Astorre II Baglioni. Guerriero e Letterato

–   Alessandra Oddi Baglioni   –

“Astorre II  Baglioni. Guerriero e Letterato”.

(pagg. 283- ed. Volumnia – 2.009  -euro 18 )

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Scrivere un romanzo storico non è cosa agevole. Esiste, infatti, il forte rischio di eccedere con la  fantasia manipolando la verità storica a fini narrativi.

Non è il caso di questo romanzo di Alessandra Oddi Baglioni, giurista, storica, rappresentante dell’associazionismo femminile, imprenditrice agricola, che ha  anche lavorato all’Unione Europea ed è la discendente (cosa inusuale dopo oltre sette secoli ) delle famiglie Oddi e Baglioni ed anche questo è alquanto insolito perché queste due casate furono ferocemente antagoniste nel Rinascimento per la signoria di Perugia.

Il romanzo, corredato da concise ma esaurienti note storiche esplicative, ripercorre la vita di Astorre II  Baglioni (1526-1571 ), condottiero, architetto militare e letterato.

I Baglioni erano un’antica famiglia feudale di Perugia che, appoggiandosi alla fazione detta dei  “beccherini” (=popolo minuto ), in opposizione ai c.d. “grandi” ovvero le maggiori famiglie della città, gli Oddi, già citati, ed i Vincioli, e primeggiando nell’arte bellica esercitarono con  Pandolfo,  per la prima volta, nel 1384, il predominio sulla capitale umbra, supremazia che fu interrotta per un breve arco di tempo in seguito alla strage degli stessi Baglioni nel 1393 per poi riprendere e rafforzarsi  nel 1398 fino a trasformarsi in una vera e propria signoria sulla città ed altre terre della regione.

Tale signoria, funestata dalle aspre discordie in seno alla stessa famiglia che sfociarono nella congiura del 1500 da cui riuscì a scampare solo GianPaolo Baglioni, ebbe fine nel 1540 allorché papa Paolo III  assicurò allo Stato Pontificio il dominio della regione.

Come accennammo all’inizio vari membri della famiglia si distinsero nell’arte bellica.

Ci riferiamo al già ricordato Pandolfo, a  GianPaolo (1470-1520), ad Orazio (1493-1528), a Malatesta  (1491 -1531 ),figlio di Gian Paolo,  ma soprattutto ad Astorre II .  Questi era figlio di Gentile Baglioni che, in seguito all’omicidio dei fratelli – Astorre I e Giampaolo –, chiese al Papa la dispensa dalla carriera ecclesiastica che aveva abbracciato per poter sposare Giulia Vitelli e così non fare estinguere  il proprio casato.

Da tale unione nacquero Astorre II ed Adriano. Gentile venne fatto uccidere dal nipote Orazio, figlio di Gian Paolo.

L’autrice adotta per la narrazione un artificio letterario. Fa, infatti, raccontare gli eventi più significativi della vita di Astorre ed i suoi intimi pensieri ad una metà del medaglione che riproduce lo stemma della famiglia e che il condottiero porta sul petto legato al collo da una catenella d’oro, l’altra metà pende dal collo del fratello Adriano quale simbolo di unione fraterna.

Il romanzo ripercorre, come sopra accennato, le tappe più significative della non lunga vita di Astorre Oddi Baglioni dall’infanzia e dalla prima giovinezza trascorse a Roma alla sua tragica morte a soli  47 anni.

