CAROLINA DI BRUNSWICK, REGINA D’INGHILTERRA. UNA SOVRANA INQUIETA E SFORTUNATA NELLE MARCHE

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I – La storia nelle regioni italiane riserva sempre delle notevoli sorprese e sovente s’intreccia con la c.d. “grande storia”.

E’ il caso che ci accingiamo a rievocare.

II – La principessa Carolina Amalia Elisabetta di Brunswick – Wolfenbüttel nacque il 17 maggio 1768 nel piccolo ducato di Brunswick, uno stato vassallo della Prussia nella Germania settentrionale.

La nonna, la duchessa Carlotta, era la sorella di Federico il Grande di Prussia. Il padre, Carlo Guglielmo Ferdinando, principe ereditario, era considerato dai contemporanei e dallo stesso zio, Federico il Grande, un eroe, degno dei suoi antenati guerrieri. Nel 1757, infatti, durante la guerra dei Sette Anni, aveva riconquistato, spada alla mano, un’importante batteria ad Hastenbeck ed aveva servito con onore nello Stato Maggiore dello zio paterno, il duca Ferdinando di Brunswick – Oels Comandante delle truppe inglesi sul continente e vincitore nel 1759 della battaglia di Münden. Successivamente sarà comandante dell’esercito austro-prussiano contro le armate rivoluzionarie francesi e verrà battuto a Valmy nel 1792. Morirà in seguito alle ferite riportate nelle battaglie di Jena ed Auerstadt.

La moglie di Carlo Guglielmo, la principessa ereditaria, Augusta, era la sorella maggiore di Giorgio III, re d’Inghilterra e principe elettore di Hannover, la quale malgrado il sangue tedesco era ostile verso tutto ciò che si trovava ad oriente del Reno.

Era inoltre molto austera e devota nonché riluttante a partecipare alla vita di Corte anche perché il marito la tradiva con una dama di eccezionale bellezza, Luise von Hartelfeld, cui seguirono altre amanti. Da una di queste, l’Italiana Maria Antonietta Branconi, il duca ebbe anche un figlio, Carlo Antonio, conte di Forstenburg, che avrebbe anch’egli abbracciato la carriera militare diventando, con grande soddisfazione del padre, un ufficiale di valore.

Di questa situazione di tensione tra i coniugi Carolina – come disse più tardi – ebbe a soffrire molto.

Dalla coppia nacquero ben sette figli, tre femmine e quattro maschi.

La principessa, poi duchessa, Augusta nutriva il desiderio che le figlie convolassero a nozze con principi di alto lignaggio meglio se fossero stati degli Inglesi.

Ed in questo riscosse un primo successo perché la sua figlia maggiore, Augusta, sposò nel 1780 Federico principe ereditario del Würtenberg.

Il matrimonio non fu però felice forse per le tendenze omosessuali del marito. La principessa morì in maniera misteriosa in un castello russo ospite della Zarina Caterina. Il marito in quel periodo era governatore della Finlandia.

Per la secondogenita Carolina le speranze della Duchessa Augusta non erano meno ambiziose. Per prepararla a nozze di alto lignaggio e per porre un freno al carattere esuberante della figlia i duchi impartirono a Carolina un’educazione rigidissima. Basti pensare che alla giovane non era consentito avvicinarsi alla finestra, circolare nel palazzo se non accompagnata da una dama di compagnia, che le era quasi sempre vietato di pranzare con la famiglia se c’erano ospiti, di partecipare ai balli di Corte, che era redarguita se durante le passeggiate nella campagna circostante il castello ducale rivolgeva amabilmente la parola ai sudditi che incontrava. Doveva studiare sotto la guida di vari precettori ed esercitarsi al clavicembalo. Grazie alle lezioni impartitele dall’età di quindici anni dalla contessa von Münster, una poetessa di talento ed una buona letterata, Carolina migliorò molto la sua cultura specie quella letteraria. Leggeva, infatti, con foga in francese e tedesco spaziando dai classici a Shakespeare, dalla poesia al romanzo, dalle biografie alla storia. Fu, però, sempre carente in ortografia ma i suoi scritti erano estremamente vivaci.

Trascorreva in compagnia del suo maestro di clavicembalo ben sedici ore alla settimana sì da divenire una provetta musicista e da dare piccoli concerti dopo cena, però “ai soli genitori”.

La rigida atmosfera in cui viveva Carolina non era neppure addolcita da manifestazioni d’affetto da parte della madre con la quale i rapporti non saranno mai idilliaci.

In conclusione l’educazione impartitale fu particolarmente dura e quasi sicuramente influì negativamente sul suo carattere accentuandone l’innata tendenza all’indipendenza, all’impulsività, a parlare molto e ad essere facilmente suggestionabile.

Era però coraggiosa come i suoi avi e ne diede varie volte dimostrazione.

Il suo aspetto fisico non era sgradevole anche se non si poteva definirla una bellezza (v. Figura n. 1: Ritratto della Principessa Carolina di Brunswick).

Lord Malmesbury, che l’accompagnò dalla Germania a Londra, scrisse nel suo diario che aveva begli occhi, capelli biondi, mani delicate e dentatura discreta ma un busto piuttosto tarchiato. Dello stesso parere fu l’Abate Baron, un rifugiato dalla Rivoluzione francese che soggiornò un anno a Brunswick.

Un difetto della principessa era la scarsa attenzione che riservava all’igiene personale.

I programmi matrimoniali della Duchessa Augusta per la figlia non procedevano nel frattempo con successo.

Erano, infatti, sfumati i matrimoni prima con il secondogenito del Margravio di Baden e con un principe d’Assia-Darmastadt, poi.

Carolina sembrava avviarsi ad una vita da zitella relegata nel castello avito. Una prospettiva esaltante per una ragazza piena di vita qual’era Carolina!

