PdL. Partito liberale: di Massa o di Carrara?

Quando Berlusconi, in più occasioni, parlò di partito liberale di massa, il partito dei liberali e dei moderati, Alfredo Biondi, autentico liberale di vecchia data, gli rispose: “Silvio, di Massa o di Carrara? Perché mi pare un po’ marmorizzato”.

Ecco, questa battuta mi è venuta in mente in questi giorni.

Ad onor del vero, la presenza dei liberali nella coalizione di centro-destra è sempre stata abbastanza modesta: una coalizione abbastanza eterogenea, composta da liberisti e socialisti, da cattolici e laici, riformisti e conservatori. D’altra parte anche in altri Paesi bi-partitici è un po’ così (si veda la grande eterogeneità all’interno del partito repubblicano e all’interno di quello democratico negli USA).

Con le ultime elezioni poi la  presenza dei laici e liberali si è fatta ancora più ristretta, in modo preoccupante con l’esclusione di diversi esponenti liberali.

Ma quello che colpisce oggi, come osservatori esterni, è la constatazione di un grande e preoccupante malessere diffuso nel PdL, (malessere denunciato anche da parlamentari e responsabili periferici del partito) e una paralisi governativa che dura ormai da mesi, e questo a prescindere dall’attività di alcuni ottimi ministri.

Questo malessere del PdL, a mio avviso, è dovuto al pratico fallimento dell’operazione politica di fusione di FI e AN per la costituzione del PdL e in queste ultime settimane, questo malessere è accentuato  anche dalla scissione dei finiani con la formazione di Fli. Conflitti, rese dei conti interni, beghe personali, scissioni, costituzione di nuovi gruppi autonomi o di nuovi partiti locali/regionali danno un quadro allarmante del partito più importante del Paese, della sua capacità reale di affrontare i problemi concreti. C’è un reale pericolo di uno sgretolamento del PdL, di uno sfaldamento molto pericoloso e di una fuga dal PdL.

La mancanza di luoghi e/o occasioni per un dibattito interno, per una dialettica interna, la quasi impossibilità a costruire una classe dirigente, le nomine dei coordinatori locali attuate dall’alto e non attraverso elezioni  in congressi, parlamentari nazionali o europei semplicemente “nominati” dai vertici di partito e quindi con candidature di chiunque, “a prescindere da meriti, competenze, titoli, rappresentatività territoriale”.

In questo modo si creano degli yes-men e non una classe dirigente.

I mali sono innumerevoli. E qui concordo pienamente con Cesare Maffi che su “Italia Oggi” scrive: “Essenzialmente, dipendono dalla concezione che il Cav ha sempre avuto del partito, come semplice strumento per le elezioni politiche e, al più, di propaganda al governo. Un partito come centro di elaborazione politica, come costruzione della classe dirigente, come veicolo per la conquista delle amministrazioni locali, è sempre stato estraneo alla visione di Berlusconi”.

Questo continuo logoramento di energie condiziona pesantemente anche l’attività di governo, bloccato da mesi su questioni ricorrenti della giustizia  o su questioni che nulla hanno a che fare con dei problemi seri.

La presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, in questi giorni giustamente ha affermato :”Il Paese e’ in preda alla paralisi e l’iniziativa del governo non c’e’, in un momento difficilissimo dell’economia” e ha chiesto alla politica ”di riprendere il senso delle istituzioni, uscire dalla paralisi, altrimenti l’Italia non ce la farà ” e di riprendere “l’agenda delle riforme vere per ridare crescita e occupazione al Paese”. “Bisogna – ha aggiunto – che la politica nel suo complesso reagisca”.

A questo punto, come è già stato scritto su Cartalibera qualche tempo fa “non ci si può stupire se poi una fetta di elettorato liberale, moderato e non confessionale non si sente più rappresentato dal partito del Cavaliere e decide o di non votare o di votare a dispetto”.

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