Recensione del libro di Marco Vitale: “Passaggio al futuro-Oltre la crisi ed attraverso la crisi”

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MARCO VITALE: «PASSAGGIO AL FUTURO-

– Oltre la crisi attraverso la crisi” – pagg. 247

Ed. Egea – Aprile 2010 – Euro 22,00

I – Marco Vitale, è economista d’impresa e docente universitario (Università di Pavia, Università Bocconi, Libera Università “Carlo Cattaneo” di cui è stato uno dei fondatori).

Svolge anche un’intensa attività professionale. Ha fondato una propria società di consulenza.

Ha diretto banche ed associazioni industriali e finanziarie.

Ha ricoperto importanti incarichi nel settore pubblico. E’ autore di vari libri e collabora con diversi quotidiani.

II – L’argomento – la crisi e le prospettive del dopo crisi – non è nuovo ed è stato affrontato in questi ultimi tempi innumerevoli volte da economisti e politologhi.

Verrebbe spontaneo dire a questo proposito dai “sapienti del giorno dopo” cioè dagli stessi, talora illustri, economisti e studiosi, che, salvo rarissime eccezioni, prima della crisi assecondavano le lobby di Wall Street e della City, lodavano l’assurda libertà del mercato finanziario dicendo, in sostanza, come in quella divertente ed ironica canzone francese: «Tout va très bien, Madame la Marquise, tout va très bien!».

E la Marquise si trovava in una situazione di fallimento! Il merito di questo saggio è quello di aver saputo esporre in modo chiaro, acuto, originale e talora divertente, unendo a tal fine le competenze del teorico e dell’esperto di aziende e banche qual è Marco Vitale, le origini della crisi ed i mali della nostra società e d’ indicare la possibile evoluzione in senso positivo che da tale drammatico evento può scaturire.

Premessa del saggio è la considerazione che la crisi, purché ne si analizzino correttamente le cause, può rappresentare, come hanno sostenuto Benedetto XVI° ed il prof. Robert Thairmann, famoso studioso di Buddismo e docente alla Columbia University, una grande opportunità al fine di apportare le necessarie e profonde (cioè non di modesta portata ché le cose tornerebbero come prima) correzioni del sistema.

A tal fine l’autore, richiamandosi a Galbraith, ritiene che la scienza economica non sia sufficiente.

Occorre fare ricorso a forme di pensiero più profonde come la filosofia, la storia, l’antropologia.

Quanto alle cause della crisi l’autore opera una distinzione tra quelle c.d. “tecniche” e quelle che chiama “sistemiche”.

Secondo Vitale le cause «tecniche» individuate sono abnormemente più numerose di quelle «sistemiche» (il rapporto è di circa di 10 ad 1) e questa è una circostanza piuttosto anomala che fa riflettere.

C’è stato, come avviene anche in altri casi, in realtà, un impulso, favorito dalla natura e rafforzato dalle abitudini peculiare, in generale, agli attori dei vari disastri, nella fattispecie gli operatori finanziari (e, a nostro parere, anche le autorità di governo e di controllo sulle banche e le borse) che li trascina in avanti fino al baratro.

Nessuno cioè vuole ascoltare gli avvertimenti che sono dati (nel nostro caso, in verità, sono stati rarissimi) i quali, peraltro, nessuno chiede.

Il sistema economico-finanziario è stato cioè anche in questa crisi del tutto sordo.

Anche i ricercatori e la stampa, quantunque non costretti dato che operano in un sistema democratico, seguono gli idoli del pensiero alla moda. Si tratta di una forma di conformismo alla «communis opinio».

Le spiegazioni tecniche della crisi (soprattutto l’abuso dei c.d. derivati) illuminano solo le ultime ragioni dell’evento. L’indagine dovrebbe, per contro, ricercare, secondo Vitale, le vere ragioni che stanno alla radice del fenomeno.

Seguendo tale linea di pensiero l’autore abbraccia la tesi di Stefano Zamagni, docente dell’Università di Bologna, (v. “Sistemi intelligenti” n. 7, agosto 2009, Ediz. del Mulino) secondo cui: «La crisi finanziaria ,iniziata nell’estate 2007 negli USA e poi diffusasi per contagio nel resto del mondo, ha natura sistemica. Essa è il punto di arrivo, inevitabile, di un processo che da oltre trent’anni ha modificato alla radice il modo di essere e di funzionare della finanza minando così le basi stesse di quell’ordine sociale liberale che è cifra inequivocabile del modello di civiltà occidentale».