III – Nel 1794, tuttavia, re Giorgio III d’Inghilterra, fratello, come si è detto, della Duchessa Augusta, decise di far sposare lo scapestrato ed indebitatissimo suo primogenito Giorgio, principe di Galles, il futuro Giorgio IV (1762-1830), con la nipote Carolina che era quindi cugina di 1° grado del futuro sposo.

Il principe di Galles, allora trentaduenne (Figura n. 2: Ritratto del principe di Galles), era allora un giovane intelligente, molto amante dell’arte, elegante, di bell’aspetto anche se con tendenza alla pinguedine, che, come la cugina, aveva ricevuto un’educazione molto rigida sì che appena poté si era dato alla bella vita sperperando una fortuna in cavalli ed soprattutto per arredare ed abbellire la sua residenza – Carlton House – (aveva speso ben 600.000 sterline a tal fine).

Aveva anche sposato segretamente nel 1784 una bella vedova di religione cattolica, Maria Fitzherbert (v. Fig. 3).

Per convincerla, dato che la donna, molto religiosa, era contraria alle nozze, si era anche inferto un colpo di pugnale simulando poi di essere in fin di vita riuscendo in tal modo a farle infilare un anello al dito e a far stilare, seduta stante, un certificato di matrimonio.

A tale matrimonio concluso in maniera fraudolente era seguita un anno dopo una cerimonia, sempre non pubblica, celebrata da un pastore anglicano.

In base alla normativa allora vigente (il Bill of Rights del 1689, l’Act of Settlements del 1701 ed il Royal Marriage Act del 1772) era proibito ad un membro della famiglia reale convolare a nozze senza il consenso del sovrano e, in pratica, soprattutto con una “papista”.

Il mancato assenso del Re alle nozze comportava la decadenza per il membro della famiglia reale che si fosse trovato in una tale situazione da ogni diritto di successione al trono.

Il connubio tra il principe di Galles e Maria Fitherbert era dunque giuridicamente illegittimo (La Chiesa cattolica però lo riconobbe tempo dopo come canonicamente valido).

I due sposi abitarono in magioni separate ma si frequentavano quotidianamente senza nascondersi.

Si può affermare che la Fitzherbert fu per il principe il vero amore della sua vita.

Nel frattempo i debiti del principe Giorgio erano aumentati a tal punto che era stato costretto a chiudere temporaneamente Carlton House ed a trasferirsi nella meno dispendiosa Brighton assieme alla Fitzherbert mantenendo peraltro separati i domicili.

I rapporti tra i due, però, cominciavano a guastarsi sia a motivo dell’incertezza giuridica del loro rapporto e delle relative maldicenze che a causa delle ristrettezze finanziarie del principe.

A complicare la situazione contribuì la “liaison” che il principe Giorgio iniziò con Lady Frances, figlia del Vescovo Twysden, sposata con George Villiers, marchese Jersey, una donna affascinante ed ambiziosa, molto bella ma più anziana del principe di dieci anni, madre di ben nove figli e già nonna (v. Fig. 4).

Nel giugno del 1794 ci fu una rottura con Maria Fitzherbert che uscì di scena per un poco molto dignitosamente ritirandosi in una villa, Marble Hill.

Il principe però le rimase sempre molto affezionato.

Nel giro di un mese Lady Jersey divenne la compagna ufficiale del principe. Il marito fu ricompensato per la sua condiscendenza. L’anno dopo fu, infatti, nominato “Master of the horse” del principe. Una carica importante perché significava essere responsabile della sicurezza personale del sovrano o di un membro della famiglia reale.

A causa del suo licenzioso comportamento i rapporti tra il sovrano ed il principe di Galles erano molto freddi conditi da rimproveri continui che il padre rivolgeva al figlio. Ad attenuare questi burrascosi rapporti c’era l’affetto della regina madre che stravedeva per questo figlio.

Abilmente Lady Jersey riuscì a sfruttare questa debolezza materna e ad entrare nelle grazie della regina.

Uscita di scena la Fitzherbert – (ma il principe le rimase sempre affezionato) Lady Jersey pensò di consolidare la propria posizione suggerendo – sembra – al principe di sposare la cugina e di proporlo al sovrano. La scelta era stata probabilmente dettata dal fatto che Lady Jersey era a conoscenza che la giovane Carolina non poteva rivaleggiare con lei quanto ad avvenenza e fascino. Il che avrebbe mantenuto in vita l’amore del principe per lei e le avrebbe consentito di continuare ad influenzare il futuro sovrano.

Il principe di Galles seguì il consiglio interessato dell’amante perché il matrimonio con la cugina, che sarebbe stato ben accetto dal padre, gli avrebbe permesso di ricevere dallo Stato una rendita superiore (oltre 100.000 sterline) a quella di un principe reale non sposato e forse di veder saldati, sempre dallo Stato, i propri enormi debiti così come gli aveva promesso il giovane Primo Ministro Pitt.

Ostile al matrimonio si manifestò, per contro, la regina che non aveva in simpatia la cognata anche se dichiarò, peraltro, “con le lacrime agli occhi”, che non avrebbe, però, mai mancato di rispetto alla futura sposa.

A fine novembre si presentò alla Corte dei Brunswick Lord Malbesbury con le credenziali reali e la richiesta della mano di Carolina.

Un ritratto del principe Giorgio fu recapitato dal Maggiore Hislop il 3 dicembre. Lo stesso giorno il duca e la duchessa acconsentirono alle nozze.

La duchessa Augusta in privato si espresse, tuttavia, in maniera molto negativa nei confronti della cognata, la Regina Carlotta.

La “simpatia” tra le due cognate evidentemente era notevole!

Il 29 dicembre Carolina, scortata da Lord Malbesbury, lasciò definitivamente il castello di Brumswick.

