Democrazia ingiuntiva

L’Italia è un paese destinatario di una variegata circolazione di modelli giuridici. Solo qualche esempio: il processo penale lo abbiamo scopiazzato, assai male, dal modello accusatorio dei paesi di common law, così come da quelli abbiamo recepito l’istituto del trust. Ma l’Italia è sempre stata anche terra di creazione del diritto, di elaborazione di istituti e categorie assai raffinate, a sua volta, imitate. Troppi sarebbero gli esempi, confidiamo nel nostro lettore.

Dell’ultima creazione autoctona, però, sarebbe il caso di non menar vanto.

Leggiamo che l’on. Di Pietro, colpito nell’orgoglio di essere il più duro e puro tra gli anti-berlusconiani, avrebbe mal digerito che nelle votazioni del 14 dicembre scorso il governo dell’Achille Lauro della Brianza si fosse salvato grazie al voto provvidenziale offertogli da due ex-deputati dipietristi.

E pare che l’on. Di Pietro sia corso ai ripari prevedendo una sorta di noviziato per i nuovi adepti. Un ritorno alle origini, a quell’etica agricola, sana e semplice, che serbava onori e pudore imponendo la castità pre-coniugale.

Ma la mente giuridica – ed il che è tutto dire – del tribuno di Montenero della Bisaccia era già andata oltre.

Infatti, prima del doppio tradimento Razzi-Scilipoti, Di Pietro aveva già proposto ai candidati del suo movimento, suo in tutti i sensi, una sorta di dichiarazione di intenti. Nel caso in cui il candidato fosse risultato eletto, il cambio di casacca sarebbe costato un importo stabilito in base alla quota dovuta al movimento (come contributo), oltre ad una somma a titolo di ristoro delle spese per la campagna elettorale. Un accordo tra gentiluomini? Macchè, per quelli servono i galantuomini e, ci pare, di questi non se ne vedano. No, tanto di contratto con clausole penali ed obblighi restitutori (di denaro, s’intende).

E’ notizia di ieri l’altro, infatti, che qualche Tribunale ha già provveduto ad emettere dei decreti ingiuntivi contro i trasgressori. Attendiamo le opposizioni da parte dell’ingiunto e staremo a vedere.

Ma quello che qui ancor di più ci interessa è l’idea di democrazia che l’ex pm rappresenta.

Per carità, i salti della quaglia piacciono assai poco quando sono determinati non da cambi di opinione – di per sé sacrosanti ed anzi fisiologici, in una certa misura – ma da pro-offerte di strapuntini di potere, fringe benefits assortiti e lauti assegni, anche se questi ultimi devono aver lasciato il posto a fruscianti banconote, più idonee a passar inosservate ad occhiuti inquirenti.

Dicevamo dell’idea di democrazia fatta propria dal tribuno Di Pietro.

Credevamo, da paleo liberali, che il vecchio principio del divieto di mandato imperativo fosse, bene o male, stato digerito dai più. Non fosse altro perché in suo onore militava una norma costituzionale, quell’art. 67 che aveva vissuto di una sorte tranquilla durante la vituperata prima repubblica.

Fatto si è che dagli inizi della seconda repubblica quel principio, che andava di conserva con l’essenza stessa della democrazia liberale, è stato pian piano prima criticato, poi contestato sino ad essere oggi sbertucciato e mercanteggiato.

E’ vero che il fenomeno della transumanza parlamentare ha assunto, negli ultimi tre lustri, dimensioni significative, e preoccupanti nella misura in cui testimoniano il livello di lealtà di molti rappresentanti politici, vittime di conversioni in massa.

Ed è del pari altrettanto vero che un simile fenomeno avrebbe anche delle sue spiegazioni, come si ostinano a spiegare autorevoli politologi; tra queste il passaggio da una rappresentanza che si differenziava per le diverse opzioni ideologiche caratterizzanti i partiti (era assai improbabile, oltre ad apparire imbarazzante, assistere ad un deputato comunista che diventava liberale, e viceversa), ad una politica personalistica al punto di far mostra dei nomi e cognomi dei suoi principali attori direttamente nei simboli dei partiti, o meglio di ciò che resta di questi posto che hanno smesso oramai pure di chiamarsi partiti.

