Se salta l’ordine internazionale avremo perso tutti. Non conviene la rivoluzione dell’Open Diplomacy.

Julian Assange è una personalità enigmatica. Dai ritratti, che i giornali di tutto il mondo hanno dipinto del fondatore di Wikileaks, emerge l’immagine di un idealista ribelle, allergico all’autorità e romanticamente anarcoide. Come non subire il fascino di menti geniali, che riescono a imporsi all’opinione pubblica internazionale mettendo in imbarazzo i governi di mezzo mondo?
E’ strabiliante la “capacità d’impresa” di questi giovani informatici e programmatori, che sanno bucare reti di protezione, infiltrarsi in sistemi di sicurezza e corrispondenze riservate, creare in un instante network orizzontali, ben al di là dei confini nazionali. C’è, però, una differenza di non poco conto tra l’attività di chi s’intrufolava nel sistema della Banca d’Italia per dimostrarne la fallibilità, e chi oggi svela informazioni riservate per contestare radicalmente la politica di segretezza di quelle corrispondenze; nel secondo caso, infatti, non si chiede agli Stati Uniti di migliorare gli standard di sicurezza del Dipartimento di Stato nella sua rete con le ambasciate sparse all’estero, ma si pretende di sovvertire quel sistema, giudicato intrinsecamente illegittimo.
Chi esalta lo spirito pacifista e antiamericano, che è stato finora il trademark delle iniziative wikileaksiane, trascura almeno due questioni.
La prima è che l’ordine internazionale funziona secondo logiche diverse da quello statuale. Pur nell’anarchia delle relazioni interstatali, da almeno sessant’anni esiste un ordine, che ci ha permesso di vivere un po’ meglio che in passato. Dove, cioè, gli Stati, pur nelle differenze politiche e ideologiche, hanno compreso che scambiare beni e conoscenze era cosa più profittevole che cercare di annientarsi a vicenda.
Che cosa c’entra questo con la vicenda Wikileaks? Più di quanto non si creda. L’ordine internazionale non è scontato. E’ una conquista, che va difesa con le unghie e con i denti. Di fronte al fallimento sempre più evidente delle Nazioni Unite, il delicato compito di curare le relazioni tra gli Stati è affidato ai leader e ai diplomatici, che portano avanti una “never ending conversation”, come l’ha definita David Brooks dalle colonne del New York Times.
L’equilibrio internazionale è costitutivamente instabile, sempre sul punto di saltare. Centrale è il problema della fiducia nell’altro. Ogni attore si muove nell’intricato puzzle delle relazioni internazionali cercando di massimizzare la propria utilità concedendo il meno possibile agli altri.
Una “open diplomacy” può scardinare l’attuale sistema. E’ un progetto intrinsecamente rivoluzionario, e anche molto pericoloso.
Pretendere che gli Stati Uniti rendano pubbliche le loro opinioni sul Presidente del Consiglio italiano, oppure che l’Arabia Saudita eserciti pubblicamente delle pressioni in funzione anti iraniana, comporta la deliberata rinuncia ai presupposti dell’ordine delle relazioni internazionali. La doppiezza tra linguaggio pubblico e privato (entro certi limiti, s’intende) è la regola della diplomazia.
Le conseguenze inintenzionali del “data dumping” si manifesteranno solo nei prossimi mesi, ma c’è ragione di pensare che, da una parte, potrebbero indurre gli Stati a rendere ancora più oscuri e impenetrabili determinati settori della politica estera, e, dall’altra, certe dichiarazioni potrebbero essere strumentalizzate come arma di ricatto o, addirittura, di attacco.
Seconda questione. L’open diplomacy, caldeggiata da molti estimatori di Wikileaks e intrinsecamente incompatibile con l’attuale ordine internazionale, non va confusa con un’altra ben più valida iniziativa, che sul fronte nazionale i radicali con Rita Bernardini portano avanti in Parlamento: la battaglia per gli open data, per la trasparenza nell’attività della pubblica amministrazione e per l’informatizzazione della complessa macchina della burocrazia statale.
Zuckerberg, il miliardario più giovane del mondo, ha sostenuto che oggi la società è assetata di trasparenza, anche a costo di una minore privacy. Si può non essere d’accordo con lui, ma difficilmente si potrà negare che l’ordine resta la precondizione fondamentale per la realizzazione di ogni altra attività umana. Viviamo in una “comunità fragile”, dove quel poco di ordine, che ci siamo faticosamente conquistati, si regge (anche) su quelle comunicazioni interne, riservate e poi, in fondo, affatto imprevedibili.

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