Il matrimonio rappresentava per lei un traguardo insperato: sarebbe quasi sicuramente diventata sovrana di un importante paese e, nel contempo, si sarebbe liberata dalla schiavitù del vivere nella piccola Corte di Brunswick.

In verità – come rivelò più tardi – il suo sogno sarebbe stato quello di impalmare un giovane e bell’ufficiale conosciuto a Corte (si trattava, forse, di un ufficiale irlandese) ma la differenza di “status” costituiva un ostacolo insormontabile.

Dal padre e da Lord Malbesbury venne messa in guardia: la sua vita a Londra non sarebbe stata tutta rosa e fiori. Avrebbe dovuto essere tollerante nei confronti del suo sposo e perdonargli il suo debole per l’altro sesso. Il suo comportamento non avrebbe dovuto dar adito a maldicenze.

In breve: riservatezza, rispetto dell’etichetta di Corte, tolleranza verso le debolezze del futuro coniuge e proibizione assoluta di avere amanti ché la cosa sarebbe stata considerata un delitto punibile con la morte.

Il viaggio alla volta della Gran Bretagna fu lungo a causa della guerra in corso tra la Francia e la coalizione anti-rivoluzionaria che rendeva le comunicazioni con l’Inghilterra pericolose.

Fu giuocoforza che la comitiva sostasse ad Hannover, di cui il re d’Inghilterra era Principe Elettore, per ben due mesi.

Il 28 marzo 1794 la nave inglese incaricata di trasportare la futura principessa di Galles ed il suo seguito lasciò Cuxhaven e giunse alle coste britanniche solo una settimana dopo a causa del maltempo.

Era il 3 aprile 1795, Venerdì Santo.

Il gruppo venne trasferito sul panfilo reale “Augusta”.

Lo sbarco avvenne a Greenwich il giorno di Pasqua.

“Con molto tatto” Lady Jersey era stata designata ad accompagnare la futura principessa di Galles da Greenwich a Londra fino agli appartamenti di St. James Palace, residenza del futuro cognato, Principe Ernesto, dove avrebbe alloggiato fino al giorno del matrimonio.

La scelta di Lady Jersey come damigella d’onore era un brutto segno!

Il 5 aprile 1794 ebbe luogo l’incontro tra i due nubendi che si rivelò un vero disastro. Stando a Lord Malmesbury, che fu l’unico testimone, il principe, abbracciata la fidanzata, chiese subito al Lord di dargli un bicchiere di brandy perché non si sentiva bene.

Lord Malmesbury gli offrì, invece, un bicchier d’acqua. Il principe, ormai di cattivo umore forse anche perché non aveva gradito l’aspetto della principessa, imprecò dicendo: “No! Andrò direttamente dalla Regina” e lasciò la stanza. Carolina rimase ovviamente di stucco e disse al Lord in francese: “Mio Dio! Il principe è sempre così? Lo trovo grasso e per niente bello come nel suo ritratto”. Come sopra accennato invero il principe già tendeva alla pinguedine. Dopo questa sgarbata accoglienza Carolina scordò tutti i suoi buoni propositi e ricambiò, imprudentemente, la scortesia durante la cena che seguì facendo volgari allusioni a Lady Jersey che era presente al banchetto.

Da cui ed in seguito ad altri episodi analoghi i rapporti tra i due presero, subito, una brutta piega.

Ciò nondimeno la sera dell’8 aprile 1795 ebbe luogo nella Cappella di St. James Palace la cerimonia nuziale (v. Fig. 5).

Il principe era così lieto che per farsi coraggio aveva bevuto abbondantemente prima del rito tanto che due nobili avevano dovuto sorreggerlo materialmente nel breve tragitto fino all’altare.

L’ebbrezza del principe non cessò nelle ore successive e la prima notte di nozze il principe la trascorse accasciato su una poltrona davanti al caminetto della stanza matrimoniale della residenza di Carlton House.

Secondo le confidenze fatte anni dopo dalla principessa a Lord Minto i rapporti tra i coniugi cessarono completamente due o tre settimane dopo le nozze.

Malgrado ciò Carolina rimase quasi subito incinta.

Appena tre giorni dopo il matrimonio il principe ordinò la carrozza con l’intenzione di recarsi dalla Sig.ra Fitzherbert di cui sembrava essere ancora innamorato pur essendo sempre succube di Lady Jersey.

La giovane sposa vedeva raramente il marito spesso assente per cavalcate o cacce.

A migliorare i rapporti tra i coniugi non contribuì certamente l’atteggiamento freddo per non dire ostile della regina madre e delle cognate verso la principessa. Più benevolo si mostrò il suocero, re Giorgio III, probabilmente per riguardo alla sorella, la madre di Carolina.

L’atteggiamento del principe di Galles continuò ad essere ostile nei riguardi di Carolina. Probabilmente era contrariato dal fatto che il Primo Ministro Pitt aveva ottenuto per lui dal Parlamento un appannaggio ridotto rispetto alle sue aspettative ed una parte doveva essere accantonata annualmente per rimborsare i suoi debiti.

D’altra parte c’era una guerra in corso e l’opinione pubblica non era favorevole al Principe.

Ad accrescere l’ostilità del principe verso la consorte contribuivano le insinuazioni di Lady Jersey, sempre presente, e lettere anonime circa un presunto flirt della principessa con il comandante del panfilo reale, il capitano Pol.

Rientrata a Carlton House da Brighton dove aveva trascorso l’estate, con il principe il 7 gennaio 1796 Carolina diede alla luce alla presenza, come era l’uso, di una moltitudine di dignitari quali testimoni quella che sarebbe rimasta l’unica figlia della coppia cui verrà dato il nome delle due nonne, Carlotta ed Augusta. Nelle settimane precedenti il parto il principe che, evidentemente, non era troppo preoccupato per il prossimo evento, si era fatto poco vedere a palazzo preferendo abitare a “The Grange” una residenza di caccia nell’Hampshire cioè a Sud di Londra.

