Vogliamo restare quello che siamo

E’, grosso modo, questo l’orgoglioso motto del  Lussemburgo nel dialetto germanico che è la lingua parlata assieme al francese in quella nazione. Questo piccolo Stato (appena 2586 km.q., 451000 abitanti c.a.), che gode di un altissimo livello di vita ed è sede della Corte di Giustizia  dell’Unione Europea, della Banca Europea degli Investimenti, dei servizi del Parlamento Europeo, è riuscito, pur essendo circondato da paesi importanti (Francia, Germania, Belgio) ed avendo circa il 30% della popolazione formato da immigrati, a mantenere la propria peculiarità nazionale. Agli inizi dell’ultimo conflitto mondiale, occupato dai Tedeschi ed annesso al Reich, il Gran Ducato osò opporsi proclamando uno sciopero generale, atto che pagò con la deportazione nei lager di circa il 10% della popolazione.

Di fronte al dilagare del peggiore americanismo nei costumi e nell’istruzione (ormai la conoscenza del latino e del greco, che é alla base della cultura europea ed anche di una buona conoscenza non solo delle lingue neo-latine ma anche di quelle germaniche e dell’inglese dato che tante sono anche  in queste ultime le parole d’origine latina e greca, è diventata merce rarissima), all’incremento esponenziale sul territorio europeo del numero di immigrati extra europei portatori di una cultura completamente estranea alla nostra e per ciò stesso poco inclini all’integrazione, desidereremmo  che il motto lussemburghese diventasse quello dell’intera Unione Europea.

Per cercare di arginare la deriva culturale e politica cui – se si è attenti – stiamo assistendo occorrerebbe che la classe intellettuale europea si sollevasse sì da spingere l’opinione pubblica, prima, ed i governi, subito dopo, a ritrovare la via per evitare la  decadenza della cultura europea  e/o l’appiattimento della stessa sul modello statunitense. Ci rendiamo conto che si tratta di un proposito difficilissimo da realizzare. Vi si oppongono, infatti, l’influenza della cultura anglo-sassone di cui sono ormai impregnati non solo, ovviamente, gli Inglesi, ma anche, stanti le affinità linguistiche, gli Olandesi, gli Scandinavi ed i Tedeschi, ed un sistema educativo che è sempre più indirizzato, come negli Stati Uniti, alla formazione con non troppa spesa di specialisti nelle diverse tecniche onde far funzionare la macchina produttiva. Naturalmente esistono grandi centri di ricerca perché sono indispensabili, ma sono  “isole felici”. Questo sistema educativo, reso ad arte sempre più settoriale, offre ai grandi gruppi economici ed anche agli uomini della politica, quasi sempre collegati ai primi, un duplice vantaggio: creare una forza lavoro efficiente e, nel contempo, mantenere la popolazione ad un livello culturale piuttosto basso. Di enorme importanza è, a nostro avviso, questo secondo elemento.

Una popolazione non troppo istruita, infatti, non sviluppa, in genere, lo spirito critico. Accoglie, perciò, più facilmente i suggerimenti, ovviamente interessati,  agli acquisti che le vengono propinati dai mezzi di comunicazione di massa (“Se lo dicono loro ..dev’essere giusto o comunque è di moda. Inoltre io non posso fare qualche cosa di diverso da quello che fanno tutti! Sarei guardato male dagli amici”). Infine una popolazione poco colta segue  in maniera  più acritica anche le campagne elettorali ben congegnate dai costosi esperti e gli uomini politici oggetto delle stesse. E non è un caso che negli Stati Uniti gli intellettuali che scendono in politica trovino generalmente scarsa udienza. Sono avvertiti come troppo diversi dalla popolazione media. Per questo, ad es., Adlai Stevenson, persona colta e fine diplomatico, fu battuto per ben due volte (1952 e 1956) da Eisenhower quando si presentò per il Partito Democratico alle elezioni per la carica di Presidente degli Stati Uniti e George W. Bush  jr., malgrado la sua ben nota scarsa cultura, fu eletto due volte (e di quest’ultimo tutti noi stiamo ancora pagando i gravi errori in economia ed in  politica estera frutto, con molta probabilità, della sua mancanza di cultura che, verosimilmente, lo ha portato a sottovalutare l’integralismo islamico ed i rischi di un mercato della finanza senza troppi controlli pubblici).
L’Europa dovrebbe svegliarsi e provvedere alla bisogna prima che sia troppo tardi cioè prima di diventare una copia degli Stati Uniti (forse anche peggiore dell’originale) o, ancora peggio, l’Eurabia di Fallaciana memoria.

Paesi che non hanno più a cuore la  propria cultura e che non si preoccupano di educare adeguatamente le proprie classi dirigenti, ovvero ricreando un sistema didattico in cui le materie  c.d. classiche non siano appannaggio di pochi specialisti, sono destinati, come detto, a regredire in  tutti i campi.

Il foro di elezione per iniziare la riscossa ideale sopra auspicata sarebbe quello delle Istituzioni  Europee tra cui, in primis, il Parlamento Europeo, ma si troveranno parlamentari sensibili a questo problema?

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