Nella Capitale Astorre ricevette, grazie alla madre ed all’atmosfera della corte dei Farnese, un’ottima educazione specie nelle materie letterarie di cui fu sempre un cultore appassionato. Ricevette anche una valida istruzione militare, Alessandro Vitelli, signore di Città di Castello, stimato condottiero di ventura (comandò una delle “Bande nere” di Giovanni de’ Medici, fu al servizio del Pontefice e degli Asburgo) . Al seguito dello zio, Astorre, assieme al fratello Adriano, partecipò giovanissimo (aveva appena 14 anni), sotto gli stendardi imperiali, all’assedio di Pest (1540) tenuta dai Turchi battendosi  con valore.
A Roma Astorre aveva conosciuto,ventenne, quella che sarebbe  diventata la sua amata consorte, Ginevra Salviati, nipote di Caterina de’ Medici, regina di Francia. Per coronare il suo sogno d’amore Astorre dovrà, però, lottare perché, in considerazione del fatto che il rango dei Salviati non era, all’epoca, raffrontabile con quello di Baglioni giudicati solo dei nobili di provincia e, per di più, non troppo doviziosi, il pontefice Paolo III era contrario al connubio  e costrinse Astorre nel 1546 a lasciare l’Urbe ed a trasferirsi per un anno a Parma presso suo figlio Pier Luigi Farnese. Quella del Farnese era, peraltro, una corte molto raffinata dove si tenevano cenacoli letterari cui presenziava anche il Bembo ed ai quali Astorre prese parte attiva.

Partecipò, ancora in compagnia del fratello, militando nella cavalleria di Carlo di Savoia, alla guerra mossa da Carlo V contro la lega protestante smalcaldica ed alla battaglia di Ingolstadt (1647) battendosi con onore.

Il Papa, considerati i suoi valorosi trascorsi d’arme, lo fece allora rientrare a Roma e lo nominò Governatore della città (1547-1550) e Senatore. Grazie a tale seconda nomina diventò, in pratica, membro della nobiltà romana.

Le sue finanze, ciò non di meno, non erano ancora all’altezza della famiglia di quella che desiderava sposare. Decise allora di acquisire maggior fama e di catturare un vascello saraceno che gli avrebbe procacciato lauti guadagni. Con questo duplice obiettivo si unì nei primi mesi del 1550 alla flotta pontificia comandata da Carlo Sforza che, assieme alle galee genovesi, a quelle dei Cavalieri dell’Ordine di Malta e della Spagna, si dirigeva verso la Tunisia, donde partivano le terribili incursioni del pirata turco Dragut sulle coste mediterranee. Durante il viaggio verso l’Africa settentrionale il vascello che lo portava fece naufragio a Ventotene. Astorre si salvò per miracolo e fu curato da Sirin, un’affascinante principessa persiana, ivi tenuta in ostaggio, e con la quale ebbe un inizio di storia d’amore, storia che venne però impedita dall’arrivo di altri naufragi. Astorre incontrerà successivamente sul campo di battaglia il fratello di Sirin e gli risparmierà la vita.

Ripreso il mare partecipò, sempre con valore, all’assedio, coronato da successo, di Al Mahdia, una delle piazzaforti del pirata, che era difesa dal nipote di Dragut, Hisar Rais. In tale occasione salvò la vita a Giordano Orsini. Rientrato a Roma nel giugno del 1550 con la fama di intrepido soldato e  – cosa che non guastava – con  il ricavato della parte di sua spettanza del bottino fatto in terra d’Africa dall’armata cristiana Astorre ricevette il permesso dal pontefice e, naturalmente, dai Salviati di sposare Ginevra. Il matrimonio fu celebrato con sfarzo nel gennaio del 1551.

Passato nel 1559 al servizio della potente Repubblica Veneta fu nominato Governatore di Verona dove si trasferì con la famiglia ( nel frattempo gli era nato un figlio: Guido ).