Dopo la nascita della bambina la relazione con Lady Jersey fu maggiormente esibita dal principe anche per il sostegno ricevuto dalla regina madre.

Nel frattempo alla neo-mamma fu proibito di incontrare più di una volta al giorno la neonata, affidata a nutrici.

La povera Carolina era umiliata in tutti i modi.

Esasperata chiese al sovrano d’intervenire ed ottenne, per lo meno, che Lady Jersey rassegnasse le dimissioni da sua dama di compagnia.

Una riconciliazione non fu però possibile soprattutto a causa dell’ostinazione del principe di Galles a frequentare Lady Jersey malgrado la crescente impopolarità che il suo comportamento stava riscuotendo presso l’opinione pubblica informata dai giornali della crisi coniugale in atto.

I continui dissapori tra i coniugi dovuti soprattutto ai divieti di cui la principessa era frequentemente oggetto (ad es. doveva essere preventivamente autorizzata dal principe a ricevere una persona, a scegliere una dama di compagnia e la governante della figlioletta ché la stessa doveva essere molto rigida etc.) accelerarono la crisi finché si giunse nel dicembre 1798 ad una separazione “ufficiosa”.

Quella “ufficiale”, che il principe avrebbe voluto, era stata impedita da Giorgio III per motivi di opportunità di natura religiosa, giuridica e politica. Finalmente i coniugi avrebbero continuato a dimorare a Carlton House ma la principessa risiederà, in pratica, a Montague House fuori Londra.

La piccola Augusta Carlotta, invece, doveva vivere con l’anziana istitutrice Lady Elgin e la balia a Shrewsbury House anche se la madre le faceva visita settimanalmente. Non era una vita lieta per madre e figlia!

Finalmente, però, Carolina poté godere di una certa libertà ed organizzare ricevimenti nella sua casa.

D’indole generosa faceva molta beneficenza e per questo era sempre più popolare.

Nel 1802 accolse in casa i coniugi Austin in miseria (il marito aveva perso il posto al cantiere navale) ed il loro bambino di tre mesi, William, che da allora fu, in pratica, adottato dalla principessa e questo provocò successivamente l’accusa che il piccolo fosse, in realtà, figlio della principessa.

In questo periodo il principe di Galles riuscì a riavvicinarsi alla Fitzherbert anche se la stessa volle che si considerassero “come un fratello ed una sorella” – ma continuò il dissidio con il padre che disapprovava la sua condotta.

Lo scarso appannaggio della principessa fu, grazie al re, che nutriva affetto nei suoi riguardi, aumentato.

Sotto il profilo privato la ancor giovane principessa dava, però, adito a maldicenze.

Le si attribuirono, infatti, relazioni, con il giovane ministro George Canning, poi con Sir Sidney Smith, il vincitore di Napoleone I in Medio Oriente, quindi con un capitano di marina, Thomas Manby.

Lady Douglas, già amica della principessa, arrivò ad accusarla di adulterio e di essere la vera madre di William Austin. Le accuse furono, naturalmente, colte al volo dal Principe di Galles che convinse il re a nominare il 29 maggio 1806 una Commissione Segreta d’Inchiesta (denominata “l’indagine delicata”) composta da quattro ministri.

Il 14 luglio 1806 i Commissari conclusero però la loro relazione asserendo che: «non c’è alcun motivo per credere che il bambino… sia figlio di sua Altezza Reale».

Avanzarono, tuttavia, qualche dubbio in ordine alla condotta della principessa ed ai suoi rapporti con il Capitano Mamby.

Malgrado i tentativi del principe di Galles di far dichiarare la moglie adultera e di ottenere così l’agognato divorzio l’inchiesta fu chiusa anche perché Carolina ed i suoi legali minacciarono di controaccusare il principe di adulterio.

A Carolina il Re concesse quindi di andare ad abitare nella primavera del 1808 nel Palazzo di Kensington – così da non dover vivere sotto lo stesso tetto a Carlton House con il marito – e di tenere con sé il piccolo Austin – che però non avrebbe dovuto frequentare la principessa Carlotta.

Nel frattempo in seguito alla morte del padre ed all’occupazione del Ducato di Brunswick da parte di Napoleone la madre e gli altri famigliari di Carolina si rifugiarono a Londra.

A causa della malattia nervosa di Re Giorgio III nel 1811 il principe di Galles era diventato reggente.

Le cose quindi non si volgevano troppo a favore della principessa che, per di più, malgrado l’appannaggio annuo di 17.000 sterline (anche se le veniva pagato spesso con ritardo) era indebitata per 51.000 sterline. Carolina era, invero, molto poco oculata in materia  di spese.

Il Reggente per evitare uno scandalo fu costretto a ripianare i debiti della moglie e ad aumentarne l’appannaggio a 22.000 sterline.

Di ripicca in ripicca, di restrizioni in restrizioni in ordine ai rapporti tra madre e figlia, di amore in amore (sembra che Carolina abbia avuto come amante anche il suo insegnante di canto, il bel musicista italiano Pietro Savio) si arrivò al 1814 quando, l’8 aprile, Napoleone abdicò e finalmente la pace regnò in Europa. Nello stesso anno la principessa Carlotta, appena quattordicenne, venne promessa in sposa al principe ereditario di Olanda, Guglielmo di Orange.

Il matrimonio però non ebbe luogo per il deciso rifiuto della principessina. Carolina fu però esclusa dai festeggiamenti e da quelli per la sopravvenuta pace.

Fu la goccia che fece traboccare il vaso e che spinse la principessa ad accettare un notevole aumento del proprio appannaggio (35.000 sterline l’anno) e a decidere di lasciare il suolo inglese.

