adottati in esecuzione delle medesime in ossequio al principio di legalità di cui all’articolo 97 della Costituzione. Il potere legislativo è in primo luogo esercitato dal Parlamento; per l’approvazione delle leggi ordinarie e della legge di bilancio è sufficiente la maggioranza dei presenti. La maggioranza parlamentare, rappresentativa di una parte degli aventi diritti al voto (a titolo di esempio, la coalizione vincente nel 2008 è stata votata da 17 milioni di votanti, a fronte di 47 milioni di aventi diritto e 57 milioni di abitanti) e dunque di una minoranza della popolazione, decide dunque quali servizi e prebende a favore di quali soggetti vengono erogati e elargite dalle pubbliche amministrazioni. Non tutti vengono quindi ripagati in misura corrispondente a quanto versato all’erario. Alcune categorie ed alcuni soggetti, più influenti, vicini alla classe di governo e organizzati, godono di benefici più ingenti, a spese di altri.

Nel messaggio pubblicitario si afferma che se tutti pagano le tasse “i servizi sono più efficienti”. Anche questa affermazione è falsa. Il tasso di efficienza, principio che dovrebbe informare l’attività amministrativa ai sensi dell’articolo 1 della legge 241/90, è dato dal rapporto tra servizi erogati (in termini qualitativi e quantitativi) e costi sostenuti. Maggiori entrate fiscali conseguenti al pagamento delle imposte da parte dell’intera collettività vanno a incrementare la disponibilità finanziaria delle pubbliche amministrazioni. Non è detto che queste aumentino in modo più che proporzionale la qualità e la quantità dei servizi. Anzi, osservando l’andamento della spesa pubblica e della pressione fiscale nel corso della storia repubblicana, si ravvisa un costante aumento dei costi della pubblica amministrazione, della spesa pubblica e della pressione fiscale, a fronte di servizi percepiti come scadenti, non raffrontabili nemmeno lontanamente con i costi sottesi. Il trend registra negli ultimi decenni più tasse, più sprechi. Non più efficienza.

Il messaggio pubblicitario raffigura l’evasore come un parassita della società. Per quanto sia vero che egli fruisce di servizi erogati in regime di monopolio dalla pubblica amministrazione, occorre osservare che ad egli è spesso negata la scelta. La forte presenza dello stato e dei diversi livelli di governo non consente una libera concorrenza tra soggetti in posizione eguale. Il termine “parassita” potrebbe attagliarsi ancor meglio a quanti approfittano dell’onnipresenza del settore pubblico per insediarsi in posizioni di rendita interne alla pubblica amministrazione o a società a controllo pubblico, sostentandosi delle risorse che i privati cittadini sono tenuti coattivamente a versare attraverso l’imposizione fiscale, al riparo dai segnali di prezzo che un mercato libero della domanda e dell’offerta altrimenti garantirebbe. Il carattere parassitario è dunque più presente nei poteri pubblici che impongono il pagamento di un corrispettivo a fronte di un servizio da essi stessi determinato in modo autonomo. A ciò si aggiunga l’inopportunità per un soggetto, la pubblica amministrazione, che ritarda i pagamenti in media di 86 giorni di accusare quanti faticano ad adempiere agli oneri fiscali (tributari e contributivi), che superano ormai la metà dei guadagni di un’impresa o di un lavoratore.

A causa del suo carattere ingannevole, la pubblicità può pregiudicare il comportamento economico dei destinatari ed è idonea a ledere i principi stessi della libera concorrenza, della società aperta e delle libertà individuali. Un apparato statale in stile orwelliano, che tenta di convincere con una propaganda martellante che ogni tipo di imposizione restrittiva dei diritti di proprietà e libertà economica è giustificabile e giustificata bene comune, mentre i delatori sono elementi pericolosi per la società vuole indurre gli individui ad accettare il giogo, alla rinuncia di sé stessi, ed anzi a provare odio per chi “fa il furbo” o sembra voler fare il furbo per evitare il peso del Leviatano.
In un momento come questo la società dovrebbe prender coscienza, di fronte alla crisi del debito sovrano e ai fallimenti dello Stato, dell’insostenibilità di una spesa pubblica abnorme e di una presenza dello stato pervasiva, dell’impossibilità di un futuro di crescita con una pressione fiscale raddoppiata negli ultimi cinquant’anni.

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