Il lungo soggiorno (1559-1569 ) in Veneto al servizio della Serenissima fu, nel complesso, sereno per Astorre e la sua famiglia ed anche proficuo per la sua  formazione militare. Collaborando, infatti, con Sforza Pallavicino, divenne un provetto ingegnere militare e contribuì alla progettazione delle fortificazioni del Friuli, prima, di Bergamo e Verona, poi, avviando la tecnica delle fortificazioni avanzate. Stante la sua ormai assodata perizia in questa materia fu inviato dal Governo Veneto a Corfù come Governatore per fortificare la città. L’impero ottomano era in quel periodo sempre più impegnato nella sua spinta espansiva verso l’Europa e Venezia, che prosperava grazie ai commerci  con l’Oriente che transitavano per le terre ottomane, si trovava in una difficilissima posizione. Se avesse, infatti, rotto le già difficili relazioni diplomatiche con la Sublime Porta questa avrebbe  probabilmente interrotto i flussi commerciali verso la Serenissima che rappresentavano per la  Repubblica la linfa vitale. Subire, però, era disdicevole per l’onore di Venezia ed anche controproducente perché Costantinopoli voleva impadronirsi delle basi territoriali lungo le rotte  nell’Adriatico e soprattutto nell’Egeo che consentivano alle  navi venete di trovare porti sicuri durante i viaggi verso e da il Medio Oriente e costituivano delle basi commerciali di grande importanza.

Questo dilemma lacerava gli animi dei governanti veneti e frenava l’adozione delle loro decisioni più estreme.

Nella primavera del 1569, però, si sapeva che i Turchi stavano preparando l’invasione della colonia  veneta di Cipro, molto ambita non solo per la sua posizione strategica, ma anche perché  vi si produceva un vino molto apprezzato specie dal Sultano, il debole Selim II. Il governo della Serenissima decise quindi di resistere e giudicò utile inviare sull’isola come comandante delle truppe un gentiluomo che fosse al contempo uno sperimentato uomo d’armi ed anche un ingegnere militare. Astorre Baglioni era l’uomo adatto.

Nel maggio del 1569  il Perugino arriva a Cipro e si prodiga nel rafforzarne le difese.

I Turchi sbarcano e riescono ad impadronirsi di Nicosia e ne uccidono il comandante, l’Ammiraglio Dandolo.

Famagosta, sotto il comando del Procuratore Marco Antonio Bragadin ma soprattutto di Astorre Baglioni (che aveva, tra l’altro, fatto scavare utilissimi camminamenti a serpentina che consentivano ai guastatori veneti di avvicinarsi ai lavori d’attacco ottomani e di neutralizzarli), resiste eroicamente

per ben 125 giorni. A nulla valse l’arrivo di alcune navi veneziane che portarono soccorso agli assediati di fronte alle forze preponderanti dell’esercito turco comandato da Lala Mustafà Pascià.

Questi era un Serbo-Bosniaco, nato nello stesso villaggio – Sokolovice – da cui proveniva il Gran Vizir Mehemet Sokolovic, abile generale ma estremamente crudele. Come spesso accade tra chi non è della stessa etnia dei supremi reggitori, Lala Mustafà era, in fatto di crudeltà, più “realista del Re” !

Ridotti in pochi, senza derrate, con scarsissime munizioni e le fortificazioni praticamente distrutte fu giocoforza, agli inizii di Agosto del 1571, per i comandanti veneziani accettare la proposta di capitolazione avanzata da Lala Mustafà. L’accordo di massima prevedeva che ai Veneziani sarebbe stato concesso di rimpatriare ed alla popolazione greca superstite di rientrare nei propri villaggi e di continuare a praticare la religione cristiana.
Quando Marco Antonio Bragadin ed Astorre Baglioni andarono nel campo turco su invito del comandante ottomano per mettere a punto i termini dell’accordo di capitolazione e quindi firmarlo, Lala Mustafà, per vendicarsi della morte dei suoi due figli avvenuta durante l’assedio, fece subito   trucidare il nobile perugino e a Bragadin mozzare le orecchie ed il naso. Il Procuratore veneziano venne poi fatto sfilare tra le truppe quindi scuoiato vivo.

La caduta di Cipro e l’orribile fine dei due comandanti di Famagosta ebbe grande risonanza in Europa  e spinse le potenze cristiane ad accelerare i preparativi per tentare di arrestare sul mare l’offensiva ottomana. Venezia non poté aiutare efficacemente gli assediati di Famagosta perché in quel periodo doveva concentrare le proprie risorse all’allestimento della flotta in previsione dell’imminente scontro. I difensori di Cipro furono, in un certo senso, sacrificati per il fine superiore: una vittoria di maggiore importanza. Anche il tentativo, messo in atto, sormontando grandi difficoltà, da Ginevra, di far giungere a Cipro una galea con uomini e vettovaglie fallì perchè la nave arrivò troppo tardi.

