150° Anniversario dell’Unità d’Italia – L’Italia si è desta?

Questo evento ha  fatto scorrere fiumi d’inchiostro e dato luogo ad innumeri  cerimonie e manifestazioni. Lungi da noi quindi il voler affrontare l’argomento in maniera approfondita. Ci sia però consentito formulare qualche considerazione anche per controbattere ai molti critici (soprattutto i c.d.  Meridionalisti) delle modalità del processo unitario.

L’unità d’Italia è stato un avvenimento che ha del miracoloso.

Sarà sufficiente, infatti, aver presente che:

– l’Italia pre-unitaria era divisa in ben sette Stati (Regno di Sardegna, vice-Reame del Lombardo-Veneto, Gran Ducato di Toscana, Ducato di Parma, Ducato di Modena, Stato Pontificio, Regno delle Due Sicilie), con case regnanti in gran parte d’origine straniera e legate al potente Impero Asburgico (Toscana, Parma, Modena, Due Sicilie) che forniva loro protezione militare e tutela internazionale; che lo Stato della Chiesa separava, in pratica, il Settentrione dal Meridione e che per la sua natura fruiva dell’appoggio degli Stati cattolici più importanti d’Europa (Impero Austro-Ungarico, Francia, Spagna);

– le differenze, aventi origini plurisecolari, sotto il profilo storico, culturale, sociale tra le varie regioni erano molto marcate e lo erano, mediamente, molto di più rispetto ad altri paesi europei;

– che le comunicazioni tra il Settentrione ed il Meridione erano rese difficili dalla morfologia del territorio e dall’assenza di grandi corsi d’acqua navigabili atti a collegare le regioni settentrionali con quelle meridionali come, invece, accade in Germania, Francia, Austria;

– che, in pratica, solo le élites parlavano l’italiano mentre il popolo conosceva bene unicamente il proprio dialetto o addirittura la propria lingua (ad es. l’albanese nelle comunità schipetare del centro-sud  o il grecanico nelle Puglie).

Anche lo sviluppo economico e sociale avutosi nel nostro paese in questo arco di tempo non particolarmente lungo (150 anni corrispondono solo a 6 generazioni c.a.) ha del miracoloso ove si considerino le carenze  esistenti  in gran parte  non  generate dall’uomo (poche pianure irrigue, mancanza di corsi d’acqua importanti navigabili eccezion fatta per il Po, risorse minerarie scarsissime e la cui estrazione risulta costosa).

Da paese con una struttura economica prevalentemente agricola (e si trattava di un’agricoltura non ricca tranne in alcune aree) l’Italia, malgrado le enormi  distruzioni subite nell’ultimo conflitto e la perdita dell’Istria e della Dalmazia, è riuscita a diventare la 5a o 6a potenza economica del mondo. Chi l’avrebbe mai creduto nel 1946?

Questo straordinario slancio espansivo sembra, però, essersi esaurito negli ultimi anni e pare che ci si trovi in una situazione di stasi che potrebbe trasformarsi in una involuzione.

In fenomeni di tale complessità è difficile individuare le cause perché sono molteplici.

Ci sia tuttavia consentito indicarne solo alcune che, naturalmente, non saranno condivise da molti.

Una prima causa della situazione di stallo sopra accennata va individuata negli avvenimenti del 1968. La contestazione giovanile francese estesasi in altri paesi europei  ma poi esauritasi negli stessi ha avuto  in Italia  conseguenze  negative e durature. Le varie forze di sinistra ed il  sindacato ad esse legato ed i vari intellettuali c.d.  organici a tali movimenti hanno colto l’occasione al volo per cercare di  sostituire lo Stato di natura liberale e liberista  con uno più o meno simile a quello marxista. Da quelle radici sono poi nate le Brigate Rosse che hanno tentato di scardinare  con il terrore lo Stato “borghese”. Il danno fatto dal  ’68  al  Paese  è stato però più profondo. Si è  smantellato con la contestazione  quel  poco o molto  di efficienza che esisteva nella Pubblica Amministrazione  centrale  e quel “parecchio”  di validità  che c’era nel sistema scolastico ed universitario (ricordiamo gli esami con voto collettivo all’Università, le continue assemblee, i professori che tenevano concioni politiche etc?).  Minando questi due pilastri della società si  è    procurato un  “vulnus” gravissimo all’ordinato svolgimento della vita economico-sociale del Paese  ed  alla formazione  dei giovani le cui conseguenze  ancora  stiamo pagando.

Il partito allora egemone – la D.C. – non è riuscita a contrastare questo andazzo che era, se non apertamente, nei fatti  non ostacolato dal P.C.I.

