Ritratti liberali: Luigi Einaudi e Piero Gobetti

Citare Einaudi è da temerari. Lui, in termini di rigore e precisione, non scherzava: “Meglio non ripubblicare, piuttostochè ripubblicare monco, anche di poche pagine o di pochi righi, l’autore”. Non so se avrebbe apprezzato di essere ricordato come lo “statista di Dogliani”, pur essendo nato (figlio, ditemi voi, di un esattore d’imposte) a Carrù, celebre oggi piuttosto per i teneri manzi.

Spero non legga, ovunque egli sia, queste pagine, lui che così parlava delle sue lezioni universitarie, fascinose ma forse meno meticolose del voluto: “Mentre le faccio, quelle lezioni mi fanno venire il vomito, perché mi paiono tutto fuorché un corpo di principii scientifici rigorosi”. Riscontro però che di Einaudi si cita d’abitudine solo un passo, anni addietro adornante incorniciato molti salotti borghesi e studi professionali, oggi temo  traslocato in soffitta: “Migliaia, milioni di individui lavorano, producono e risparmiano nonostante tutto quello che noi possiamo inventare per molestarli, incepparli e scoraggiarli. E’ la vocazione naturale che li spinge, non soltanto la sete di denaro. Il gusto, l’orgoglio di vedere la propria azienda prosperare, acquistare credito, ispirare fiducia a clientele più vaste, ampliare gli impianti, abbellire le sedi, costituiscono una molla di progresso altrettanto potente che il guadagno..”.

Non è d’altronde facile citarlo: ha una scrittura classica e ragionieristica insieme, densa e articolata, e come un giocoliere tiene aperte e incrocia sette subordinate assieme; ho trovato un paragrafo interessante, ma era di diciotto righe, ed il suo complemento e seguito di ventisei. Ma come tralasciarlo ? Attraverso le pagine del “Corriere”, quando il Corriere aveva il coraggio di avere un’opinione (quel “Corriere”, nel 1920, vendeva 600.000 copie, come oggi…) Einaudi faceva eccome opinione, istruendo quel poco di ceto liberale che ancora vivacchia nel nostro paese. Faceva opinione pure in Europa, dalle colonne dell’ Economist di cui era corrispondente, certo ignaro che un giorno la sua maglia sarebbe stata indossata da Tana de Zulueta e Beppe Severgnini.

Prendiamo dunque qualche boccone da un tema ghiotto: “Una disputa tra autarcisti e liberisti”, scritto nel quale rievoca una polemica del 1750 tra un banchiere protezionista ed un anonimo liberista, poi identificato nel Marchese d’Argenson (che chiedeva che le merci scorressero libere tra gli Stati “come l’aria e come l’acqua” e che rese famoso il motto “Laissez faire”, ricordando questo episodio:”si narra che il sig. Colbert avendo convocato molti delegati del commercio presso di sé al fine di richiedere loro ciò che avrebbe potuto fare per incoraggiare quest’industria, uno di essi più ragionevole e meno adulatore gli rispose “par le seule mot: laissez nous faire”).

Einaudi manifesta una cattiveria tutta piemontese verso l’arroganza degli economisti pianificatori, i “raffinati membri del brain trust rooseveltiano”, veri e propri traditori del proprio dovere: “E’ superbia satanica la nostra, quando ci persuadiamo di possedere una scienza capace di dar consigli a chi quei consigli li può tradurre in norma obbligatoria di legge. Io non so se sia possibile dirigere dall’alto l’economia di un paese. So soltanto che non è possibile dirigerla a nome della scienza. Gli economisti d’oggi sono inescusabili quando non osano dire che la loro scienza è lontanissima da quel grado di elaborazione che sarebbe necessario per dare consigli..” Alla superbia degli economisti interventisti, astratti apprendisti stregoni, contrappone l’umiltà concreta ed esperienzale dei liberali, come il d’Argenson stesso, che ricorda che “C’est la seule et entière libertè qui peut bien régir le commerce, l’agriculture, les moeurs: C’est sur quoi je travaille moi-méme depuis dix-huit ans, ayant one fois remarqué que “pour mieux gouverner, il foudroit gouverner moins », e come sono attuali le sue parole : « oggi si assevera che i primi liberisti fossero teorici libreschi lontani dalla realtà, ed il ritorno al mercantilismo è salutato come una vittoria dell’esperienza sul dottrinarismo. A chi legga i vecchi testi, come par diversa la realtà!” Il vero liberista, infatti, “non aveva tratto le sue convinzioni dalla lettura dei libri, ma dalla esperienza e dalla lunga meditazione sui fatti. Non si lasciava imbrogliare dalle parole, ecco tutto. Non si lasciava cambiar le carte in tavola dai rappresentanti di interessi particolari, affaccendati a locupletarsi in nome dell’interesse generale.”