Ma insistiamo a chiederci: che razza di cultura politica può spingere a far sottoscrivere dei documenti giuridicamente azionabili da utilizzare a mo’ di ricatto legale? E’ possibile confidare nella spontaneità della partecipazione politica, nel suo disinteresse, quando la partecipazione viene ridotta ad una discussione tra creditori e debitori ingiunti, con rispettive domande riconvenzionali ed eccezioni di nullità?

Di Pietro è il responsabile non di una deriva, come usa dire, giustizialista (termine suadente ma mentitorio), bensì di una interpretazione della politica intesa come pangiudiziarismo. La politica viene ridotta ed appiattita al resoconto della cronaca giudiziaria, il giudizio politico confuso con quello, limitato e circoscritto, tipico dell’accertamento giudiziale. Insomma, la politica vittima di una ordalia giudiziaria, alimentata dalla stessa essenza della sua negazione: più il clamore giudiziario si leva alto, più si spera di ingrossare le file dei propri adepti.

Ma questo è stato già detto e scritto da altri più autorevoli di noi.

Quello che non si comprende, almeno facendo ricorso al logoro e frusto armamentario caro a noi liberali, è il ricorso a strumenti estranei alla lotta ed alla discussione ideale, all’arte raffinata della persuasione, alla comunione sincera derivante dalla condivisione non tanto di un ideale, ma almeno di una visione del mondo prossima e comune.

Se questi sono gli strumenti sui quali si coltiva oggi l’opposizione all’ingiustificabile ed indifendibile Laurismo del Nord, non vi sono speranze per l’avvenire di questo paese. L’estorsione al posto della persuasione quale strumento di difesa contro le prassi eversive che ci si perita di paventare. Simili strumenti fanno tornare alla mente quei loschi figuri che per garantirsi la silenziosa osservanza e lealtà dei propri sodali, si facevano rilasciare assegni in bianco o biancosegni da custodire nel cassetto della scrivania. Al momento buono, quando balenava negli occhi dell’interlocutore un minimo segno di incertezza di fronte alle sempre più pressanti richieste del capo, bastava un semplice gesto, la mano che si avvicinava a quel cassetto, per ricondurre a più miti consigli ed ad una rinsaldata fedeltà.

Si era detto: è indecente che i cambi di casacca avvengano dietro la presentazione di credenziali bancarie, titoli di credito assortiti, accolli di mutuo, surroghe o altro. Bene, benissimo, anzi: doverosissimo. Ma non è forse il caso di dire che è del pari inammissibile che ci si trovi, per avventura, costretti a non cambiar idea per paura di un’ipoteca giudiziale e di una esecuzione forzata?

Che poi gli strumenti sono sempre proporzionati al livello del loro ideatore. Come i raffinati greci inventarono l’ipoteca, poi mutuata dal diritto romano, i più rozzi germanici facevano ricorso spesso ad un unico concetto, il più delle volte empirico e corporale, per rappresentare situazione giuridiche assai diverse.

Fuor di metafora: il nostro tribuno ha fatto ricorso a quelle reminescenze che deve aver scovato nello svolgimento di altri uffici. Se fosse stato più sofisticato avrebbe, magari, pensato a strumenti ancor più efficaci di persuasione. Ci permettiamo, a mo’ di sfida, di suggerirgliene uno, tra i tanti: perché non far ricorso al vecchio “patto marciano”? Con quello ben avrebbe potuto far intestare – sia chiaro: direttamente al movimento – qualche bene personale del candidato, con l’impegno di esitarlo in caso di inadempimento e restituirgli, puntualmente, la differenza tra il prezzo dell’infedeltà ed il valore venale di vendita! Ne avrebbe tratto giovamento la certezza del recupero, magari contro deputati incapienti o già indebitati, come nel caso del mutuo dell’on. Razzi.

Ci permettiamo un simile parere perché tanto dovrebbe esser chiaro di che valori sia depositaria e custode l’omonima Italia di Di Pietro.

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