Una fiducia senza sbocco. Il Cav. non è più il “leader globale” del centro-destra

Il voto di ieri alla Camera ha consumato – in modo, se non definitivo, difficilmente reversibile – la rottura politica tra Fini e Berlusconi, ma non ha mutato un quadro politico ormai paralizzato, da una parte, dalla sindrome dell’auto-sufficienza berlusconiana – che somiglia sinistramente a quella che perdette Prodi – e dall’altra da una legge elettorale asimmetrica, come quella in vigore, che non consente di ricorrere alle urne con la ragionevole certezza di sbloccare la situazione.

Il fatto che il “dietro front” improvviso e all’ultimo minuto di tre deputati di Fli sia stato determinante per l’esito della votazione dimostra che la sfida della sfiducia era meno arrischiata di quanto molti ritenessero (la campagna acquisti di Berlusconi non è stata esattamente da Champions League). Ma la sconfitta per Fli è maturata “in casa” e quindi è ancora più bruciante.

La fiducia risicata raccolta alla Camera avvicina evidentemente la data del voto, come ha subito dichiarato Bossi: “Il casino che ho visto in Aula potrebbe essere l’origine del voto. Non si capisce più chi comanda…”, ma il rischio è che le elezioni non rappresentino una soluzione, ma un’ulteriore e insormontabile inciampo. Votare per la terza volta nel giro di cinque anni non serve a nulla se la malattia della politica italiana non è una generica “instabilità”, ma una debolezza congenita dell’azione di governo.

Berlusconi riesce ancora agevolmente a rimediare ai danni d’immagine grazie agli strumenti eccezionali di cui dispone, partendo dalla sua personalità e dal suo “genio” politico, per arrivare all’assai più prosaico controllo dei maggiori organi di informazione televisiva (questa mattina, su Mediaset, Paolo Liguori ha raccontato a milioni di italiani come un dato di fatto che l’intervento di ieri di Italo Bocchino alla Camera era “coordinato e funzionale” agli scontri di piazza).

Ma non riesce, come i fatti dimostrano, ad arginare i danni che sul piano della crescita, della competitività e della coesione derivano all’Italia dall’inerzia dell’azione riformatrice. Berlusconi interpreta una leadership arrembante nei toni e rinunciataria sul piano delle scelte politiche. Bipolarizza lo “scontro”, ma non la competizione sul piano delle policies. E così continuerà, nel tran tran quotidiano, ancora per qualche mese, prima di essere costretto dalla Lega a dare fuoco alle polveri della campagna elettorale.

(articolo pubblicato su www.libertiamo.it)

Fli, come è ovvio, rimarrà oggi all’opposizione del governo e di una maggioranza raccogliticcia, utile a sorreggere aritmeticamente (forse) ma non politicamente l’esecutivo.  Continuiamo a ritenere (e non pensiamo che sia un riflesso auto-consolatorio) che ieri Berlusconi non abbia trionfato ma abbia, anche formalmente, cessato di rappresentare il “leader globale” del centro-destra italiano. Per questo è ancora più forte il rammarico per un risultato che avrebbe rimesso in movimento le cose, che invece si sono impantanate nella prospettiva di un governo di minoranza, senza ambizioni e senza forza politica.

Che la confusione regni sovrana lo dimostra anche il fatto che ieri la cosiddetta “crisi pilotata” – rifiutata sdegnosamente fino alle 14 – sia stata, dopo la striminzita fiducia, evocata come possibilità dallo stesso premier, messo di fronte ai numeri e alla realtà di una maggioranza raccogliticcia. Gli avevamo detto: “ci sono problemi, troviamo insieme una soluzione”. Berlusconi ha risposto “nessun problema, nessuna soluzione”. Ieri ha vinto e noi abbiamo perso: da oggi capirà che i problemi ci sono davvero e lui ha buttato al vento la soluzione.

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