Dallo stato sociale alla comunità liberale

Come dare servizi migliori ai cittadini ridimensionando, per necessità o per scelta, il ruolo della pubblica amministrazione nella vita di noi tutti.

La crisi dello stato assistenziale non è solo una crisi “finanziaria”, cioè di  momentanea scarsezza di liquidità, ma è una crisi politica e culturale irreversibile, basata su uno scompenso grave, e sempre  crescente, tra le aspettative  dei cittadini (molto opinabilmente definite “diritti”) in termini di beni e servizi forniti da parte dello Stato (cioè, degli altri cittadini), e la capacità dello Stato stesso di reperire le risorse con cui erogarli.

Questo problema strutturale di finanza pubblica si sta spostando, a seguito delle recenti finanziarie, sempre più dal livello statale a quello municipale, tendenza che sarà accelerata dalla riforma federalista: il rapporto tra risorse disponibili e tipologia, qualità e quantità di servizi forniti sarà dunque, a mio parere, il punto di partenza di chiunque voglia occuparsi di politica o più in generale di qualità della vita nelle nostre città.

Esistono quattro possibili risposte a questa crisi: la demagogia irresponsabile, l’assistenzialismo insostenibile, il rigorismo indifferente, ed infine la comunità liberale. Forse qualcuno tra voi avrà già capito quella che preferisco.

La demagogia irresponsabile promette servizi per tutti senza preoccuparsi di come finanziarli: diritto alla casa, al lavoro, alla cittadinanza, alla salute, alla cultura. Quando non ci si pone nemmeno il problema di “chi paga”, non si può pretendere di essere presi sul serio.

L’assistenzialismo insostenibile pretende di finanziare estesi livelli di servizio attraverso la leva fiscale. Non funziona, tantomeno a livello municipale, perché tasse più elevate diminuiscono il gettito, non lo aumentano, e finanziano comunque non la “front line” dei servizi ai cittadini, ma il “back office”, cioè lo spicciolo clientelismo politico.  Il problema è come diminuire il prelievo fiscale, non come aumentarlo.

Il rigorismo indifferente bada a sanare i bilanci senza guardare agli effetti. Considera i servizi ai cittadini come mere partite contabili. Non è però la stessa cosa tagliare un concerto di musica dodecafonica, o la assistenza a chi soffre di disturbi psichici, un investimento strategico o una spesa di rappresentanza. Il rigorismo cieco, tra l’altro, spesso ci vede benissimo e taglia soprattutto in una logica di convenienza politica e di tutela di lobbies e di stakeholders privilegiati.

Il comunitarismo liberale invece non è strabico: non sottovaluta né i bisogni, né la enorme complessità del doverli soddisfare.  Parte dal presupposto che “garantire non vuol dire gestire”: se lo Stato, od il Comune, vuole veramente garantire certi servizi,  la prima cosa che deve fare è limitare il proprio contributo nella loro gestione. Limitarsi a funzioni di indirizzo, controllo ed erogazione specialistica in alcune aree di nicchia, e non pretendere di occuparsi di tutto.

Il comunitarismo liberale non è però una semplice apologia dell’outsourcing, né tantomeno di quelle ibride soluzioni miste pubblico-privato che a volte hanno generato piccoli mostri. E’ una proposta invece coerente sia con la visione liberista-libertaria, che vede nello Stato spesso la fonte e non la soluzione dei problemi, ma anche con il principio di sussidiarietà caro al pensiero cattolico, e con la migliore tradizione del riformismo milanese, che con le mutue ad esempio sviluppò strumenti importanti ed efficaci .

Si differenzia dal rigorismo sterile, perché sa che sul fronte dei bisogni, lo squilibrio tra richiesta ed offerta di assistenza è in buona parte solo apparente. Se nelle città scarseggiano le risorse finanziarie, vi sono invece immense riserve, assai poco sfruttate, di risorse umane più che disponibili a rispondere, nei modi più diversi, alle mille diverse richieste di intervento che la città genera.

I bisogni dei cittadini, non solo come singoli ma anche degli enti che amministrano con sempre meno risorse la città, sono infatti i più diversi: sicurezza nelle strade, formazione ed orientamento professionale, assistenza agli anziani, supporto nei rapporti con la burocrazia, trasporti, salute, manutenzione di strutture pubbliche, valorizzazione delle istituzioni culturali,  tutela dell’infanzia, gestione di eventi, e così via.

