Il Medio Oriente come l’Urss dell’89?

(articolo pubblicato su www.libertiamo.it)

E dove sarebbe questa “stabilità” delle dittature? A vent’anni circa dal collasso rapidissimo del blocco sovietico, che tutti davano per eterno e immutabile sino al 1989, oggi assistiamo a qualcosa di molto simile nel Medio Oriente. Sistemi dittatoriali al potere dagli anni ’50 del secolo scorso si stanno sgretolando con una rapidità impressionante.
Il primo punto in comune fra il 1989 e il 2011 è la velocità del contagio rivoluzionario. Nel giugno 1989, la prima sconfitta elettorale dei comunisti in Polonia portò due mesi dopo all’apertura della frontiera ungherese, quattro mesi dopo alla caduta del muro di Berlino e cinque mesi dopo alla fine di tutti i regimi comunisti dell’Est.

Nella rivolta attuale la successione degli eventi è stata addirittura più rapida, per lo meno nella prima fase ancora in corso: il suicidio di un venditore ambulante tunisino e lo scoppio di una rivolta contro il caro-vita in Algeria hanno portato, in tre settimane, alla caduta del regime tunisino, allo scoppio di una rivolta su larga scala in Egitto e a duri scontri e manifestazioni in Mauritania, Algeria, Giordania, Sudan e Yemen. Mancano all’appello Libia (unica “tranquilla”), Marocco e Siria, in cui, però, la marea della contestazione sta montando.

Come nel caso delle rivoluzioni del 1989 (altro punto in comune), i regimi sentono mancare talmente tanto il terreno sotto i propri piedi da sentirsi obbligati a trasformarsi o perire. O addirittura, come nel caso di Ben Alì (e nei prossimi giorni si attende la stessa cosa da Mubarak): lasciare il potere e il Paese pur di vivere. “Quello che le rivolte evidenziano è una realtà fondamentale che il mondo troppo spesso dimentica” – scrive il libertario americano  Llewellyn H. Rockwell, Jr. – “E’ la connessione tra qualsiasi governo e qualsiasi popolo, in qualsiasi momento e luogo. Le persone superano di gran lunga il governo nei numeri e per questa ragione ogni governo (anche se è pesantemente armato) deve dipendere da un qual certo livello di consenso per continuare il suo dominio. Se un popolo intero si solleva e dice no, i burocrati e persino la polizia è senza poteri. Questo è il grande segreto del governo che è essenzialmente ignorato. Finché il giorno della rivoluzione arriva”.
Non sempre questa massima è vera. Nelle rivoluzioni del 1989 fu la volontà di Gorbachev (il quale si illudeva di riformare i sistemi comunisti) a non usare il pugno di ferro che trascinò nel baratro tutti i regimi suoi satelliti. Nel 2011 collassano solo quei dittatori che non hanno il “coraggio” di ordinare repressioni brutali, perché, per cultura e alleanze, sono relativamente più miti. Un Ben Alì può scappare senza provocare massacri su larga scala. Un Mubarak o un re Abdallah II di Giordania possono promettere riforme e cambiare i loro governi. Ma un Bashir (Sudan), un Assad (Siria), un Gheddafi (Libia), un Saleh (Yemen) che in passato hanno già dimostrato di non farsi scrupoli a uccidere migliaia, se non centinaia di migliaia, di propri cittadini, molto probabilmente continueranno a sopravvivere forti del terrore che incutono.

Rispetto al 1989, c’è una terza similitudine: la sorpresa in Occidente. Si può benissimo affermare che “nessuno sapeva” e chi sapeva non si è interessato di quel che stava bollendo in pentola in Nord Africa, così come, allora, nell’Est. Le cancellerie occidentali, durante la Guerra Fredda, erano talmente abituate ad accettare dittature socialiste reali (formalmente nemiche) oltre la Cortina di Ferro, da considerarle come uniche interlocutrici. Nonostante tutta la simpatia idealista per i dissidenti, la vera politica passava attraverso gli accordi, più o meno formali, più o meno segreti, con Mosca e le altre capitali dell’Est. Era “realista” chi sapeva trattare con loro, non certo chi aiutava i dissidenti. Il momento del 1989, non solo colse l’Occidente impreparato, ma lo trovò diviso sul da farsi. Sia Andreotti in Italia che la Thatcher in Gran Bretagna, ad esempio, non volevano una riunificazione tedesca. In Francia, Mitterrand aspirava, ancora nel 1990, a un progetto di “casa comune europea” con l’Urss di Gorbachev. Lo stesso presidente americano George Bush (padre) non voleva la frammentazione dell’Unione Sovietica nel 1990-’91, perché preferiva trattare con un unico capo a Mosca. Se questo era vero oltre-cortina, oltre-Mediterraneo lo è ancora di più.

Gli interlocutori dei governi europei sono sempre stati Ben Alì, Gheddafi, Mubarak, Abdallah II, Bouteflika. Il dissenso nei loro Paesi, semplicemente, non esiste agli occhi dei governi e delle opinioni pubbliche occidentali. Scoppiate le rivolte di gennaio, i governi europei, come ha ammesso candidamente Parigi, sono rimasti senza strategia, sorpresi di vedere la ribellione di quel che hanno sempre considerato un “deserto civile”. In questi giorni, con milioni di persone in piazza al Cairo e ad Alessandria d’Egitto, l’Ue è divisa fra una Germania e una Spagna che vogliono le dimissioni del dittatore, una Gran Bretagna e una Francia che lo vogliono conservare al potere e un’Italia, primo partner commerciale dell’Egitto, che incrocia le dita e spera nel mantenimento dello status quo, per quanto possibile.

Ma qui finiscono le similitudini e iniziano le divergenze. Purtroppo per noi. Perché nel 1990, all’indomani di una rivoluzione che ci aveva colto di sorpresa, abbiamo avuto la fortuna di assistere all’ascesa di nuovi governi democratici, liberali, cristiani, che non vedevano l’ora di abbracciarci, in quanto fratelli europei. E’ difficile che ci vada così bene all’indomani di questa rivoluzione nel Sud del Mediterraneo. Perché i rivoluzionari di oggi, anche nella laica Tunisia, ci vedono come i sostenitori dell’ancien régime. Perché, non avendo noi sostenuto opposizioni secolari, gli unici oppositori organizzati in Egitto, Algeria, Giordania, Yemen sono rimasti gli integralisti islamici. Per i quali democrazia fa rima con shariah. E che, se arriveranno al potere, è difficile che ci vogliano abbracciare.

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