La fine di un’era

E’ venuto, credo, il momento per guardare in faccia una realtà decisamente allarmante, non solo per la nostra Italia, ma per tutta l’Europa e – con pochissime eccezioni come l’Australia– per l’intero Occidente. Per farlo, ometterò di proposito i (pochi) elementi positivi oggi riscontrabili, e insisterò sui lati più negativi dei mesi che ci aspettano, che presentano pericoli non ancora ben delineati, sul piano economico, politico e anche sociale; ciò naturalmente, non impedisce di sperare nel noto stellone, che ci è già venuto in soccorso tante volte.

Procediamo con ordine. Negli ultimi mesi, anzi nelle ultime settimane gli eventi si sono accavallati con tale velocità, che è bene cercare di riassumerli in forma logica. Da principio, abbiamo

Avuto le crisi del debito greco, di quello irlandese e di quello portoghese, che hanno messo a dura prova gli organismi preposti alla difesa dell’Euro, ma non sembravano riguardarci. I giornali anglosassoni, che si sono inventati l’acronimo pigs, maiali, per definire i Paesi in pericolo, si facevano anzi premura di specificare che la i non stava per Italia ma per Ireland, Irlanda. Lo spread dei nostri BOT decennali con  il Bund tedesco, per quanto in graduale anche se un po’ saltellante ascesa, rimaneva nettamente inferiore a quello dei Buoni della Spagna, che invece nell’acronimo rientrava. Si diceva anche che il nostro deficit era il più basso di tutti i Paesi industriali, tanto che a Bruxelles ci citavano come esempio virtuoso.

Poi le parti si sono invertite. La Spagna, pur alla vigilia di elezioni anticipate, ha trovato la forza di introdurre riforme incisive che sono piaciute ai mercati più della nostra camaleontica manovra, cambiata troppe volte nel giro di troppo pochi giorni per essere veramente credibile nonostante la imponenza delle cifre; e oggi Madrid paga ai suoi creditori meno interessi di noi.

Ma questo è il passato, guardiamo al futuro e al disastro che con noi, sta investendo anche il resto del continente. Alla radice del problema è che abbiamo tutti vissuto, per decenni, al disopra dei nostri mezzi – pochi giorni fa Massimo Mucchetti sul Corriere ha dimostrato che perfino la virtuosa Germania, se non fosse per un trucco contabile, avrebbe un debito pubblico vicino al 100 per centro del PIL, molto superiore al 60% concesso dal trattato di Maastricht- e che adesso i nodi sono venuti tutti insieme al pettine. Quello che fino a qualche tempo fa sembrava accettabile, oggi non lo è più, perché per la prima volta nel dopoguerra i debiti sovrani non danno più le certezze cui eravamo abituati, non siamo sicuri che l’Euro riuscirà a sopravvivere nella sia forma attuale e le previsioni di crescita segnano tempesta. Ciò comporta, naturalmente, che dovremo ridurre il nostro tenore di vita, eliminare privilegi e sprechi, toccare cose che venivano giudicate intoccabili, compresi i famosi, o famigerati diritti acquisiti; ma quando si tratta di prendere decisioni dolorose, la democrazia non né solo, come diceva Winston Churchill, il sistema di governo peggiore ad esclusione di tutti gli altri, ma un gravissimo handicap. Si scatena infatti una lotta senza quartiere tra categorie, corporazioni, sindacati, gruppi di interesse di ogni tipo su chi deve pagare di meno, con il risultato che in genere non si prendono le decisioni più giuste e sagge e utili alla nazione, ma quelle che soddisfano i più forti e comunque coloro che hanno i maggiori appoggi nei partiti politici  in Parlamento. Ne abbiamo avuto nei giorni scorsi esempi eloquenti, quando la Casta ha difeso a spada tratta i suoi privilegi e si sono lasciate intatte assurdità come le pensioni di anzianità in un Paese dove la vita media è ormai intorno agli 80 anni.

Ma perché, dopo tanto penare, dobbiamo aspettarci ancora un anno infernale? In Italia, perché dopo tanto discutere non si sono adottati quei provvedimenti strutturali che avrebbero tagliato la spesa pubblica in maniera decisiva, rimesso in moto l’economia e avviato il Paese su una strada diversa. Nulla è stato fatto, almeno per adesso, per ridurre in maniera significativa un debito che i mercati continueranno a considerare un elemento di estrema debolezza e che soprattutto verrà a costarci sempre di più in termini di interessi, costringendoci – sempre che ci riusciamo – a prendere più soldi a prestito in una specie di spirale infernale, o, non oso neanche pronunciare la parola – a fare default.