Alla base c’è quella scuola di pensiero secondo cui, in conclusione, «i mercati anche quelli finanziari sono assetti istituzionali in grado di autoregolarsi e ciò nel duplice senso di assetti capaci di darsi da sé le regole del proprio funzionamento e di farle rispettare».

In realtà vi è stata una carenza di regolamentazione o, melius, è stata concessa la possibilità di spostare una quota sempre più rilevante delle transazioni finanziarie verso mercati in nessun modo vigilati.

A ciò si è aggiunto il tradimento professionale delle società di «rating» che, ad es., alla vigilia del fallimento avevano attribuito alla Lehman Brothers la triplice “A”.

Lo stesso comportamento negativo ebbero le società di revisione contabile.

Da non negligere ,inoltre , l’importanza che hanno avuto le dichiarazioni ottimistiche sul futuro dei mercati finanziari  rilasciate prima della crisi niente meno che da Alan Greenspan, l’ex-Governatore della F.E.D., e da S. Bernake, attuale Presidente della F.E.D. e che all’epoca era il Presidente del Consiglio dei Consulenti Economici del Presidente G.W. Bush. La crisi era peraltro prevedibile checché ne dicano quelli che l’autore chiama i «conservatori minimalisti».

Secondo questi:

– la crisi è stata sostanzialmente dovuta ad errori di valutazione tecnica;

– essa era totalmente imprevedibile (come ha dichiarato, tra gli altri, Alan Greenspan).

Il che non è vero. Nel 2003, ad es., il prof. Sylos Labini espresse la sua forte preoccupazione sulle prospettive dell’economia americana (v. «Moneta e Credito» n. 233, sett. 2003);

– non c’è perciò nulla da cambiare né nell’organizzazione economico-sociale né nel pensiero economico. Occorre solo aspettare che la crisi passi magari con l’aiuto di qualche stimolo fiscale. Non cambiare il sistema consente a molti di continuare le proprie remuneratissime attività!

C’è stata, invero,  come ha sostenuto il prof. Guido Tabellini (v. «Il Sole 24 Ore» del luglio 2009), una grave responsabilità dei grandi manager e, aggiungeremmo noi, dei vari responsabili governativi.

Il partito dei conservatori-minimalisti, portavoce di grandi interessi, sta avendo il soppravvento.

Ci sono poi i c.d. «Talebani del mercato» che continuano a ripetere che tutto ritornerà a posto perché il mercato si autoregola, perché il mercato è tutto ed ha sempre ragione. Nel 2008 la catastrofe del sistema finanziario internazionale è stata, invece, evitata non per le capacità regolamentatrici del mercato bensì perché i governi hanno pompato nell’incendio trilioni di dollari a debito dei contribuenti presenti e futuri sacrificando qualsiasi logica di mercato al principio del “Too big to fail”. In questo vengono spalleggiati da sindacalisti, uomini politici, presidenti di Confindustria, sacerdoti etc. che accusano i Governi di non fare mai abbastanza anche se non si sa bene cosa.

Ci sono, infine, i “nichilisti” che sostengono che non c’è niente o poco da fare perché è stato e sarà sempre così.

«Questo è il capitalismo bellezza!».

Da un esame delle caratteristiche fondamentali emerge in primo luogo la presenza dello stesso meccanismo che nel 1944 fu lapidariamente illustrato dal poeta Ezra Pound ,che di economia s’intendeva,e fatta propria dal dirigente della Banca d’Italia P. Ciocca[1]: «L’insidia bancaria ha sempre seguito la stessa strada: un’abbondanza qualsiasi viene adoperata per creare un ottimismo.

L’ottimismo viene esagerato di solito con  l’aiuto della propaganda. Le vendite aumentano. I prezzi delle terre o delle azioni salgono oltre la possibilità della rendita materiale. Le banche, che hanno favorito prestiti esagerati per manovrare il rialzo, restringono, richiamano i loro prestiti, il panico sopravviene».

Ogni crisi, però, ha caratteristiche proprie.

L’attuale crisi è «endogena». Non ci sono cioè cause esterne scatenanti (ad es. guerre, inflazione selvaggia etc.) ma solo un cattivo funzionamento della dirigenza dei grandi gruppi bancari e della finanza in generale.