Il che avvenne l’8 agosto 1814 a bordo della fregata “Jason”.

IV – Iniziò così il lungo peregrinare della principessa e del suo piccolo seguito, di cui faceva parte anche il bambino Austin, da una località all’altra dell’Europa, del Nord Africa, del Medio Oriente: la nativa Brunswick, Como, Milano, Firenze, Roma, Messina, Catania, Palermo, Malta, Tunisi, Atene, Costantinopoli, la Palestina, Alessandria d’Egitto.

A Milano, ritornata sotto il dominio austriaco, ebbe luogo l’incontro con quello che ben presto divenne il suo amante fisso: Bartolomeo Pergami .

Era questi un trentenne (l’anno di nascita non è certo: 1783 o 1784) sottoufficiale dell’esercito napoleonico prima poi di quello austriaco, nativo di Crema. Contrariamente a quanto asserito  dai detrattori  proveniva da una famiglia nobile decaduta perché la madre era una nobile,aveva studiato  qualche anno in Seminario, non era quindi privo di cultura e la sorella era andata sposa al Conte Oldi di Crema.

Aveva servito con onore sotto il generale Domenico Pinto nella campagna di Russia ed era stato accompagnatore della di lui moglie, la Contessa Calderaio. Era stato però espulso dall’esercito per avere – sembra – ucciso in duello un superiore che l’aveva offeso. Era sposato ma separato ed aveva una o due figlie.

La principessa si era rivolta al Gen. Pinto, che aveva conosciuto, perché le indicasse un corriere italiano che, conoscendo la lingua ed i luoghi, potesse servirla nel corso del suo imminente viaggio in Toscana.

Il compito di un “corriere” era, all’epoca, quello di precedere con un piccolo drappello a cavallo il corteo di carrozze che trasportava personaggi importanti.

Pergami era un uomo di notevole bellezza (v. Figura n. 6: Ritratto di Bartolomeo Pergami), capelli ed occhi neri, alto oltre 1,80 m., imponente, intelligente, di carattere molto deciso anche se un po’ guascone. Appena conosciutolo la principessa decise di assumerlo.

In breve Pergami riscosse la fiducia di Carolina.

Dopo Firenze e Roma, dove fu accolta con molta cordialità dal Papa Pio VII e dal suo primo ministro, il Card. Consalvi, e dalla nobiltà dell’Urbe che organizzò ricevimenti e balli in suo onore, la principessa volle nel dicembre 1814 recarsi a Napoli dove regnava ancora Gioacchino Murat.

Fu da questi e dalla nobiltà napoletana accolta calorosamente.

Partecipò indefessamente ai ricevimenti ed ai balli che si tenevano in quella capitale. Nel marzo del 1815 in seguito all’evasione dall’isola d’Elba di Napoleone I fu costretta dal Governo inglese, preoccupato che potesse cadere prigioniera dei Francesi, a recarsi a Roma.

A metà marzo del 1815 si imbarcò a Civitavecchia su una fregata (la “Clorinde”) inviata dal Governo britannico per portarla a Genova.

Dopo Genova fu la volta di Milano quindi di Cernobbio dove si stabilì a “Villa Garovo” che aveva acquistato nel luglio del 1815 dalla Contessa Calderaia Pinto e che ribattezzò “Villa d’Este” ( v.Fig n°7 ).

Il nome non sembra sia stato scelto per paragonare la villa a quella, ben più famosa di Tivoli, bensì per ricordare le origini italiane dei Brunswick. Il fondatore del Casato, Enrico il Leone, era, infatti, il pronipote di Guelfo IV, duca di Baviera, figlio adottivo di Guelfo III dato che questi, rimasto senza eredi, aveva adottato il nipote cioè il figlio della sorella Cunegonda e di Azzo d’Este.

Il 18 giugno dello stesso anno ebbe fine a Waterloo l’epopea napoleonica.

Due giorni prima un altro lutto aveva colpito Carolina: il fratello, il Duca di Brunswick, era morto sul campo nel corso della battaglia dei “Quatre Bras” alla periferia di Bruxelles.

Della piccola Corte della principessa facevano ormai parte il fratello del Pergami, Luigi, con funzioni di maggiordomo, il cugino Bernardo in qualità di contabile, e sua sorella, la Contessa Oldi, che era stata nominata dama di compagnia e piu’ tardi anche  la madre.A questi si era aggiunta la figlioletta del Pergami, Vittorina, alla quale la principessa prese subito ad affezionarsi.

Il 14 novembre 1815 la principessa ed il suo seguito s’imbarcarono su una nave militare inglese. Il “Leviathan” con destinazione la Sicilia.

Dopo aver soggiornato a Messina e visitato Palermo la principessa si recò ad Augusta dove acquistò un feudo, la “Franchina” ed il relativo titolo baronale di cui fece dono al Pergami che così, in ossequio alle regole dell’etichetta inglese, poté essere nominato dalla principessa suo ciambellano.

Il 1° aprile 1816 Carolina ed il suo seguito partirono su un tre alberi italiano, ribattezzato “Royal Charlotte”, per Tunisi. Anche nella capitale tunisina fu bene accolta da quel sovrano ma dovette precipitosamente partire il 23 aprile perché una flotta inglese bombardò la città per por fine alle scorrerie dei pirati e liberare gli schiavi britannici.

Fu quindi la volta di Malta e di Atene quindi Costantinopoli.

Nella capitale ottomana il gruppo non poté soggiornare a lungo perché vi era scoppiata la peste.

Dopo la Turchia la principessa visitò il 2 luglio S. Giovanni d’Acri, quindi ,a cavallo ,tutta la Palestina.

A Gerusalemme ebbe la bizzarra idea di fondare un ordine: quello di “S. Carolina di Gerusalemme” e di cui, ovviamente, fu subito insignito del titolo di Gran Maestro il Pergami.

