Decreto legge anticrisi: qualcuno vuole affossare lo stage!

Ogni anno in italia vengono promossi oltre 300.000 stage; uno strumento utile e flessibile per i giovani per fare un esperienza formativa in azienda.
Il 35% degli stage si trasforma in occupazione entro 6 mesi.
La nuova manovra finanziaria in discussione alle camere vuole delimitare fortemente questa opportunità secondo ls visione ispirata al peggior massimalismo sindacale.
Possibile che questo governo non riesca a fare “qualcosa di liberale”

Sottoscrivete la petizione per salvare lo stage cliccando qui

Pubblichiamo l’articolo tratto dal corriere della sera del 23 Agosto 2011

Giovani, se lo stage è a scadenza

di Fabio Savelli

Tra le pieghe della manovra da oltre 45,5 miliardi di euro approvata dal consiglio dei ministri in tutta fretta il 12 agosto per rispondere alla fuga degli investitori dai nostri titoli di stato spunta un articolo che può rivoluzionare il mercato del lavoro.

E’ l’art.11 che decreta una scadenza temporale per gli stagisti di casa nostra: i tirocini formativi – si legge nel decreto correttivo bis sui conti pubblici – può essere svolto soltanto da neo-diplomati e neo-laureati entro un anno dal conseguimento del titolo. Al 365 giorno il giovane potrà essere inserito in azienda soltanto attraverso contratti di collaborazione o di dipendenza.

La ratio del governo è presto spiegata: limitare gli abusi, costringendo le aziende ad assumere. Ma dice Marina Verderajme, presidente di Actl Sportello Stage, che è «l’ennesima misura che scoraggia il lavoro giovanile, perché i tirocini rappresentano l’unico strumento a disposizione delle nuove leve per farsi conoscere ed entrare nel mondo del lavoro».

IL QUESITO -E allora la domanda-principe è questa: gli stage sono strumenti di formazione finalizzati all’ingresso nel mondo del lavoro o incubatori di disoccupazione, limbo per i giovani italiani in attesa dell’occasione della vita, di un’assunzione che spesso non arriverà mai?

Tra i due estremi l’ardua sentenza. Sullo sfondo un mercato del lavoro che in Italia privilegia chi è dentro e scoraggia ed esclude chi è fuori (secondo una logica corporativista che spesso i sindacati incarnano alla perfezione).

Molto più facile tutelare chi già ha (e ha maggiore potere contrattuale per vedersi rispettati i propri diritti), molto meno semplice incoraggiare chi non ha e spesso è “marginalizzato” all’ingresso, come certificano i dati Istat che testimoniano una disoccupazione giovanile che sfiora il 30% tra gli under 30 di casa nostra.

IL CASO – Spesso per chi è fresco di laurea l’unico strumento per entrare in realtà aziendali altrimenti inaccessibili è svolgere uno stage. Basta la convenzione tra la propria università (l’ente proponente, ma spesso a rilevarne il ruolo sono anche i centri per l’impiego e veri e propri enti di formazione) e l’azienda ospitante.

Un periodo generalmente compreso tra i 3 e i 6 mesi, ma non sono rari i tirocini che raggiungono l’anno. Un lasso temporale per giocarsi al meglio le proprie carte, provando a trasporre quanto si è appreso sui banchi di scuola e nelle aule universitarie in aziende ed enti pubblici.

Fino ad ora nessun divieto, a parte uno: le università possono stipulare progetti formativi con le imprese interessate con laureandi e laureati entro 18 mesi dal conseguimento del titolo accademico.

Dal giorno successivo il neo-laureato ancora alla ricerca di occupazione diventa privo della “copertura” universitaria e può rivolgersi a centri per l’impiego, agenzie ed enti a carattere regionale che si pongono come interlocutori con le aziende alla ricerca di giovani da formare.

IL PERICOLO – Ma – certifica Almalaurea – il tempo medio tra la laurea e la prima occupazione stabile (con contratti spesso iper-precari, ma pur sempre di dipendenza) è di circa 5 anni, molto di più dei dodici mesi, previsti dall’art.11 inserito nel decreto di ferragosto.

«Così il risultato è che i giovani di casa nostra saranno costretti a restare a casa, senza potersi mettere alla prova anche per più di un’azienda», rincara la Verderajme.

Eppure la logica che ha animato l’articolo – si è letto nelle dichiarazioni di autorevoli ministri dell’attuale governo – è liberalizzare il mercato del lavoro, tentando di scardinare le rendite di chi è assunto in pianta stabile e spesso è un peso per il conto economico del proprio datore di lavoro (da qui il tentativo del governo di rivedere il portato dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, che impedisce tra l’altro il licenziamento senza giusta causa).

Certo, sostenere che l’articolo 11 della manovra (comunque da convertire in legge dello stato da Camera e Senato) vada nella direzione di uno snellimento e di una semplificazione nel diritto del lavoro sembra eccessivo, tanto che si introduce un’ulteriore limitazione ai giovani alla ricerca di occupazione.

«Ingessando maggiormente il sistema», denuncia la Verderajme, e tanto meno introducendo dei meccanismi sanzionatori per le imprese che utilizzano lo stage per esigenze di organico.

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