Come per cagione di femine si rovina uno stato

Nel Capitolo 26 del Libro III dei “Discorsi sulla prima Deca di Tito Livio”, così intitolato, Niccolò Machiavelli, cita come esempio l’aspra contesa sorta in Ardea tra nobili e plebei circa il marito da dare ad una giovane plebea orfana, volendo gli uni farla accasare con un nobile, gli altri, con un plebeo, che sfociò in un conflitto intestino dal quale seguì la caduta della città in mani romane. La plebe, infatti, sopraffatta dalla nobiltà, uscì da Ardea e chiese aiuto ai Volsci i quali accorsero e si accamparono fuori delle mura. I nobili, a loro volta, avevano chiesto l’aiuto dei Romani. Questi, giunti dopo i Volsci, prima li batterono, poi entrati nella città eliminarono i capi delle fazioni impadronendosi della città.
Il grande Fiorentino conclude ammonendo: “I Principi assoluti ed i governatori delle repubbliche non hanno a tenere poco conto di questa parte ma debbono considerare i disordini che per tale accidente possono nascere e rimediarvi in tempo che il rimedio non sia con danno e vituperio dello stato loro e della loro repubblica come intervenne agli Ardeati i quali per aver lasciato crescere quella gara intra i loro cittadini si condussero a dividersi infra loro e volendo riunirsi ebbero a mandar per soccorsi esterni: il che è uno grande principio di una propinqua servitù”.
Forse l’ammonimento del Machiavelli è sempre di attualità anche nel nostro beneamato Paese ma, per restare in argomento muliebre, diciamo subito: “honi soit qui mal y pense” (= sia maledetto chi pensa male), come sembra abbia proferito, onde fugare ogni sospetto tra i cortigiani, re Edoardo III d’Inghilterra nel 1347 dopo aver raccolto la giarrettiera caduta durante un ricevimento ad una dama (di qui il motto dell’omonimo Ordine cavalleresco forse istituito proprio dopo tale episodio).

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