Rientrò a Cernobbio nel settembre del 1816. La sua piccola corte si era arricchita di un Turco, di un negro e di un nano.

Nel frattempo era arrivata la notizia che la figlia si era sposata il 2 maggio con il bel principe Leopoldo di Sassonia Coburgo (v. Figure n. 8, 9, : Ritratto del principe Leopoldo di Sassonia – Coburgo).

Era, questa volta, un matrimonio d’amore cui però la principessa non era stata invitata ma Carolina non diede alla cosa molta importanza.

Era, infatti, occupata a far abbellire ed ampliare Villa d’Este. Agli inizi del 1817 ci fu la fine dei lavori con grandi festeggiamenti. La villa fu ribattezzata “La barona” con riferimento al titolo di recente acquisito dal Pergami.

Inoltre la principessa era preoccupata per la propria situazione finanziaria che era stata resa più difficile dalle spese sostenute per la villa. Donde nei mesi successivi i suoi viaggi in Germania per cercare di recuperare le somme prestate al suo defunto fratello e per vendere alcune antichità al principe di Baviera. Passò anche per Vienna ma non fu ricevuta dall’Imperatore perché era in lutto.

Sempre più pressata dai creditori Carolina nel giugno del 1817 venne a Roma. Prese alloggio a Frascati, a “Villa Ruffinella”, vicino alla dimora del suo banchiere romano, Giovanni Torlonia.

Questi aveva, infatti, manifestato interesse ad acquistare la villa di Cernobbio. La trattativa andò rapidamente in porto e nel luglio fu firmato il contratto di vendita della villa al prezzo di 150.000 luigi.

V – Ad agosto del 1817 la principessa ed il suo seguito lasciarono Frascati per andare a Senigallia dove si teneva una fiera molto rinomata.

Durante il viaggio di ritorno verso Cernobbio Carolina s’invaghì della costa pesarese (v. Figura n. 10: Panorama della costa pesarese).

Decise quindi con uno dei suoi colpi di testa di fermarsi a Pesaro dove fu accolta con grande cordialità dal Marchese Antaldo Antaldi, Gonfaloniere della città.

Prese in affitto dai Marchesi Mosca la bella “Villa Caprile” sul colle S. Bartolo sovrastante la città (v. Figure n. 11 e 12: Villa Caprile).

Si trattava di uno dei vari “Casini di delizia” costruiti sulle colline dai nobili pesaresi nel XVII secolo.

La villa, eretta a partire dal 1640 (l’architetto non è noto), è posta su più livelli terrazzati ed è circondato da un giardino con giochi d’acqua, da un parco e da un teatro all’aperto. Ospitò personaggi illustri come Casanova, Stendhal, il Duca Ferdinando IV di Parma.

Vicino si erge l’imponente Castello dell’Imperiale, magnifica residenza rinascimentale voluta da Francesco Maria della Rovere e progettata da Girolamo Genga che fu frequentata da Bernando e Torquato Tasso, Baldassar Castiglione, Pietro Bembo.

I vantaggi per la principessa di risiedere nella cittadina marchigiana erano vari: le spese erano ridotte, la sorveglianza da parte della polizia pontificia era più agevole che in Lombardia perché la città era piccola e, fu conseguenza, le eventuali spie del Reggente erano facilmente individuabili.

Inoltre le stesse non avrebbero fruito, come, invece, la Principessa aveva potuto constatare a Milano, del sostegno delle autorità locali.

Il governo pontificio aveva dato, infatti, istruzioni alle autorità locali di usare alla principessa ogni cortesia possibile.

Il clima era clemente tanto che era possibile prendere bagni fino a settembre inoltrato e fare belle gite in barca.

Inoltre nelle vicinanze della villa risiedevano varie famiglie nobili tra le quali spiccava quella dei letterati Giulio Perticari e della moglie Costanza Monti figlia del famoso poeta e traduttore dell’Iliade Vincenzo Monti.

L’accoglienza da parte dei notabili pesaresi fu molto cordiale specie nelle persone del Gonfaloniere il Marchese Antaldo Antaldi ma anche da parte del popolino.

La vita scorreva serena: cene, balli, serate di giochi di carte, musica, gite in barca (a quest’ultimo proposito ricorderemo che la principessa acquistò un vascello che in onore del patrono della città chiamò “San Terenzio”) tanto che stava pensando di restarvi per sempre.

Con tale intento acquistò, nell’estate del 1817, dai Marchesi Leonori la vicina “Villa Gherardesca” che fece modificare su progetto dell’architetto Andrea Antaldi, fratello di Antaldo, e che denominò “Villa Vittoria” in onore della figlia del Pergami e di cui le fece poi dono. Dal 4 marzo del 1818 Villa Vittoria divenne la residenza della principessa a Pesaro (v. Figura n. 13: Villa Vittoria).

La tranquillità della vita principesca nella cittadina marchigiana fu interrotta dall’improvvisa notizia del decesso per un’emorragia post-parto dell’appena ventunenne principessa Carlotta avvenuta il 6 novembre 1817.

La morte della figlia provocò in Carolina un non breve periodo di depressione. A ciò si aggiunse il diradarsi delle visite di molti notabili pesaresi, quelli di più austeri costumi, tra i quali anche i Perticari, scandalizzati dalle stravaganze della principessa e dal suo evidente vivere “more uxorio” con il Pergami.

A far scemare le simpatie della popolazione e dei maggiorenti pesaresi verso la principessa fu anche un episodio che ebbe come protagonista Gioacchino Rossini.

Nella primavera e nell’estate del 1818 era stato inaugurato a Pesaro il nuovo teatro voluto dal Perticari con ripetute presentazioni del melodramma “La Gazza ladra” diretto dallo stesso Rossini.

