Federalismo liberale

Stupisce il disinteresse del mondo liberale per la riforma federalista in discussione in Parlamento, quasi si trattasse solo di un fastidioso e poco rilevante obolo governativo da pagare alla Lega in cambio di un disciplinato assenso a temi di maggior significato politico, giustizia in primis.

Il tema del federalismo tocca invece il cuore del pensiero liberale, e meriterebbe di essere guidato e non subito da chi ad esso si ispira. Il clima caciarone da “derby” che si sta instaurando, tra chi scopre improvvisamente nella bandiera nazionale un simbolo sacro, dopo averla vilipesa per decenni, e chi la userebbe invece a fini di igiene personale , è sconsolante, e non rende giustizia ad un problema, ed una opportunità, che sarà la questione politica chiave dei decenni a venire, non solo in Italia.

I liberali italiani sono stati tiepidi, in passato, sul tema del federalismo, e per  l’indirizzo centralistico che (abbastanza casualmente, perché come noto Cavour e molti altri avrebbero preferito un sistema diverso) la Destra Storica diede ai primi anni dell’unità nazionale, e per l’opposizione alla istituzione delle Regioni negli anni ’70, viste non a torto come un incremento e non una deminutio dell’invadenza statalista  (ricordiamo la profetica incredulità di Malagodi alla previsione , contenuta nella riforma, di cancellazione delle Provincie a valle dell’avviamento delle strutture regionali).

Ma il pathos risorgimentale, del quale dobbiamo più che mai restare fieri, era sulla creazione di uno stato unitario libero dall’occupazione straniera, e dotato di libere e moderne istituzioni, non certo su un modello di stato centralista piuttosto che federalista. Non dobbiamo avere nessun imbarazzo nei confronti dei nostri padri nobili, dunque, se affermiamo con Roepke che “l’invalicabile abisso” tra il pensiero liberale e quello collettivista è proprio “un anticentralismo deciso e radicale, che parte dal singolo e dalla famiglia e cerca nell’uomo e nella sua comunità naturale il fulcro della società, concedendo solo a malincuore diritti e incombenze agli ordini superiori della società, fino allo Stato.”

Questo anticentralismo, così simile, come notava Roepke, al principio di sussidiarietà, è anche alla base del filone più “evergreen” del pensiero liberale, quello jeffersoniano dei padri fondatori della democrazia americana,  oggi rinvigorito dalla rivolta dei “tea parties”, che è non solo rivolta contro l’interventismo pubblico in generale, ma anche specificamente contro la politica di Obama che porta inevitabilmente a togliere competenze agli stati dell’Unione per darle al governo federale: è dai governatori degli stati che sono partite le minacce più temibili alla riforma sanitaria, considerata incostituzionale perché invade le competenze locali.

Il tema dominante del dibattito politico futuro sta emergendo chiaramente: saranno i criteri di allocazione di risorse pubbliche sempre più scarse a fronte di “bisogni” sempre più estesi e aggressivi, legati a modelli assistenziali che fanno credere alle persone di avere “diritto” a tutto, ma anche a fattori più oggettivi come l’invecchiamento della popolazione e l’immigrazione. E’ evidente che si assisterà ad una polarizzazione “destra-sinistra” che tutto sommato ritornerà vicina a quella originale tra liberali e socialisti: tra chi vorrà raccogliere e ripartire le risorse soprattutto in base a criteri di “responsabilità personale” ed efficienza degli investimenti,  piuttosto che di “giustizia sociale” e solidarietà, cioè, come sappiamo noi liberali, alla capacità di dare peso politico a cosiddetti “bisogni” di minoranze assistite organizzate ed alla burocrazia che le tutela. Sono i temi sui quali si stanno accapigliando democratici e repubblicani negli USA, e sui quali dovremmo cominciare a discutere litigare più ferocemente anche in Italia (pare che il solo Marchionne, pur per altri scopi, stia chiarendo agli italiani il concetto che non si può vivere a credito tutta la vita).