Noi aggiungeremmo: dei meccanismi pubblici di controllo.

E’ stata una crisi “globale” di proporzioni gigantesche dovuta soprattutto all’effetto moltiplicatore dei meccanismi finanziari utilizzati.

Le perdite da insolvenze di sub-prime sono state esaltate e moltiplicate molte volte passando da un intermediario all’altro, da un investitore all’altro con le correlate commissioni d’intermediazione. Si pensi a tale proposito che tra il 2006 ed il 2007 gli stipendi dei primi 10 banchieri statunitensi sono stati di 2 miliardi (miliardi!!!) di dollari.

Tali personaggi, primi responsabili del disastro che ha rischiato di distruggere il sistema bancario internazionale se non fossero intervenuti gli Stati, non sono stati però chiamati al “redde rationem”. Alcuni anzi sono diventati, come Geithner, Ministro del Tesoro o consiglieri economico-finanziari del Governo del Presidente Obama.

Per cercare di rimediare a questo disastro è stato necessario il soccorso pubblico euro-statunitense facendo ricorso, in larga misura,come sopra accennato al debito pubblico, soccorso che al febbraio del 2009 è stato pari a 500 miliardi di euro (v. Ufficio Studi di Mediobanca) !

Stanti le dimensioni enormi della crisi e la sua globalità ci sono i presupposti per ritenere che lo strapotere di Wall Street e, in misura minore, della City ,sia finito. La collettività internazionale, infatti, dovrebbe ora contare di più e ci sarebbero le premesse per elaborare meccanismi idonei a prevenire le bolle speculative.

Che cosa, infatti, è cambiato?

E’ in primo luogo caduta la c.d. “economia di carta” ovvero quei valori e consumi non frutto del lavoro, dell’impresa, del risparmio, degli investimenti bensì pompati nel sistema dai manipolatori del credito con la compiacenza dei politici, delle banche centrali, dei regolatori e dei “guru” dell’economia.

Si trattava di valori apparenti basati sul debito privi cioè di un attivo sottostante valido come ad es. i derivati.

E’ anche venuta meno l’ideologia che la sosteneva e che, partendo dagli Stati Uniti, ha dominato negli ultimi vent’anni nel mondo. In sintesi, essa predicava che la deregolamentazione selvaggia dei mercati era portatrice di produttività e benessere per tutti, che per combattere l’inefficienza della mano pubblica la privatizzazione di tutto era il toccasana, che al centro del sistema doveva essere il “capital gain”, che la solidarietà sociale era, in fondo, un fattore negativo, che gli Stati Uniti, in considerazione della potenza del paese in tutti i settori ,non avevano bisogno di nessuno e sarebbero andati avanti unilateralmente per la loro strada.

Questi pilastri ideologici “all’apparir del vero” sono caduti e si è forse compreso che la crisi è stato il risultato della “degenerazione” del mercato.

Con la crisi sono, inoltre, cambiati il livello e la struttura del debito non sostenibile. L’indebitamento esagerato, segnatamente quello delle famiglie americane, stimolato da condizioni sempre più favorevoli concessi dalle banche e dal sistema parabancario, ha fatto sì che i valori siano stati portati oltre le possibilità della rendita materiale donde la crisi bancaria e la conseguente necessità d’interventi governativi massicci nei capitali degli istituti di credito dato che il sistema bancario internazionale non sarebbe stato disposto a farlo.

Il debito in eccesso non sostenibile è, in sostanza, passato dai soggetti che lo avevano assunto (banche, assicurazioni, famiglie) allo Stato cioè a livello di debito pubblico. Questo però ha provocato un innalzamento ragguardevolissimo del debito pubblico di molti paesi con i rischi potenziali conseguenti di natura inflazionistica.

Altro importante cambiamento generato dalla crisi è stato quello della geo-economia mondiale. Il potere finanziario si è spostato dall’America, che ha costruito  sul debito il processo di accumulazione, a chi l’ha fatto sul capitale vero soprattutto la Cina che è attualmente la maggiore detentrice di riserve valutarie al mondo senza contare i paesi arabi produttori di petrolio,il Brasile,il Giappone.

E’ terminata l’epoca iniziata il 15 agosto 1971 con la decisione di Nixon di sganciare il dollaro dalla disciplina della convertibilità in oro istituendo, nei fatti, la moneta americana come unica moneta di riserva internazionale.