Attività le più diverse, che hanno però in comune, in gran parte, di essere poco o nulla “capital intensive”, con medio-bassa complessità organizzativa,  e di richiedere, per essere svolte, più che altro competenze specifiche, tempo, e motivazione. Ed ovviamente un coordinamento.

Le migliaia (migliaia!) di associazioni di volontariato che operano in città hanno già intercettato in buona parte alcuni di questi bisogni. Dall’ Airc al FAI ai City Angels, alle attività legate alle parrocchie, e non voglio proseguire per non dimenticare nessun protagonista, già molto si fa, in modo tanto lodevole quanto poco sistematico e strutturato. La pubblica amministrazione ha lavorato poco, certo non solo a Milano,  per costruire una mappa dei bisogni ed una parallela mappa delle risorse, ed ancora meno per condividere le azioni con i privati: l’assistenza è “un business” per i politici, e lo è solo se gestita direttamente, ed è una routine e non certo una vocazione per molti operatori pubblici, la cui motivazione possiamo quotidianamente sperimentare nei nostri rapporti con la burocrazia.

Il volontariato si è sviluppato dunque sinora in modo spontaneo e casuale, in funzione, necessariamente e legittimamente, delle iniziative dei molti “piccoli imprenditori senza profitto” nati in questo settore. Ma la sensazione è che a Milano le risorse, di tempo e competenza, disponibili a lavorare per la città come “civil servants” siano molto più numerose di quelle già organizzate dalle associazioni.

Per fare i più banali degli esempi, se il Comune chiedesse ai milanesi quanti sono disposti a dare un poco del loro tempo per pulire i graffiti dai palazzi del vicinato, per portare la spesa a domicilio a qualche anziano, per insegnare l’italiano a qualche straniero, per tenere aperto un museo la sera, quanti risponderebbero ? Ma anche su prestazioni specializzate: assistenza psicologica e medica di base, assistenza contabile agli enti comunali, gestione di eventi e strutture sportive, ospitalità in casi di emergenza, assistenza legale, attività manutentive ed artigianali per il decoro della città, servizi di supporto al turismo. Quanti sono a Milano i baby pensionati che più che volentieri, per un moderato ma non infimo impegno temporale, darebbero un contributo senza una contropartita economica ? Quanti sono gli insegnanti per vocazione che sarebbero disponibili ad aiutare studenti in difficoltà ? Tanti, io credo, tanti.

Sostituire al “Big Government” la “Big Society” è, tra gli altri, uno degli obiettivi del nuovo Governo britannico. Non delegare alla burocrazia quello che possiamo fare da soli, non trasformare la solidarietà in routine impiegatizia delegata. Chiedete ad un milanese di dare più soldi allo stato, e vi prenderà a pedate. Chiedetegli di dare la mano al suo vicino, ma anche al suo “lontano”, e vi ringrazierà per l’occasione che gli date.

Questo non vuol dire cancellare l’intervento pubblico, rendere indifferente le istituzioni e tornare all’ Inghilterra di Dickens, filantropia e legge del più forte. Al pubblico resta il ruolo forte e indispensabile di coordinare, indirizzare, quando può finanziare, questi servizi, mappare i bisogni, formare nel caso i volontari, definire delle priorità e degli standard, controllare e garantire dagli abusi. Dare un quadro di riferimento al volontariato esistente, e organizzare quello, che io credo immenso, che è oggi sommerso. Gestire, questo sì, le strutture che bene hanno dimostrato di funzionare, e quelle che richiedono investimenti e competenze che il privato non riesce a fornire. Ma scopriremo forse che non sono poi tante, e lo scopriremo solo se diamo loro l’occasione di svilupparsi.

Fare di Milano la capitale della solidarietà e della qualità dei servizi non vuole dunque dire aggiungere risorse al pentolone sempre più vuoto della pubblica amministrazione: vuole anzi dire fare proprio il contrario, e chiedere alla politica più idee e “intelligence”, e meno uso ed abuso di quattrini. E’ forse anche un modo per selezionare una classe politica più onesta e creativa.

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