La principessa vi assistette e volle invitare nella sua residenza Rossini. Questi declinò l’invito, forse in suggerimento del Perticari di cui era buon amico, accampando come scusa – piuttosto risibile per un ventiseienne – un dolore alla schiena che gli avrebbe impedito di fare gli inchini di prammatica una volta giunto al cospetto della principessa.

L’offesa non fu dimenticata e quando la sera del 23 maggio 1819 Rossini, di ritorno da Roma, si presentò al Teatro per assistere alla rappresentazione della “Clotilde” del musicista napoletano Carlo Coccia offerta dalla principessa, il Pergami, con alcuni suoi amici armati organizzò una tale gazzarra contro il “Cigno di Pesaro” da obbligarlo a nascondersi nel palco dei Conti Belluzzi, patrizi samarinesi. Ironia della sorte: anni dopo la figlia del Pergami, Vittoria, andrà sposa al Conte Gaetano Belluzzi!

Nel frattempo il principe reggente non aveva smesso di cercare di ottenere il divorzio per adulterio dall’odiata consorte la cui posizione nei suoi confronti si era indebolita: vi era stata la morte della figlia che avrebbe dovuto succedere al trono e, per conseguenza, Carolina non poteva più pretendere il titolo di regina madre, la situazione disastrosa delle finanze della principessa, il palese stato di concubinaggio in cui la stessa viveva.

Con tale intento Giorgio non aveva cessato di raccogliere prove utilizzando tutti i mezzi (spie, corruzione dei domestici etc.).

Ottenne anche dal Gabinetto che una Commissione, composta da due legali e da un attacché militare, si recasse nel 1818 in Italia per acquisire testimonianze circa il comportamento della moglie.

Nei primi mesi del 1819 James Brougham, fratello dell’abile avvocato della principessa, arrivò a “Villa Vittoria”, incaricato da un comitato londinese di creditori, onde scoprire l’esatto ammontare delle attività e passività della principessa ed elaborare un piano per risanarne le finanze.

Carolina espresse al Brougham la disponibilità a concedere il divorzio purché le venisse data “illico ac immediate” una somma tale da “ottenere abbastanza pace” e poter vivere.

Rientrato a Londra James Brougham sottopose la proposta al fratello, l’avvocato Henry, che a sua volta, si consultò con Lord Laurderdale, amico del Reggente, che ipotizzarono, onde evitare una causa di divorzio, che il vincolo fosse sciolto mediante un atto del Parlamento per poi giungere alla conclusione che sarebbe stato «totalmente inammissibile far passare una legge [simile] in assenza di una dimostrazione di colpevolezza o di una confessione della parte in causa».

Ma la principessa rifiutò di pronunciare una tale confessione rimanendo dell’idea  che fosse  preferibile un accordo consensuale.

Le trattative tra il Governo ed il Reggente, da una parte, e la principessa, dall’altra, tramite l’avvocato Henry Brougham continuarono nella 2° metà del 1819 e nel 1820 ma senza esito.

Il 17 agosto 1819 la principessa lasciò improvvisamente Villa Vittoria.

Si recò prima a Parma dove rimase fino a settembre quindi a Lione in attesa di notizie dal suo avvocato e di decidere sul da fare, cioè se rientrare o meno in Inghilterra.

Nel gennaio del 1820 si recò a Livorno con l’intenzione di rientrare a Pesaro .Nella città toscana le giunse una missiva del suo legale che la invitava a rientrare immediatamente a Londra.

V – Cosa era successo? Il 29 gennaio 1820 re Giorgio III era spirato, il Reggente gli aveva succeduto al trono e Carolina era, per conseguenza, diventata regina d’Inghilterra (v. Figura n. 12: Ritratto di re Giorgio IV).

Il suo nuovo “status” spinse Carolina a lasciare Roma, dove era andata per un breve periodo, l’8 aprile 1820 per recarsi in Inghilterra onde reclamare i propri diritti di sovrana.

Passò per Pesaro dove la popolazione l’accolse con ovazioni. Evidentemente l’episodio del teatro era stato dimenticato!

Nel frattempo il Governo britannico le aveva proposto un accordo amichevole, le cui condizioni non erano però molto chiare, avvertendola, tuttavia, che se fosse rientrata in patria sarebbe stata promossa un’azione legale nei suoi confronti.

Incurante della minaccia e dei suggerimenti pervenutile dal suo avvocato di rinviare la partenza per conoscere meglio le ultime proposte del Governo volle rientrare in Inghilterra anche perché giudicò inaccettabili i chiarimenti sull’accordo transattivo che le erano stati successivamente forniti.

Dopo essersi separata a Calais dal Pergami che non rivedrà più il 5 giugno 1820 la principessa, che ormai si considerava la Regina Carolina del Regno Unito, sbarcò a Dover e fu subito accolta da una folla festante che parteggiava per lei in odio al nuovo monarca ed al suo Governo che non erano in grado di alleviare la crisi economica che aveva colpito la popolazione inglese.

Le scene di tripudio popolare per il rientro della principessa si ripeterono quando ella fece il suo ingresso a Londra dove in un primo tempo dovette accettare l’ospitalità,a South Andley Street, di un Assessore comunale ,Wood  per poi  risiedere  a Branderbourg  House.Il  processo si aprì  il 6 giugno 1820 davanti alla Camera dei  Comuni ed il 17 agosto 1820 davanti  alla Camera dei Lord.  Durò fino al 10 novembre dello stesso anno.

Faccio grazia al lettore della narrazione delle vicende del dibattito che durò fino al novembre.