E questo ha consentito agli Stati Uniti d’indebitarsi senza limiti.

La fiducia nel dollaro,però, non è più, in fondo, incrollabile. E’ iniziato un nuovo, difficile ciclo mondiale.

In tale contesto la crisi può rappresentare un’opportunità per ricostruire un’economia ed un mondo più civile e più solido.

Premessa per individuare gli strumenti idonei a realizzare l’auspicata palingenesi del sistema economico-finanziario mondiale è, secondo l’autore, un’analisi delle cause profonde della crisi rivolgendo l’attenzione, in primo luogo, a quelle che egli chiama le tre malattie degenerative del sistema capitalistico, poi alla concezione ed al ruolo, trascurato dalla maggioranza degli economisti ,dell’impresa che è il motore sia dello sviluppo che della crisi.

La degenerazione del sistema capitalistico (che di per se stesso non è negativo ma è strumento di sviluppo) si verifica quando l’obiettivo centrale non è più quello di servire l’uomo ed aiutarlo a vivere una vita degna ma diventa la produzione fine a se stessa allorquando cioè si passa, come aveva ricordato W.Sombart  già  nel  1913  ,dal principio “omnium rerum  mensura homo» (= l’uomo è la misura di tutte le cose) a quello di «fiat productio et pereat homo» (=si faccia la produzione anche se l’uomo perisce) e, in un secondo momento, il «capital gain».

La struttura dei mercati finanziari é diventata sempre più speculativa e rischiosa. A ciò hanno fortemente contribuito, come già ricordato, banchieri, avvocati d’affari, agenzie di rating, società di revisione.

Altra degenerazione del sistema capitalistico  all’origine della crisi è il «gigantismo bancario» (da non confondere con un certo livello di concentrazione degli istituti di credito reso necessario dalla globalizzazione) che porta a situazioni di oligopolio e quindi è nemico del mercato e, in un certo senso, anche della democrazia perché ogni potere che non venga tenuto nei suoi limiti da contrappesi si fa, presto a tardi, abuso, come scrisse il liberale W. Roepke (v. «La crisi del collettivismo» in «La Nuova Italia», 1951). La concentrazione ha portato alla resa dei governi di fronte ai dirigenti disonesti e/o incapaci, come i casi della Citicorp e dell’AIG insegnano, perché «it is too big to fail».

La terza e più vistosa degenerazione è quella dei presidenti-consiglieri delegati (i CEO) del settore bancario finanziario, in primis, ma anche in altri comparti  che sono diventati una casta quasi onnipotente e super remunerata soprattutto attraverso lo strumento dei «super bonus» e delle «stock options». E’ stato calcolato, ad esempio, che nel periodo 1999-2002 un gruppo di alti dirigenti americani di 1035 aziende, limitando l’indagine “solo” a quelle che capitalizzavano in borsa oltre 400 milioni di dollari, abbia intascato niente meno che 66 miliardi di dollari!

All’origine dello strapotere degli alti dirigenti, che manipolano a loro profitto i Consigli di Amministrazione,vi è: la diffusione delle «public companies» (le società ad azionariato diffuso) dove la funzione bilanciante e di controllo della proprietà si è quasi dissolta; la debolezza di altri poteri di bilanciamento come, ad esempio, i sindacati o la stampa economica e quella ,di cui si è già fatta menzione, degli organismi di supervisione tipo S.E.C. nonché il clima politico dominante che vedeva nel mercato, regolamentato quanto meno possibile, la mano auto-salvifica.

I Governi dei paesi industrializzati, ostacolati in ciò dalle lobby bancarie e degli alti dirigenti, stanno faticosamente e lentamente cercando di mettere a punto meccanismi volti a correggere le degenerazioni sopra sommariamente  indicate.

L’autore suggerisce alcuni principi e punti fondamentali da perseguire:

– limitare il gigantismo bancario;

– ripristinare parametri e comportamenti bancari sani (vietando cioè le attività intrinsecamente troppo rischiose ,assicurando la trasparenza dei conti, proibendo il mercato dei «credit default swaps» perché la commercializzazione del rischio d’insolvenza rende tutti, nonostante, come si è visto, le operazioni di «hedging», troppo interconnessi in caso di fallimento);

– ritornare alla separazione tra banche commerciali e banche d’investimento;

– trasformare le società di rating in organismi pubblici facenti capo ad enti internazionali (ad esempio il F.M.I.);

– imporre agli analisti uno status autonomo ed indipendente dalle banche (ad es. collegandoli alle Fondazioni inserite nelle grandi Università economiche); rivedere il funzionamento delle società di revisione;

– rivedere la normativa riguardante i Consigli d’Amministrazione e gli Amministratori Delegati onde evitare gli abusi e le posizioni dominanti (ad es. assicurando la presenza nei Consigli di Amministrazione di rappresentanti del personale e di «veri» Consiglieri indipendenti etc.).