Le crisi derivanti dalla scoperta della Loggia P/2 (i cui membri erano infiltrati in tutti i settori) e quella di Tangentopoli hanno liquidato il sistema dei partiti dell’epoca tranne il P.C.I. che miracolosamente  o grazie al  silenzio dei depositari dei  segreti  è uscito indenne dalla bufera.

Dopo la tempesta, però, non è emersa una classe politica particolarmente valida ma, salvo eccezioni, si tratta di  personaggi di secondo piano della vecchia nomenclatura. La Lega fa eccezione, ma  il suo  approccio prevalentemente localistico sembra impedirle, per ora, di giocare  un ruolo preminente rappresentativo di tutti gli interessi nazionali.

Il susseguirsi negli ultimi tempi di  episodi di corruzione  e concussione  sta a dimostrare che  Tangentopoli non è finita e non lo è perché ormai è venuta meno, salvo eccezioni, tra la popolazione l’adesione ai principi di onestà che, malgrado tutto, erano  diffusi  fino agli anni ’60  tra le classi dirigenti e la gente e che hanno  contribuito grandemente alla costruzione dello Stato Unitario, prima, ed alla ricostruzione ed allo sviluppo nel dopoguerra, poi.

Venendo ai giorni nostri. L’Italia è stata duramente colpita come quasi tutti i paesi occidentali dalla crisi economica  mondiale  ma  il suo sistema bancario è salvo. Dalla recessione sta uscendo ma molto lentamente (aumento del P.I.L  previsto 1-1,5 %). E questo è molto preoccupante perché potrebbe significare l’inizio di una  fase involutiva.

La concorrenza internazionale è, infatti, sempre più spietata ed i tempi di reazione debbono essere rapidissimi. Paesi come il nostro non possono sperare di competere con concorrenti come Cina ed India dove  l’incidenza del costo  della mano d’opera è irrisoria se la si paragona con quella  europea a meno che non si offrano prodotti  aventi un elevato contenuto innovativo.

Per fare questo non basta l’inventiva dei nostri imprenditori, tra l’altro di dimensioni in genere medio–basse,  occorre  avere un sistema–paese solido cioè una buona amministrazione pubblica, centri di ricerca validi, scuole ed università  efficienti, sindacati che collaborino, un livello contenuto di corruzione e di malavita organizzata.  E questo non c’è  nel  “bel paese dove il sì suona”.

I principali nostri concorrenti europei  dispongono, per contro, di un tale sistema.

Dopo le lodevoli celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità  occorre  che  “l’Italia si desti”.

E’ necessario cioè che vi sia una presa di coscienza collettiva dei pericoli che incombono sul nostro paese e della necessità impellente di adottare comportamenti virtuosi con il contributo di tutti (partiti di Governo e d’opposizione, sindacati, imprenditori, sistema bancario etc. ).

Per semplificare, dato che l’elenco dei mali nazionali sarebbe lunghissimo, saremmo spinti a suggerire:

– il varo di un programma, anche basato su leggi speciali, volto a combattere  ancor più efficacemente la malavita organizzata che strangola l’economia d’intere regioni ;

– accelerare  la realizzazione del federalismo regionale, forse unico rimedio allo sperpero di danaro pubblico praticato da certe Regioni, Provincie e Comuni ;

– l’adozione di strumenti più  validi  per la lotta all’evasione ed all’elusione fiscale (il cittadino deve trarre un  vantaggio  fiscale dalla richiesta delle ricevute per  le spese sostenute) ;

– una sollecita soppressione di tutti i centri di spesa pubblica  non giustificati;

– accelerare l’attuazione della riforma universitaria promossa dal Ministro Gelmini che dovrebbe  ripristinare un sistema  pedagogico “serio” ;

– concentrare le risorse pubbliche e private per far funzionare pochi centri di ricerca ma ad alto livello (gli investimenti a pioggia hanno dimostrato di essere inefficaci );

– stringere i freni per ostacolare l’immigrazione clandestina che rischia di trasformare in pejus  il volto del nostro Paese cioè d’islamizzarlo.

Il tempo stringe e non vorremmo che “Dum Romae consulitur Saguntum expugnatur” (“mentre a Roma si discute Sagunto, (città della Spagna alleata di Roma) viene espugnata (dai Cartaginesi)”  v.T.Livio Hist.I,21,7  e che i nostri reggitori ed uomini dell’opposizione non abbiano presente il monito di Dante: “Vassene il tempo e l’uom non se n’avvede”  (Purg.4,9).

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