Per spiegare la politica d’oggi lasciamo in pace l’azionismo

(articolo pubblicato sul Corriere della Sera del 10 febbraio 2011)

Nella polemica tra berlusconismo e antiberlusconismo sarebbe meglio lasciare in pace l’ “azionismo”, la “cifra morale azionista” e le “belle anime degli azionisti”. La categoria dell’azionismo è solo un’invenzione utilizzata sia dai laudatores, che vi proiettano l’intransigenza civile che scorre nelle vene della Repubblica, sia dai detrattori che lo bollano come l’indomabile nemico giacobino dei valori tradizionalisti. Certo, il Partito d’Azione, tra il 1942 e il 1946, ha svolto un ruolo politico decisivo nella Resistenza e nei Comitati di Liberazione fino alla Costituente. Ma, in seguito, l’azionismo scompare del tutto come movimento politico e come tendenza intellettuale coesa, mentre si sviluppano i percorsi dei singoli esponenti azionisti che imboccano strade diverse: la socialista di sinistra (Lussu, Foa), la socialista autonomista (Lombardi), la socialdemocratica (Garosci) e la liberaldemocratica (La Malfa e poi Valiani). Anche Ferruccio Parri seguì un itinerario tutto suo tendente a perpetuare il ruolo unitario di capo della Resistenza; e Norberto Bobbio non può e non deve essere caricato del fardello di interprete autentico dell’azionismo.

Per comprendere la penosa crisi d’oggi, dunque, è improprio utilizzare la chiave dell’azionismo, estraendone la memoria dalle vicende di sessantacinque anni fa. Distinguere quel che va distinto in un determinato momento è la sostanza della lezione laica e liberale. A proposito della quale non corrisponde a verità l’affermazione secondo cui i liberali (anche di sinistra) hanno sempre rifiutato l’anticomunismo. La profonda anima liberale e liberaldemocratica riposa, fin dal periodo tra le due guerre, nell’antitotalitarismo, vale a dire nell’accoppiata di anticomunismo e antifascismo, in versioni democratiche e liberali. E’ vero che in Italia la storiografia di sinistra ha cancellato l’antinomia totalitarismo-antitotalitarismo, ma lo ha fatto non per ragioni storiche ma politiche. Discutendo di liberalismo, come si possono dimenticare, ad esempio, i contributi antitotalitari di Hannah Arendt, Raymond Aron, George Orwell e, in Italia, di Gaetano Salvemini, Ignazio Silone e Mario Pannunzio?

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