Sugli aiuti statali, ricordava che “Un impresa, la quale pesca nel pozzo di San Patrizio del tesoro statale, è una formidabile seminatrice di rovine attorno a sé”. La mania della regolazione passa poi attraverso i “periti”:”che per definizione sono dottrinari privi di perizia, i quali, subornati dai cacciatori di posti, non vedono se non disciplinamento di tutto ciò che da sé procede benissimo, perché disciplina vuol dire uffici, enti, passaggio di carte, visite, ispezioni, rapporti, ricorsi, e conseguente ampliamento di uffici, enti…”

Notoriamente, Einaudi non è un anarcocapitalsita, perché vede nella regolazione statale uno dei pilastri di un vero libero mercato “E’ un errore storico e logico affermare che gli economisti i quali, dopo avere postulato teoricamente l’ipotesi della piena concorrenza, segnalano la convenienza della verificazione in atto di quella ipotesi, siano contrari all’intervento dello stato nelle cose economiche. Essi consigliano quella specie di intervento la quale consiste nell’eliminare privilegi e monopoli e nell’instaurare condizioni di piena concorrenza o condizioni a questa simili”. Da tempo si sa che due principi liberali, quello di tutela del diritto di proprietà e quello di promozione della concorrenza, possono trovarsi occasionalmente in conflitto, ed il dibattito sulle leggi antitrust è lì a testimoniare le due posizioni.

Purtuttavia, se l’ Einaudi figlio della Destra Storica assegna il suo bel posto allo Stato-arbitro, più che mai attuale è la sua definitiva presa di posizione contro lo Stato-giocatore: “Nel 1750 la disputa tra interventisti e liberisti era disputa tra uomini di esperienza e meditazione, e dottrinari smaniosi di imporre altrui le proprie elucubrazioni ed i propri interessi. Temo che oggi le cose non siano cambiate. Con questo di peggio: che nel 1750 i liberisti cominciavano a gloriarsi di essere tali apertamente e denunciavano gli interventisti come fautori di privilegi e monopoli; laddove oggi più nessuno osa dirsi liberista, e tutti sono interventisti e pianisti, e da ciò nasce una confusione indicibile di lingue.”

PIERO GOBETTI,

Ad ascoltare le lezioni universitarie di Einaudi vi era, imbucato, un liceale alto, magro e occhialuto.

Che tipo fosse, lo spiega una nota che scrisse, ancora bambino, sui margini dell’unico libro che arricchiva la sua modesta casa (figlio di operosi bottegai, la madre quasi analfabeta). Il libro era “La piccola Enciclopedia per le Famiglie”, di tal B. Melzi, e questa era la nota: “Questo libro è la vera guida per imparar tutto sbagliato. Non credere, povero pazzo, che alcuno si avvalga della tua opera, negativa e indegna.”. Si può capire chi poi lo definirà, prima di diventargli amico, un “saccente studentello”.

A diciassette anni, mentre en passant sta fondando la sua prima importante rivista, Energie Nove, corteggia la fidanzata Ada, anch’essa un bel tipo, scrivendole in parte in italiano (contenuto: richiami danteschi e impegno civile) ed in parte, sospettosi che i genitori buttassero l’occhio, in russo, così, per stare un po’ in intimità.

Morì a 24 anni, oggi nemmeno ancora sarebbe un “bamboccione”, in fuga a Parigi da un fascismo sempre più aggressivo, per via di una polmonite e di un cuore debole, o forse per sfinimento: aveva già fatto più di quello che ad un uomo pur di genio si può chiedere in una vita intera. Fece così tanto con tanta cura, da essere chiamato Maestro da barbuti professori che avrebbero potuto essere, più che suoi padri, suoi nonni, e che conquistava in poche settimane, (“Anche i più alti dei suoi maestri ebbero soggezione di lui”, disse uno di loro) pur dapprima irritati per via di un eterno sorriso che sembrava supponente, ed era invece allegro ed accogliente. Il saccente minorenne invitava i pesi massimi della cultura liberale italiana a collaborare alle sue riviste, e loro accettavano onorati.

