Giudizi contradditori sul nostro paese

In queste ultime settimane leggendo la stampa, anche quella specializzata su problematiche economiche, ho notato giudizi contradditori sul nostro Paese, opinioni abbastanza divergenti.

A questo proposito vorrei fare alcune esemplificazioni.

Ogni anno, credo da 40 anni, a Davos , in Svizzera, si svolge il World economic forum  a cui partecipano circa 2.500 persone, l’establishment mondiale : capi di governo, economisti, finanzieri, imprenditori e manager. Normalmente lo scopo è quello di discutere i problemi dell’economia mondiale e trovare adeguate soluzioni per superare la crisi finanziaria e determinare la governance planetaria.
Il meeting è iniziato il 26 e terminato il 30 gennaio scorso.

Quest’anno, all’interno del programma dei numerosi dibattiti e tavole rotonde, è stata aperta una finestra anche per un dibattito su “Special case Italy”.

In questa occasione l’economista tedesco Daniel Gros, analista a Bruxelles, che conosce molto bene il nostro Paese anche perché a suo tempo si era laureato a Roma con il Prof. Federico Caffè, in modo abbastanza esplicito, quasi “tranchant”,  ha dichiarato: “Sono sempre più convinto che sia l’Italia il vero problema dell’area euro. Il tasso di risparmio cala, il deficit con l’estero sta emergendo. Se il Paese non cambia rotta, tra dieci anni può essere dov’è il Portogallo oggi”. Un discorso più o meno simile l’ha espresso anche Matthew Bishop, capo dell’ufficio di New York del settimanale inglese “Economist”.

Sono giudizi molto pesanti. Pessimismo esagerato?

A leggere i resoconti giornalistici del dibattito suddetto, non tutti si sono mostrati d’accordo con questi giudizi negativi, anche tra coloro che, normalmente, sono critici per l’immobilismo del nostro Paese.

Ad esempio, se da una parte Alessandro Profumo, ex-amministratore delegato di Unicredit, afferma: “Siamo un Paese bloccato”, dall’altra, Corrado Passera, amministratore delegato di Intesa San Paolo, afferma che la vulnerabilità non è nelle imprese, capaci di esportare, bensì “il problema è il ritardo nelle infrastrutture, istruzione, giustizia, burocrazia”.

Ci sono indubbiamente dei dati contradditori che caratterizzano il nostro Paese.

C’è senza alcun dubbio anche un senso generalizzato di sfiducia, direi meglio di frustrazione, dovuto soprattutto alla palude della politica, ai continui contrasti istituzionali, allo scadimento della classe e vita politica, alle discussioni incentrate essenzialmente su questioni private e non sulle cose da fare.

Ciò che stupisce invece, e questo positivamente,  è il giudizio espresso nel corso del mese di gennaio scorso, da parte di alcune importanti Banche internazionali sul nostro Paese, Istituti come Goldman Sachs, Morgan Stanley, Citigroup, Nomura, Natixis, BNP Paribas ed altre. Sono giudizi, anche se con precisazioni e distinguo, sostanzialmente positivi.

Ad esempio faccio alcune citazioni.

Secondo la Natixis, banca d’affari del gruppo BPCE,  il nostro Paese è un veicolo d’investimento solido.“Con una situazione economica e finanziaria più solida di quanto gli investitori immaginano e di quanto viene riflesso dagli spread tra i BTp-Bund e dai credit default swap, l’Italia non è un paese rischioso. La percezione negativa è dovuta alle complicazioni della vita politica, la crescita debole, l’alto livello del debito pubblico e il problema del Sud. Ma i punti di forza sono numerosi: l’industria ha migliorato i prodotti e le esportazioni vanno bene. I conti pubblici si tengono abbastanza in equilibrio, il debito dei privati è basso. La quota dei detentori esteri di titoli di stato è tra le più basse in Eurolandia: una fetta significativa del debito è in mano agli italiani e questo preserva il paese da attacchi speculativi. Il sistema bancario è solido: le banche detengono pochissimi titoli di stato spagnoli, greci, portoghesi e irlandesi a differenza di altri istituti europei. Non tutto è perfetto in Italia: la crescita potenziale è debole e la produttività ristagna, lo stato è inefficiente e invasivo. Ma tutto considerato, per noi l’Italia è un veicolo d’investimento solido.”

La Morgan Stanley scrive : “L’Italia ha un peso sistemico rilevante nell’eurozona e per questo sarà protetta contro il rischio contagio, più di quanto non sia accaduto ai periferici più piccoli. Questo non rende l’Italia immune dalle pressioni del mercato ma meno esposta alle difficoltà nel raccogliere fondi. In virtù di una base domestica di investitori molto solida, uno “sciopero” della domanda sui titoli di stato è meno probabile che in paesi dove i titoli del debito sono detenuti da stranieri. Nonostante le note carenze strutturali, l’Italia è messa meglio da un punto di vista fiscale, il deficit sulle partite correnti è basso, la leva del debito privato è contenuta e il sistema bancario è sano”.

La stessa giapponese Nomura afferma : “L e sfide che deve affrontare l’Italia sono di grandezze totalmente diverse da quelle dei paesi periferici. L’Italia nella crisi ha registrato un deficit primario contenuto, nonostante l’elevato debito, e un piccolo disavanzo delle partite correnti. L’economia non ha galoppato per anni su boom insostenibili come quello di Spagna e Irlanda e il sistema bancario italiano è fondamentalmente sano.

Ildebito pubblico presenta altri punti di forza: può contare su una larga base di investitori domestici, una durata media dei titoli relativamente elevata, una bassa percentuale di BoT sul totale. Per tutti questi motivi riteniamo che le preoccupazioni del mercato sulla sostenibilità del debito pubblico italiano – riflesse negli spread – siano esagerate. L’Italia dovrebbe registrare un avanzo primario a partire da quest’anno e questo servirà a stabilizzare il rapporto debito-Pil attorno a quota 120% per un paio di anni. Resta tuttavia essenziale il perseguimento di una politica volta all’implementazione delle riforme strutturali per stimolare la crescita”

La Goldman Sachs: “Quanto alla situazione politica, non dovrebbe avere un impatto importante sulla tenuta fiscale: il consolidamento dei conti rimane un fattore chiave per un paese con un alto debito, nonostante la disciplina sul fronte fiscale adottata per svariati anni. Le rinnovate pressioni esercitate dalle tensioni sul mercato del debito sovrano europeo – e il permanente contagio potenziale tra stati – è uno stimolo ulteriore a mantenere la prudenza nella politica fiscale italiana”.

La Citigroup: “Il rischio politico è aumentato di recente e potrebbe portare a elezioni anticipate quest’anno. Ma riteniamo che questo non cambierà in maniera sostanziale l’impostazione di rigore e disciplina della politica fiscale”.

Dopo questi giudizi dei più importanti Istituti internazionali, la politica e il governo devono darsi una mossa; abbiamo bisogno di uno choc, come qualcuno ha recentemente detto.

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