Freedom Flotilla, cronaca di una rissa annunciata

(articolo pubblicato su libertiamo.it)

Cronaca di una rissa annunciata. Sarà questo l’esito inevitabile della seconda spedizione della Freedom Flotilla.
Le navi dei militanti saranno fermate dalle unità della marina militare israeliana, dopodiché sarà solo una questione di nervi. Gli israeliani li avranno abbastanza saldi da non aprire il fuoco? Quanto spingeranno i pacifisti prima di rinunciare all’operazione? Saranno abbastanza tenaci da ignorare ogni avvertimento e ogni possibilità di scontro, fino ad approdare a Gaza?

Nel peggiore dei casi assisteremo al bis della tragedia del 31 maggio 2010, quando la marina israeliana abbordò le navi della Freedom Flotilla, dirette a Gaza nonostante il blocco navale. Quell’abbordaggio provocò la morte di 9 attivisti turchi a bordo della motonave Mavi Marmara.

In queste settimane la Turchia, che ha ben altri problemi da risolvere (più di 10mila profughi dalla Siria), non ha fornito la logistica, le navi e i suoi porti, come aveva fatto nel 2010. La flotta è stata dunque radunata nel porto del Pireo, Grecia.
La seconda spedizione della Freedom Flotilla si annuncia ancor più spettacolare della prima: le navi sono ben 10 (dovevano essere 15, nel programma originale) e intendono portare a Gaza 3 mila tonnellate di medicine e di cemento. La missione è dichiaratamente umanitaria. Lo scopo ufficiale è quello di portare aiuti agli abitanti di Gaza chiusi dal blocco israeliano dal 2006, da quando Hamas è al potere.

Perché mai il suo esito dovrebbe essere uno scontro? Perché quelle 10 anni vanno alla deriva verso una nuova tragedia? Gli attivisti di Freedom Flotilla hanno la risposta pronta: “Viviamo in Paesi democratici, abbiamo governi democratici, perché dovrebbero bloccarci? Nessun governo può fermarci” – dichiarava alla fine di maggio il vicepresidente dell’Ong turca Ihh Huseyn Uruç – “Noi agiamo all’interno della legalità internazionale. Non violiamo alcuna legge. Israele deve capire che è un nostro diritto andare a Gaza, che siamo pacifici e che non può fermarci”.

Il punto è proprio quello: gli organizzatori della Flotilla “vogliono non capire” che attorno a Gaza corre la linea del fronte di un Paese in guerra, che risponde con il blocco navale e terrestre ai continui lanci di razzi di Hamas contro le sue città meridionali, al rapimento del caporale Gilad Shalit (giunto al suo quinto anno di cattività), all’instaurazione nella Striscia di Gaza di un regime integralista islamico che mira alla distruzione di Israele.

A nessuna persona consapevole verrebbe in mente di attraversare un fronte di guerra, senza prima essersi messa d’accordo con i comandi di entrambe le parti.
A nessuno, nemmeno al più sfegatato provocatore futurista, verrebbe in mente di attraversare la frontiera fortificata che divide la Corea del Nord da quella del Sud, di corsa, mostrando le bandiere della pace e di una delle due parti, senza prima aver ottenuto l’assicurazione che nessuna guardia aprirà il fuoco. Con Israele, invece, la tentazione di forzare il blocco e sfidare i militari di guardia viene spontanea, a quanto risulta.

Questo è un punto a favore di Israele: i militanti della Flotilla sanno che i militari dello Stato ebraico ci penseranno due volte prima di sparare un colpo contro civili e giornalisti (ce ne sono una cinquantina, a bordo delle 10 navi). Per scoraggiare la partecipazione dei media, dal governo di Gerusalemme era partito un monito: il giornalista che partecipa alla spedizione sarà trattato alla stregua di un “infiltrato illegale” e bandito dal Paese per 10 anni. Ma poi ha subito rimosso anche questo ostacolo, ammettendo che non è possibile censurare la stampa.

Insomma, la Flotilla sa che può provocare i militari con la stella di David correndo relativamente pochi rischi. E dunque li provocherà. Perché di provocazione si tratta. La Croce Rossa Internazionale non riconosce la situazione di Gaza come una “crisi umanitaria”. Anche se ci trovassimo di fronte a una crisi, gli aiuti portati dalle navi dei “pacifisti” sarebbero una goccia nel mare del bisogno.
Infine, ma non da ultimo: la via marittima, attraverso il blocco navale, non è certo l’unica rotta possibile per portare aiuti a Gaza. Per evitare un altro scontro in mare, come quello del 2010, l’Egitto ha offerto ai pacifisti di sbarcare gli aiuti a El-Arish, per poi portare il tutto via terra attraverso il valico di Rafah. Israele, dal canto suo, sempre per evitare lo scontro, ha proposto d’approdare ad Ashdod e poi entrare dai valichi della frontiera. Sono stati i militanti della Flotilla che hanno respinto le offerte in questi termini: “Non accettiamo arbitrii. E ricordiamo che quelle acque non sono d’Israele…”.

Ed eccolo, lo scopo di tutta l’operazione. Dimostrare l’illegittimità di Israele. Veicolare allo Stato ebraico un semplice e chiaro messaggio: “tu e le tue frontiere non esistete”.

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