In quei pochi anni fece in tempo a fare un figlio, a fondare tre riviste, proporre un precoce federalismo, mettere insieme il meglio del meridionalismo italiano, fare l’ufficiale, preoccupare Mussolini e farsi pestare dagli squadristi, procurarsi una sfida a duello (poi abortita, auspice anche il padrino Giuseppe Saragat), ed anche ad occuparsi di Pirandello e Casorati, di Gogol e di “Vittorio Alfieri, libertario”, e di molto, molto altro.

Gode fama di “liberale di sinistra”, per il suo orgoglioso antifascismo, per la sua ipotesi che in Marx vi fossero spunti libertari, e per alcuni giudizi poco giudiziosi sulla rivoluzione russa, sulla quale scrisse nel 1921 in effetti le seguenti bischerate: “Lo statalismo russo non è burocratico accentramento, ma coincide con la libera attività dei cittadini, perché nei Soviet l’autorità di Governo coincide con l’iniziativa che viene dal basso: onde, la moralità del dogmatismo dei Soviet, perfettamente liberale”. Va detto però che, se oggi davvero appare inattuale questo ingenuo entusiasmo per le “aristocrazie operaie”, allora, nella Torino del 1920 in cui la Fiat già impiegava quasi 20.000 persone, proprio dal nuovo ceto operaio sembravano emergere energie, ambizioni e personalità in grado di garantire quella “circolazione delle élites” che a Gobetti soprattutto stava a cuore, e che vedeva imbalsamata dalle pigre amministrazioni borghesi, e dalle stesse forze riformiste cui rimproverava di bloccare, con il loro socialismo umanitario, quella dinamica sociale da cui doveva emergere una nuova classe dirigente.

Gobetti era grande ammiratore di Vilfredo Pareto, e si illudeva di legare libertariamente il suo pensiero a quello semi-rivoluzionario di Sorel, verso una “rivoluzione liberale” che era ad un tempo aristocratica e democratica, ma soprattutto fortemente liberista, laica e antistatalista, nemica tanto del conservatorismo clericale quanto del paternalismo statale e dell’assistenzialismo socialista: non per nulla tra i cattolici più di tutti stimava Don Sturzo. Non è corretto quindi considerarlo un “liberal”: i suoi compagni di viaggio furono anche Salvemini e Nitti, ma soprattutto Gaetano Mosca (“il conservatore gentiluomo”), Benedetto Croce (“Odio i crociani, parolai vuoti e inerti quanto gli anticrociani. Li disprezzo quanto ammiro Croce”), Giuseppe Prezzolini (“mi ha insegnato la serietà della vita , l’interesse agli studi, l’onestà dell’intelligenza”) e Luigi Einaudi appunto, il suo vero maestro in economia (“In una Italia di letteratura e di accademia, ingenuamente sprezzante i valori dell’economia in nome di non so quali disinteressate funzioni dello spirito, egli dimostra la grandezza ideale dell’utilitarismo inglese che, con uno sforzo che è sacrificio ed eroismo, ha accumulato ricchezze per virtù di infinita intraprendenza ed operosità”). Il suo esecutore testamentario fu Manlio Brosio, con Edgardo Sogno (altro uomo della tempra di Gobetti), leader della destra liberale nel dopoguerra.

Riscrisse il “Risorgimento senza eroi”, non per riabilitare i descamisados borbonici oggi di moda, che nel suo rigore protestante, a torto o a ragione, disprezzava, ma per celebrare, assieme al prediletto Cattaneo, il solo Cavour, in fondo molto simile a lui non solo negli occhialini tondi. Amava la storia come teatro di scontri fertili, e la libertà come strumento sovrano di progresso, sola igiene del mondo contro parassiti, oligarchie e protezionismi: avrebbe amato il Schumpeter della “distruzione creatrice”, e sarebbe oggi, con la sua schiettezza da eterno ventiquattrenne, intransigente guerriero per la globalizzazione, contro i tanti interessati o tremebondi rètori del passato. Di un Pannella serio, l’Italia è rimasta orfana troppo presto.

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