Dipietrusconi

Dei risultati del voto del 14 dicembre alla Camera la cosa che più colpisce è la forza dell’aritmetica. Sì, perchè tra tante parole quello che pesa è un solo fatto. Se i due deputati eletti nelle file dell’Italia dei Valori, ovvero il partito di Di Pietro – in tutti i sensi, politici e patrimoniali oltre che giuridici possibili – avessero votato per la sfiducia il risultato sarebbe stato ribaltato.

Mi direte: ma come, lo stesso argomento potrebbe valere con due deputati a caso (metti: Calearo o Cesario). Ma qui finisce il dominio della matematica ed entriamo nel regno della politica. Con la precisazione che parliamo della politica con la minuscola, quella in voga in Italia da oltre tre lustri, salva l’encomiabile eccezione del governo Prodi 96-98 e del governo Dini del 95.

Infatti le opinioni espresse da Razzi e Scilipoti non sono opinioni fungibili. Sono la folgorazione di due apostoli dei valori, incorruttibili, adamantini nel loro avversare il berlusconismo. Se il paragone non offendesse, degli aventiniani dei giorni nostri, i più puri tra i puri nella difesa delle istituzioni. Altrimenti, vi è da crederlo, come avrebbe potuto il vate della moralità Di Pietro candidarli?

Forse ha ragione Gian Antonio Stella, che ricordava come Di Pietro fosse stato abilissimo, ai tempi del Mugello, a scovare le uova di pecora giovane tra quelle di gallina mugellese.

Ma quando si tratta di scegliere i propri compagni di battaglie per la moralizzazione, per l’onestà, per la trasparenza altrui la questione è molto più difficile.

Nonostante le formali sottoscrizioni di solenni impegni a rispettare sempre la volontà del capo, che rappresenta l’unico interprete dell’ortodossia.

Insomma, nel governo Berlusconi di oggi, al netto ormai pure della fronda dei futuristi, vi è un po’ di dipietrismo.

E la cosa, al fondo, non può meravigliare. Come avrebbe potuto sopravvivere il Tonino nazionale alla scomparsa definitiva di Berlusconi? Con quale argomento avrebbe potuto fare cassetta elettorale? Alla fine, Di Pietro del buon agricoltore ha mantenuto senz’altro il senso della realtà e del pragmatismo. Mors tua, mors mea… che poi significa: vita tua, vita mea.

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