E’ evidente che una prospettiva federale non è di per sé garanzia di minor invadenza pubblica, ma è altrettanto vero che essa è fondamentale proprio in quei paesi, come l’Italia, dove la sperequazione nei trasferimenti  tra “produttori” e “consumatori” di risorse pubbliche corrisponde in buona parte a differenze regionali. La regione Sicilia, che produce il 5% del reddito nazionale, spende da sola per il personale sei volte di più (non bruscolini: 2 Mld di € contro 350milioni) di Lombardia e Veneto sommati, che producono un terzo del reddito nazionale: in altre parole, chi produce un sesto, spende poi sei volte di più, creando, solo a questo titolo, un differenziale di più di uno a trenta nella allocazione di queste risorse tra le regioni citate. Quando i leghisti davano sui manifesti del “fesso” ai lombardi, non avevano poi tutti i torti: ma come ricordava Lincoln (uno che non aveva la conoscenza pulita, sul tema del federalismo), puoi fare fesso qualcuno più volte, e tutti una volta, ma tutti troppo a lungo è difficile…

E’ chiarissimo ai liberali che queste distorsioni danneggiano peraltro forse più i beneficiati dei “fessi”, avendo consentito la proliferazione al Sud del sistema clientelare parassitario che tutti conosciamo e che è all’ origine d molti mali del meridione. Per questo ci suonano estremamente sinistri i richiami al “federalismo solidale”, leggasi mastelliano, che da molte, interessate parti provengono, e per questo è per i liberali fondamentale che il federalismo non sia tanto un “decentramento” di poteri, ed ancor meno una molesta duplicazione, quanto un vero e proprio sistema alternativo di gestione dei servizi pubblici, che ridia alle persone un controllo il più diretto possibile sul quanto debba essere speso, a carico di chi ,in funzione di cosa, e controllato in che modo.

Quanto più “locale” sarà il sistema, tanto maggiore sarà la possibilità di controllo sull’utilizzo delle risorse, e quanto più il benessere localmente prodotto e tassato sarà localmente trasferito in servizi  aggiuntivi, facilitando tra l’altro la lotta all’evasione. Questa scelta comporta, è noto, dei rischi: se le classi politiche locali saranno peggiori di quelle nazionali, le regioni interessate deperiranno ulteriormente: dispiace, ma ognuno ha in fondo la classe politica che si merita, ed esisterà almeno la forma più drastica di democrazia, che è quella di “votare con i piedi”, trasferendosi altrove.

E’ chiaro che non sarà possibile né opportuno delegare a scelte regionali (ed all’interno delle regioni, sperabilmente, piuttosto a scelte comunali) tutta la gestione pubblica e conseguentemente la raccolta e l’utilizzo integrale dei proventi del fisco. Tre sono le ragioni che possono giustificare un ruolo prevalente dello stato centrale: standard minimi comuni, economie di scala, esigenze di “solidarietà”. La vigilanza che, nel passare dalla vaga teoria federalista di impronta leghista alla prosaica e fondamentale solidità dei decreti attuativi, non si abusi di queste ragioni dovrebbe essere la prima priorità per i liberali. Piuttosto che parlare di solidarietà tra regioni, ci piacerebbe piuttosto sentir parlare di progressività nel riprendersi le risorse oggi rapinate da chi ne abusa: la solidarietà tra cittadini è già ampiamente definita dalla progressività del sistema fiscale.

Negli Stati Uniti è stata la Costituzione, scritta da Thomas Jefferson, Benjamin Franklin, John Adams & c. a definire  inderogabilmente i poteri dello Stato centrale, che non possono essere aumentati, né nei confronti degli individui né verso gli Stati dell’ Unione, se non con modifica costituzionale. I cervelli migliori del secolo si dedicarono a tempo pieno, per diversi mesi, a definire quale modello fosse da preferire. Altri paesi europei, come Svizzera e Germania, hanno impiegato secoli ad affinare un modello federale che è scritto nella loro storia. In Italia, per il nostro nuovo sistema di governo dobbiamo sperare in Calderoli ed in qualche Presidente di Commissione Parlamentare, che stanno cucinando un minestrone istituzionale con ingredienti misteriosi : ma la colpa non è loro, è nostra, di tutti noi che abbiamo preferito in questi mesi ed anni parlare d’altro.

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