La battaglia contro le tasse comincia nel bar in centro

La riforma federalista è un processo ormai avviato, che avrà delle ripercussioni importanti sulla politica fiscale dei comuni. Fino ad oggi la politica locale è stata fondata su di una logica tanto semplice quanto perversa: i soldi arrivavano per la maggior parte dal centro e un amministratore locale li  doveva spendere per “fare”. Un amministratore quindi era tanto più bravo quanti  più soldi riusciva a far arrivare dal centro e quanto più riusciva a spendere.  Uno degli argomenti usati era che “se non li prendiamo noi, quei soldi se li  prende qualcun altro”.

Non c’è chi non veda che questo sistema porta alla  sconsiderata espansione della spesa pubblica. Il sistema “a costi storici”, per  cui ogni anno ciascun ente era autorizzato a chiedere almeno gli stessi soldi  ricevuti l’anno precedente, faceva da moltiplicatore degli sprechi.

Con il federalismo questo sistema viene per lo meno intaccato, in quanto si  aumenta la quota di entrate che il comune impone direttamente ai suoi abitanti e  si diminuisce la quota di trasferimenti dal centro. Il processo legislativo è  ancora in corso e non ci è dato di sapere quali saranno le normative a riforme  ultimate e quale sarà la discrezionalità delle amministrazioni comunali nel  fissare le aliquote e, in definitiva, la pressione fiscal comunale. Ma una cosa  è certa: i politici comunali avranno un ruolo maggiore nel determinare quante  tasse dovremo pagare.

Il consigliere comunale, soprattutto nei piccoli  centri, vive gomito a gomito con i suoi elettori, li incontra ogni giorno quando  va a bere un caffè nel bar in centro, li conosce di persona. Con il federalismo  fiscale gli elettori incontreranno di persona quelli che li tassano (e li  tartassano) a livello comunale, e potranno iniziare a farsi sentire. Con il  federalism fiscale si avrà quindi una vera e propria responsabilizzazione  degli amministratori comunali. La spesa comunale è solo una parte relativamente  piccola della spesa pubblica totale (meno del 10%), ma si tratta sempre di quasi 1000 euro all’anno a persona. Per una famiglia di 4 persone, quasi 4.000 euro all’anno.

Per questo nel 2011 ConfContribuenti lancia un’iniziativa simile a quella

che  ha attuato con successo per le elezioni regionali del 2010: chiederà ai candidati alle elezioni comunali di sottoscrivere un impegno a difesa dei contribuenti, per la minimizzazione della spesa pubblica e della tassazione comunale.

Sul lato delle entrate le principali leve su cui possono agire un assessore alle finanze ed un consiglio comunale sono la tassa sui rifiuti,  l’addizionale IRPEF e l’ICI. Con il federalismo fiscale quest’ultima dovrebbe essere sostituita dall’imposta unica sugli immobili (IMU) che dovrebbe incorporare una decina di altri tributi che fino ad oggi venivano incassati a livelli diversi. Ci dovrebbe essere poi l’introduzione di una cedolare fissa sugli affitti (che di fatto è una riduzione delle imposte sui redditi provenienti dagli affitti) che dovrebbe essere assegnata ai comuni. Poi ci sono naturalmente le altre tasse comunali come la TIA, la TOSAP, e le entrate da affissioni e le multe comminate dai vigili urbani.

Sottoscrivendo l’impegno a  difesa del contribuente un politico locale si

impegnerebbe a non aumentare le  tasse esistenti e a cercare di ridurre al minimo la tassazione nella fissazione  delle nuove aliquote e/o tariffe.

In un processo di riforma che prevede un aumento della tassazione locale e una contemporanea diminuzione dei trasferimenti dal centro l’attenzione dovrà  però essere rivolta maggiormente alla spesa pubblica comunale. La richiesta che  ConfContribuenti farà ai candidati non sarà quindi tanto quella di impegnarsi a  non alzare le tasse comunali, quanto quella di impegnarsi a non aumentare la  spesa comunale complessiva.

Oltre all’impegno a difesa del contribuente con il contenimento della spesa  comunale, ConfContribuenti chiede ovunque la privatizzazione delle municipalizzate.

Per i comuni più piccoli ConfContribuenti chiede inoltre  l’avvio di un processo di fusione di comuni, che consentirebbe di realizzare  delle economie di scala nella fornitura di servizi pubblici.

Per avere dei parametri di riferimento può essere utile consultare le pagg.  424 e seguenti della Relazione Generale sulla Situazione Economica del Paese  (2009) disponibile qui:

_http://www.governo.it/GovernoInforma/Dossier/manovra2010/rge_v2.pdf_

(http://www.governo.it/GovernoInforma/Dossier/manovra2010/rge_v2.pdf)

Ad esempio si scoprirà che nel 2009 la spesa corrente pro-capite dei comuni italiani è stata in media pari a:

1.410 € nei comuni sotto i 500  abitanti

1.100 € nei comuni da 500 a 1000 abitanti

888 € nei comuni tra  1000 e 2000 abitanti

820 € nei comuni tra 2000 e 3000 abitanti

777 € nei  comuni tra 3000 e 5000 abitanti

695 € nei comuni tra 5000 e 10.000  abitanti

715 € nei comuni tra 10.000 e 20.000 abitanti

784 € nei comuni  tra 20.000 e 60.000 abitanti

913 € nei comuni tra 60.000 e 100.000  abitanti

1.039 € nei comuni tra 100.000 e 250.000 abitanti

1.301 € nei  comuni tra 250.000 e 500.000 abitanti

1.405 € nei comuni sopra i 500.000  abitanti.

Questi ed altri dati potrebbero essere utili per fissare degli obbiettivi di  rigorosa gestione dei bilanci comunali nell’interesse dei contribuenti,

senza  mai dimenticare che, provenienti da tasse o da trasferimenti dal

centro, sempre  di soldi dei contribuenti si tratta: in città come Milano o

Torino una famiglia  di 4 persone paga in media circa 7.000 € all’anno di tasse per i servizi  comunali, a Napoli circa 6.200 € all’anno, a Bologna circa 5.200 € all’anno,  mentre ad Ancona si paga “solo” circa 4.500 €  all’anno.

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