C’è, come abbiamo visto, chi sta anche peggio di noi, e le cui chances di cavarsela non sono molto elevate. La Grecia per esempio, per quanto sacrifici faccia, non mi sembra recuperabile. L’Europa paga oggi per il peccato originale di avere creato una moneta unica ma non una autorità in grado di affrontare tempestivamente ed efficacemente emergenze come quelle in cui ci troviamo, paga per non avere più la spinta propulsiva che l’ha portata ai vertici, paga anche, come mi piace sostenere per amore di paradosso, il fatto che con la fine del comunismo (o anche del socialismo in senso stretto) si sono scatenate le forze vitali di Cina, India, perfino Russia che fino a quel momento erano imprigionate. Nello stesso tempo, complici l’11 settembre di cui proprio due giorni fa è caduto il 10 anniversario, e le guerre che ne sono discese, anche il secondo pilastro dell’Occidente vacilla come non mai. Chi avrebbe mai immaginato, fino al 2008, che il debito americano perdesse la tripla A di cui ha sempre goduto, che per rimediare alla crisi finanziaria di tre anni fa Washington dovesse contrarre un debito di proporzioni quasi italiane, di cui per giunta una parte consistente finito nei forzieri di Cina, Giappone e Corea e che ora, dopo una prima severa recessione che ha portato il tasso di disoccupazione oltre la soglia del 9 per cento rischia una micidiale ricaduta, che trascinerebbe in basso anche il resto del mondo? Ma l’aspetto forse più grave, anche se per ora meno considerato, della decadenza economica dell’Occidente è il pericolo che esso scateni disordini e movimenti ribellistici di serie proporzioni, da parte o di coloro che vengono toccati immediatamente nel loro interesse o di coloro che vedono nero nel proprio avvenire e sognano chissà quali rivoluzioni. Ne abbiamo già avuto una anticipazione in Grecia, in Spagna e – a modo suo – perfino in Inghilterra. E io non esiterei a fare rientrare in questa categoria, anche se per fortuna non ha dato vita a scontri di piazza, lo sciopero generale della CGIL del 6 settembre contro una manovra ancora in divenire, e i disordini davanti a Montecitorio in occasione del dibattito sulla manovra. In questa atmosfera avvelenata, non è neppure da escludere il ritorno, sia pure con una struttura ideologica diversa, di un terrorismo anni Settanta-Ottanta. Ricordiamoci che un personaggio del peso di Geithner, segretario al Tesoro americano, si è lasciato sfuggire che ritiene la crisi più grave di quella del ’29. Quanto all’umore popolare,m rinvio agli ultimi sondaggi di Mannheimer, da cui traspare tra l’altro che solo il 6 per cento degli italiani è disponibile a nuovi sacrifici.

Se dall’economia passiamo alla politica, il quadro non è certo più roseo. Non voglio soffermarmi sulla situazione italiana, che è sotto gli occhi di tutti,  e che ha già innescato un’ondata di antipolitica paragonabile a quella che nel 1993 ha portato alla caduta della prima Repubblica.Se molti aborrono ormai Berlusconi, neppure la possibilità che l’Italia sia guidata in futuro da un Nichi Vendola è molto allettante. Non sappiamo se il governo duri un mese, in trimestre, un anno e mezzo, ma davanti c’è comunque il vuoto. E basta guardarsi intorno per rendersi conto che, in un momento in cui servirebbe una leadership ferma, siamo in mano a personaggi di seconda schiera, a cominciare da quell’Obama che al momento dell’elezione sembrava il nuovo messia e ora è sceso a indici di popolarità abissali, da una signora Merkel che merita il titolo di regina tentenna e da un Sarkozy che per suoi calcoli politici è andato a innescare una assurdità come la guerra di Libia. Forse non è neanche colpa loro se non trovano soluzioni adeguate a una crisi di una complessità senza precedenti e per cui non esistono esempi virtuosi da seguire.

Può darsi che l’età ormai avanzata mi induca a un eccessivo pessimismo, ma ho davvero l’impressione che siamo arrivati alla fine di un’era, l’era della crescita continua, dei consumi sempre più sofisticati, dei diritti sempre maggiori e più costosi. Non credo che nessuno contesti più il concetto – basta guardare le prospettive delle future pensioni – che i nostri figli e, per molti di noi, i nostri nipoti avranno una vita più difficile e meno agiata della nostra, e che, se paragoniamo il tutto a una regata, che in questo anno stiano girando una boa che ci porta sul bordo più periglioso.

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3 comments for “La fine di un’era

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    21 settembre 2011 at 13:17

    Ottimo e veritiero l’articolo( D’altronde Livio Caputo é un bravissimo giornalista).
    Che Dio ce la mandi buona !

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