Basterà dire che :

vi fu una lunga sfilata di  testimoni tra i quali, assieme a molti italiani, il marchese e gonfaloniere di Pesaro Antaldo Antaldi che spese una fortuna per risiedere a Londra con il fratello per tutta la durata del processo sì da rovinarsi economicamente tanto da dover vendere la sua ricca quadreria ad un mercante inglese (ora i dipinti sono all’Ashmolean Museum di Oxford);

– che abilissima fu l’arringa difensiva dell’Avv. Brougha; che il processo non si concluse con un verdetto di condanna al divorzio per adulterio.

Fu, infatti, rinviato di sei mesi. Il che significava, secondo le consuetudini parlamentari inglesi, che la cosa finiva là. A questo esito contribuirono la c.d. “ragion di Stato” che sconsigliava una legge di condanna e nonché la popolarità della principessa acquisita negli anni precedenti per la sua generosità verso gli indigenti mentre il principe di Galles ed il Governo erano osteggiati per la loro insensibilità nei confronti della popolazione che in quel periodo veniva sfruttata terribilmente dalla nascente industria e per aver adottato dure leggi  volte ad impedire le agitazioni operaie. Durante  il lungo  processo  l’opinione pubblica e le forze politiche  erano state profondamente divise:per la principessa  parteggiavano i Whigs ,per Giorgio i Torys. La popolazione,invece,-e non  solo quella di Londra -aveva ,in genere,  manifestato    il proprio sostegno alla principessa inviando numerose delegazioni ufficiali  a rendere omaggio a quella  che considerava  come la propria  legittima sovrana.

Il Parlamento   ,in conclusione ,convenne sull’opportunità “pro bono  pacis “  nazionale di mettere  la cosa a  tacere.Decise , però, che il nome della principessa fosse escluso dalle preghiere contenute nel “Book of Prayer”, il testo liturgico ufficiale della chiesa anglicana. Non le fu, inoltre, concesso di partecipare alla cerimonia di incoronazione del Re che avrebbe avuto luogo il 21 luglio 1821. Le fu, però, aumentato l’appannaggio.

La vicenda, in conclusione, non si era conclusa troppo male per la principessa.

Ciò non di meno,ostinatamente, Carolina ,il giorno dell’incoronazione (v. Fig. n°14 ), cercò di entrare nell’Abbazia di Westminster  ma le sentinelle per ordine del Sovrano glielo impedirono  .

Prostrata per lo smacco subito, fu la tensione e forse per un cancro il 4 e 5 agosto 1821 la principessa cadde malata e spirò il 7 agosto 1821 all’età di 54 anni.

Lasciò erede universale il giovane Austin ,che, però, non visse a lungo (morì,infatti, demente nel 1834) ed alcuni lasciti.

Dispose che le sue spoglie riposassero nella terra che l’aveva vista nascere, Brunswick, e che sulla sua tomba fosse posta la scritta: “Carolina, l’oltraggiata regina d’Inghilterra” che   doveva figurava sulla  sua bara.

Tale  scritta ,per ordine  del  comandante   la scorta  al corteo funebre ,fu però levata.

Ciò non di meno sulla cancellata della cappella dove a Brunswick riposano ,come aveva chiesto, le spoglie della Principessa  si legge:

“Hic  finis invidiae,persecutionis et querelae”.

Anche da morta non ebbe tuttavia subito pace. I suoi sostenitori sospettarono,infatti, che fosse stata avvelenata e quando il corteo funebre attraversò Londra per portarsi ad Harwick dove il  feretro sarebbe stato  imbarcato sulla “Glasgow” per la Germania e non fece, per ordine del Governo timoroso di    sommosse, un percorso che passasse per le strade principali della capitale inglese, si verificarono tumulti gravi . Si ebbero,infatti, a causa delle cariche  della cavalleria ben  quattro morti e numerosi feriti  tra i manifestanti  che gridavano “Through the City “(=Attraverso la City = cioè il  centro di Londra ).

Le reazioni di Giorgio IV alla notizia del decesso della consorte non sono note ma si racconta che quando, mesi prima, gli era stata data la notizia della morte del suo peggior nemico senza specificare che si trattava di Napoleone I egli avrebbe esclamato, equivocando: “Oh! finalmente è morta, buon Dio!”.

Giorgio sopravvisse alla moglie solo nove anni. La sua ingordigia e l’amore per l’alcool avevano accorciato la sua esistenza.

Dopo la separazione da Carolina ebbe varie amanti tra le quali Isabella Seymour-Conway, marchesa di Hertford e negli ultimi dieci anni Elisabetta marchesa di Conygham ( Fig.  n°!5 ).  Quest’ultima visse fino al 1861. Aveva  ben 91 anni.

Maria  Fitzherbert   fu anch’essa longeva perché visse fino al  1837 (81 anni ) con  molta dignità  giacché, tra l’altro, rifiutò un titolo di duchessa che il successore Giorgio IV, Guglielmo IV, le aveva offerto per ricompensarla dei dolori patiti a causa del suo defunto fratello.

Il Pergami, che era rientrato a Pesaro, godette in tale località  fino l 1841 il benessere acquisito  La  principessa   era ,infatti,anche riuscita a fargli avere dal  Papa in enfiteusi vasti  terreni lungo la costa  ravennate. Aveva 64 anni circa.

VI – Che giudizio formulare circa l’esistenza e la figura della principessa e Regina Carolina?

Il minimo che si possa dire, a nostro avviso, è che non fu né malvagia, né sciocca e che fu vittima dell’educazione ricevuta e della ragion di Stato o – per dirla con il Foscolo (“Dei Sepolcri”: versi 156, 157) – fu uno dei tanti esempi di “che lagrime grondi e di che sangue” lo scettro cioè il potere.

E vorremmo, infine, esprimere sentimenti di umana pietà per questa donna.

Giorgio Castriota Santa Maria Bella

6 comments for “CAROLINA DI BRUNSWICK, REGINA D’INGHILTERRA. UNA SOVRANA INQUIETA E SFORTUNATA NELLE MARCHE

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