La moglie di Giulio Cesare

Narra  Plutarco nella “Vita di Giulio Cesare” (Cap. X ) che Publio Clodio, innamorato di Pompea, moglie di Cesare, non riuscendo ad incontrarla, s’introdusse nella di lei dimora travestito da suonatrice mentre si celebravano le feste in onore della Dea Bona alle quali era proibito agli uomini di presenziare. Scoperto fu cacciato in malo modo. Cesare si affrettò a ripudiare la moglie. Convocato in tribunale per testimoniare contro P.Clodio accusato per questo episodio e per altre malefatte Cesare disse che non era in grado di confermare i fatti . Chiestogli il motivo di un tale  contraddittorio comportamento si giustificò dicendo che aveva voluto allontanare il benché minimo  sospetto di un comportamento per lui disonorevole. Questo episodio viene sintetizzato comunemente nel detto: “Deve essere come la moglie di Cesare, cioè al di sopra di ogni sospetto”.

Crediamo che il cittadino comune, consciamente od inconsciamente, ritenga che il comportamento dei magistrati, cioè di chi è chiamato ad adottare decisioni che incidono talora notevolmente sull’esistenza dei singoli, delle famiglie e delle imprese, non debba essere, nei limiti del possibile, sfiorato da sospetti. Insomma che esso sia come quello che Cesare desiderava per la moglie.
Se questa situazione non si verifica viene meno la fiducia nella giustizia e questo rischia di far crollare uno dei pilastri su cui si basa una società.

Esercitare l’altissima funzione del magistrato significa avere un compito delicatissimo che obbliga non solo, ovviamente, al dovere dell’imparzialità, ma anche a quello di assumere un comportamento nell’agire di tutti i giorni che risulti coerente con  il dovere primario della non parzialità.
Chi abbraccia la carriera del magistrato non intraprende una carriera qualunque che consente, cioè, una volta uscito dalle aule di giustizia, di fare quel che più aggrada.
Per esperienza diretta possiamo dire che fino agli  anni ’60  il comportamento dei magistrati non forniva, in genere, materia alle critiche.

Per non rimanere nel vago: fino agli anni ’60, se non andiamo errati, invero, era fatto divieto ai magistrati, agli ufficiali dei Carabinieri, ai funzionari di P.S. (e forse a quelli della Guardia di Finanza) di operare nelle Regioni di origine onde evitare condizionamenti di tipo ambientale. Da allora questa regola non esiste più, talché ci sono molti magistrati che esercitano addirittura  nelle città di nascita così che possono trovarsi di fronte avvocati che sono stati loro compagni di studi se non amici d’infanzia. E’ vero che “omnia munda mundis”, ma è pur sempre una situazione che può dar adito a malevolenze. Sembra, inoltre, che con vari escamotage venga sovente disattesa, specie nelle grandi città, la regola secondo cui  nello stesso distretto di Corte d’Appello non è consentito (la ragione è ovvia) che esercitino la professione forense parenti di magistrati in servizio in quello stesso distretto.
E’ permesso ai  magistrati di candidarsi, senza previamente dimettersi, a cariche pubbliche nel  distretto in cui hanno esercitato fino alla vigilia le loro funzioni e, una volta esaurito il mandato, di rientrare nei ranghi ed, eventualmente, tornare a sedere  sulla stessa poltrona.

Da ultimo nell’Associazione Nazionale Magistrati, organismo associativo di rappresentanza della categoria, vi sono “correnti” che danno la non infondata impressione, leggendo gli interventi svolti dai loro rappresentanti nei vari convegni, che si tratti di sodalizi strettamente collegati ai vari partiti politici. Se si è parte in causa  in un giudizio in cui siano presenti magistrati che militano in tali  correnti e se, per caso, non si ha lo stesso colore politico del giudice o del P.M., la situazione è, se non altro psicologicamente, di non poco imbarazzo per tutti.

A talune di queste “storture” si  potrebbe porre rimedio con provvedimenti di legge, ad altre solo con la pressione esercitata dalla pubblica opinione.
Non sembra però che il Parlamento sia sensibile a queste esigenze e l’opinione pubblica appare troppo distratta da problemi di breve momento offerti dalla cronaca giudiziaria che talora assumono  contenuti carnascialeschi come, d’altronde, induce il periodo.

Vien quindi da concludere amaramente con i versi in vernacolo che figurano nella canzone “La pratica legal” scritta nel 1831 da Angelo Brofferio mentre si trovava nelle carceri correzionali:
“Guai a col ch’s’ancaprissia de voler giusta la giustissia!” (= Guai a colui che ha il capriccio di voler giusta la giustizia).

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