Secondo Marco Vitale molti dei grandi problemi messi a nudo dalla crisi derivano anche da un’impropria concezione dell’impresa e della sua posizione e funzione nella società nonché da una non corretta concezione da parte dei dirigenti delle loro funzioni e responsabilità.

Dalla metà degli anni ’80 è invalso il principio sovrano, divulgato dalle banche d’investimento, dagli studi di consulenza e da pubblicità, secondo cui occorreva «massimizzare il valore dell’impresa per gli azionisti».

Sulla base di questo principio sono state giustificate molte delle più sciagurate operazioni societarie: fusioni insensate, acquisizioni non giustificate, spezzatini che se arricchivano gli azionisti del momento  minavano però alla base le prospettive di sviluppo dell’impresa; ristrutturazioni selvagge  che  si sono tradotte in dolorosi e non sempre giustificati sacrifici di altre componenti aziendali. Al centro deve, invece, esserci l’impresa  ” non “ la proprietà.

La proprietà è solo una componente dell’impresa. Una grande impresa può essere considerata, in un certo senso, una “proprietà collettiva”.

Le buone imprese si basano su un equilibrato sistema di relazioni di fiducia tra la dirigenza, i dipendenti, i clienti, i fornitori. Un buon manager dovrebbe sforzarsi di perseguire un tale obiettivo nel tempo e far comprendere agli azionisti che il perseguimento della «massimizzazione di valore» solo per gli azionisti si traduce, alla lunga , in un danno anche per loro.

L’impresa è, infatti, un’equazione complessa. Oltre alla proprietà ci sono il lavoro, la conoscenza accumulata, il territorio, l’ambiente.

Realizzando valore aggiunto per l’impresa, lo stesso viene distribuito tra tutti i soggetti interni ed esterni ad essa secondo le proporzioni prestabilite. Occorre, in ultima analisi, avere una concezione anche (e«soprattutto» diremmo   noi) moralmente valida della gestione dell’impresa e della sua ultima finalità e cioè che l’impresa è lo strumento strategico ed operativo collettivo di sviluppo della comunità in cui essa opera e dell’ambiente.

Alla radice del problema c’è però la struttura stessa della «società per azioni».

La sua struttura legale, infatti, incoraggia i dirigenti a massimizzare il prezzo delle azioni «a breve termine».

Il che limita la libertà degli stessi ad agire responsabilmente e moralmente e siffatto  comportamento non serve al miglior interesse di nessuno ma talora,come si è già accennato, impone alla collettività elevati costi umani ed ambientali e, a lungo termine, rischia di compromettere il futuro della società e, per conseguenza, da ultimo l’interesse stesso degli azionisti e per “li rami” l’economia mondiale a causa della competizione aggressiva che pone in essere e dell’eccesso di finanziarizzazione delle attività produttiva.

L’impresa, ove la si consideri come strumento produttivo di sviluppo, diventa un organismo che supera il conflitto capitale-lavoro in quanto potrà trovare nuove forme di composizione nel quadro di un riconosciuto interesse comune.

Ci si consenta a questo proposito una divagazione storica. Tale obiettivo fu, in fondo, quello che ispirò i patti di Palazzo Chigi (1923), di Palazzo Vidoni (1925) e la legge del 5.2.1931 che portarono nel 1938 all’istituzione della Camera dei Fasci e delle Corporazioni dove i rappresentanti dei sindacati fascisti e delle imprese dovevano collaborare per emanare norme (ordinanze corporative) aventi come oggetto, tra l’altro, la disciplina della produzione e dei rapporti di lavoro. O almeno questo «erat in votis» anche se, ovviamente, il Regime era dittatoriale e nell’organismo erano presenti anche rappresentanti del Partito Fascista.

La Camera dei Fasci e delle Corporazioni funzionò fino al 1943.