Il 10 ottobre 1571, cioè due mesi dopo la capitolazione di Famagosta, la flotta della “Lega Santa”, guidata da don Giovanni d’Austria, batté a Lepanto quella ottomana.

Ci sembra utile ricordare che la vittoria di Lepanto non pose, però, fine alla politica espansionistica ottomana che dopo poco riprese soprattutto nei Balcani.

La vera battuta di arresto si ebbe solo quando nel 1683 l’esercito turco che assediava Vienna fu disfatto dalle truppe del Re di Polonia, Giovanni Sobieski, e da quelle imperiali guidate dal Duca  Carlo V di Lorena. A questa vittoria seguirono altre ad opera degli eserciti imperiali soprattutto quando furono guidati da quel grande stratega che fu il principe Eugenio di Savoia e che portarono alla pace di Karlowitz (1699) a quella di Passorowitz (1718), di Belgrado (1739), di Svicov (1791)

Solo due secoli dopo Lepanto i Turchi furono quindi definitamente arrestati!

Lo scontro tra l’Islam e l’Occidente, durante il quale s’inserisce l’episodio di Famagosta e l’eroismo di Astorre, dura, a ben riflettere, con, naturalmente, via via diversi attori, da 1300 anni. Con modalità differenti ma non meno sanguinose è, infatti, in atto anche ai nostri giorni.

Ci piace da ultimo segnalare al lettore:

– la fede e la magnanimità del nobile perugino quali emergono dal racconto della sua  vita ;

– il capitolo finale in cui vengono riportate le amorevolissime e sagge raccomandazioni di Astorre alla moglie per l’educazione del figlio e l’affettuoso, dignitoso congedo dalla consorte contenuti nell’ultima lettera del condottiero   pervenuta assieme al medaglione, fortunosamente ,a Ginevra.

Tra i consigli all’erede – tutti, peraltro, degni di nota – ci ha colpito quello che, secoli dopo, venne   espresso, in sostanza, anche da De Gaulle e che così recita: “Questo è fondamentale nella vita ed è ciò  che divide un comandante dalla milizia: tutti sono utili al comune destino ma il primo deve saper comprendere le capacità degli altri ed organizzarle secondo un disegno solo a lui conosciuto. Deve altresì avere la facoltà di convincere gli altri a eseguire quanto ordinato…

Dover decidere da soli è la terribile esperienza a cui è condannato il comandante…

Questo è il fardello che spetta ai condottieri” ;

– alcune curiosità contenute nel libro.

Ad es. si incontrano personaggi che portano cognomi di famiglie della nobiltà italiana che si ritrovano anche nei periodi successivi della storia italiana e non. E’ il caso dei Savorgnan da cui  discenderannno i fratelli Giacomo e Pietro Savorgnan de’ Brazzà, esploratori nel XIX° secolo del Congo. Il secondo fondò anche  la città  che venne chiamata dal suo cognome “Brazzaville”.

Inoltre   di particolare interesse ci sembra  la figura  del medico e letterato patavino Bernardino Tomitano (1517-1576 ), amico del Baglioni e successivamente suo biografo, che  durante l’assedio curava i feriti con una polvere cicatrizzante basandosi sull’utilizzo delle ragnatele presso gli antichi. Probabilmente aveva scoperto un anti-biotico.

A questo proposito ci sia consentito citare un racconto famigliare secondo cui fino a prima dell’ultimo conflitto mondiale i contadini romagnoli per curare le ferite alle dita  avvolgevano, talora, la parte lesa con tele di ragno od anche con un impacco di terra umida dove probabilmente si trovavano alcune specie di “penicillum”.

A questo punto  crediamo che non ci siano scuse per non leggere questo libro!

GIORGIO CASTRIOTA   SANTA  MARIA BELLA

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