Grazie alla recente crisi sembra farsi strada, anche se molto lentamente, l’idea che il principio della massimizzazione del valore per gli azionisti non sia l’unico compito della dirigenza delle imprese ma sia necessaria una visione più articolata e civile della stessa impresa.

Visione etica questa che era già ben presente – ricorda l’autore nell’interessantissimo Capitolo 7 – in pensatori e “mercanti – scrittori” italiani fioriti nei  Comuni (Albertano da Brescia, il toscano Coluccio Salutati, il ragusano Benedetto Cotruglio) in quei tre secoli (dal 1200 al 1550) in cui si ebbe quello straordinario sviluppo economico, sociale, artistico – il Rinascimento – che tanto incise sulla storia dell’Europa e del mondo occidentale.

Da detti pensatori fu rifiutato, in sostanza, il concetto medioevale dell’illeicità del profitto a condizione, però, che esso sia frutto di una «corretta attività» e questa sia diretta alla «conservazione dell’umana generazione» (v. Cotruglio) cioè utile alla società. Inoltre in questi pensatori non c’è distacco dalla religione. Erano, infatti, molto religiosi e ritenevano che il mercante dovesse essere anche un buon cittadino.

Analoghi concetti si ritroveranno successivamente nei paesi del Nord ed in Franklin.

La prima grande rottura si ebbe nell’ultima parte del ‘700 e nella prima parte dell’800 allorquando questi valori vennero sconvolti dalla rivoluzione industriale che, a poco a poco, fece prevalere il principio che Sombart sintetizzò nella frase «Fiat productio et pereat homo»(=si faccia la produzione anche se l’uomo può morire ). L’obiettivo della produzione sovrasta cioè l’uomo, anche se rischia di danneggiarlo e questi non è più visto come «omnium rerum mensura est homo». Nascono così verso la 2a metà dell’800 assieme ai grandi conglomerati i c.d. «robber barons» (quali i Rockfeller) che non sono in realtà imprenditori ma solo uomini d’affari e la cui etica è fare danaro anche se questo può creare un impoverimento generale.

A livello locale nel primo decennio del ‘900, prima, ed a livello federale, poi, negli anni ’30, in seguito alla grave crisi del 1929, Theodor Roosevelt introdusse quelle istituzioni che hanno cercato di proteggere dai rischi derivanti dalle grandi concentrazioni e dalle manipolazioni dei fatti economici il mercato stesso. Furono cioè posti degli argini, dei principi-guida per regolare gli equilibri tra la società e questo potente capitalismo finanziario.

Negli ultimi 30 anni si è imposta, però, una nuova classe, meno appariscente dei «robber barons» ma non meno potente, che guida le grandi corporation diventate sempre più spersonalizzate, sempre più anonime ma sempre più importanti.

Il loro principio-guida, la loro divinità, il loro giudice supremo è il «R.O.E.» (Return en Equity) quello che si potrebbe condensare nella frase: «Fiat capital gain et pereat omnia»  (=si realizzi il capital gain  anche se  dovesse perire tutto)  .

Occorre, invece, visti i guai generati da una tale concezione del mercato e della finanza, rientrare nel capitalismo di mercato ed imprenditoriale fuoriuscendo da quello totale.

In altri termini è necessario ricostruire un mondo dove l’economia decentrata si muova attraverso i meccanismi di mercato e dell’impresa, meccanismi che non devono essere manipolati, e ritorni con forza a prevalere il paradigma etico-politico «omnium rerum mensura est homo» ovvero il fine ultimo deve essere il vantaggio collettivo e non il «capital gain».

La strada, tuttavia, per raggiungere questo obiettivo, che è  quello di assicurare il buon funzionamento del mercato e tutelare i risparmiatori è piuttosto impervia perché interessi giganteschi sono in gioco e le forze economiche e politiche che li sostengono sono altrettanto imponenti.

Si pensi solo a quel pilastro del non cambiamento rappresentato, in fondo, dal principio , frutto della constatazione di alcune realtà bancarie,  che  si  può sintetizzare  conla frase «Too big to fail».

La crisi sembra finita nel senso che non si è verificato il crollo del sistema finanziario mondiale che si paventava nell’autunno del 2008.

Ci potranno essere e ci sono tuttora( v. i casi Grecia, Dubai, Portogallo) scosse di assestamento anche significative soprattutto nel settore bancario dove la leva rimane alta e dove le perdite da assorbire sono ingentissime (stimate dalla B.C.E. in 283 miliardi di euro). Secondo uno studio della Commerzbank alla fine del 2009 il costo globale della crisi sarebbe stato pari a  circa 10.500 miliardi di dollari (7.300 miliardi di euro). La ripresa, però, sarà molto lenta per una serie di ragioni o di condizionamenti di varia natura da rimuovere.

In sintesi si tratta di:

a) disegnare nuovi equilibri per il governo dell’economia mondiale. In particolare occorre che gli Stati Uniti passino rapidamente da una politica più o meno di tipo imperiale ed unilaterale nei rapporti economico-finanziari ad una visione e ad una politica multipolare. I primi positivi segni del cambiamento in tale settore ci sono: riunioni dei G-20; rafforzamento del ruolo del Fondo Monetario Internazionale;

b) disegnare un nuovo ordinamento finanziario e bancario.

E’ questa un’impresa da «far tremar le vene e i polsi» come dimostrano le esitazioni normative in atto.

Non si vede, infatti, emergere fino ad oggi dalla crisi un ordinamento finanziario e bancario più solido, più controllato, più finalizzato al servizio della collettività e dello sviluppo.

In questo campo le maggiori delusioni derivano dagli Stati Uniti e dal Governo Obama che non sembrano essere in grado di procedere speditamente ad un’ organica riforma del sistema finanziario e bancario idonea a ridurre i rischi di nuove bolle speculative;

c) avviare nuovi temi di sviluppo. Fino ad ora i governi occidentali hanno, in genere, fatto ricorso a stimoli fiscali diretti, per buona parte, a convincere i consumatori a comprare prodotti antichi dei quali non hanno bisogno.

Sarebbe necessario, per contro, un forte incremento della spesa per l’istruzione e la formazione cioè in ambiti a non immediato ritorno ma ad alto ritorno sociale ed investire in modo intenso e rapido sull’ampliamento ed il rinnovamento tecnologico delle infrastrutture;

d) un riesame critico del pensiero economico.

E’, ormai evidente che, salvo rare eccezioni, i maggiori centri del pensiero economico hanno favorito, agevolato, razionalizzato i comportamenti, le politiche e le strategie di fondo che hanno scatenato la crisi. Come ha scritto il 2.9.2009 il premio Nobel Paul Krugman sul «New York Times» gli economisti sono andati fuori strada perché hanno confuso la bellezza matematica con la verità economica.

Ad onor del vero tale critica era stata anticipata, in sostanza, in una lettera-documento del 30.9.1988 (!) da sette illustri economisti italiani (G. Fuà, Siro Lombardini, R. Sylos Labini, Sergio Ricossa, G. Beccattini, O. Castellino, O. D’Alamo).

Di fronte all’evidenza della crisi e del fallimento dei «pensatori» economici una revisione, sia pure alquanto lenta, da parte degli economisti circa le finalità dell’impresa sembra esserci.

Nel gennaio 2010, infatti, Klaus Martin Schwab, economista tedesco fondatore del «World Economic Forum», scrisse: «Il fine dell’impresa non è solo quello di creare valore per gli azionisti».

C’è da augurarsi – e lo fa l’autore nelle ultime pagine – che dalla crisi nasca una maggiore consapevolezza della necessità di operare in maniera più solidale avendo cioè a mente che è l’uomo il fine dell’attività economica.

* * *

III – La lettura di questo saggio risulta particolarmente gratificante.

Come si è accennato all’inizio, Marco Vitale è riuscito, infatti, a trattare in maniera chiarissima e documentatissima problemi molto complessi spiegando in modo convincente quali siano state le  cause più profonde della crisi, indicando ,senza timori reverenziali, quali siano state le responsabilità anche personali e fornendo utili suggerimenti per l’avvenire.

Se non temessimo di essere accusati di essere inclini alla retorica vorremmo concludere, parafrasando l’epitaffio del Machiavelli, con: «Tanto libro nullum par elogium» (= ad un così grande libro non è rintracciabile un elogio che sia alla pari).

GIORGIO  CASTRIOTA SANTA MARIA  BELLA


[1] v. “1929-2009: due crisi commensurabili?” rivista on line www.apertacontrada.it 6.2.2009.

1 comment for “Recensione del libro di Marco Vitale: “Passaggio al futuro-Oltre la crisi ed attraverso la crisi”

  1. 19 febbraio 2016 at 08:12

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