Santoro e la televisione pubblica

Lo stile di Santoro non mi ha mai convinto. Mi incutono sempre qualche diffidenza i toni tribunizi, gli appelli al “popolo”, i ragionamenti truffaldinamente semplificatori. Chi taglia con l’accetta la parte del torto e della ragione, la destra e la sinistra, l’operaio sfruttato e l’imprenditore furbetto. Gli stereotipi ingannatori.
Ma qui non è in ballo lo stile. Ognuno ha il suo, e io posso pur sempre cambiare canale. La questione riguarda, invece, qualcosa cui noi italiani, diciamocelo, non siamo molto abituati: il rispetto delle regole.

L’uso che Santoro fa del servizio pubblico è l’uso che un partitocrate fa delle risorse pubbliche. Né più, né meno. Abbandonate le vesti del politico (anche se a Bruxelles in pochi s’erano accorti di lui), l’anchorman dallo stipendio d’oro è la classica prova di come le più basilari norme relative al pluralismo dell’informazione nel (dis)servizio pubblico vengano violate alla luce del sole. E l’effetto sul cittadino non è “informante”, ma “deformante”. Ogni giovedì c’è la rituale rappresentazione del “teatrino” della (peggiore) politica, avviluppata su se stessa, tutta presa dalla lotta per la definizione degli assetti di potere interni. Di Pietro tuona a difesa della magistratura, Lupi gioca il ruolo del bonus pater familias (made in PDL), Bersani fa l’emiliano piacione con le maniche tirate su.
La verità è che la RAI è stretta nella morsa dei partiti. Schiava dei partiti. Gli spazi di interlocuzione con il grande pubblico, quelli dai quali i radicali, per esempio, sono sistematicamente esclusi, quegli spazi sono barbaramente lottizzati da sempre, da ben prima di Berlusconi. Mandanti politici ed esecutori materiali. Vittima della propaganda di Regime è il cittadino.

In quale Paese civile, mi chiedo, un conduttore indirizza un “vaffa” al suo direttore generale senza incorrere quantomeno in un provvedimento disciplinare? Leggendo le motivazioni non si potrebbe che dare ragione a chi parla di “uso del mezzo televisivo a fini personali”. Peccato che a dirlo sia Mauro Masi, un fedele del sovrano, un’espressione anch’egli del potere lottizzatorio, la cui credibilità è pari forse alla mia alle prese con una tavola da surf. E allora alla prima s’aggiunge una seconda domanda: in quale Paese civile Mauro Masi, con il suo curriculum, potrebbe mai dirigere la principale azienda del servizio pubblico radiotelevisivo? E di Minzolini vogliamo forse parlare? Soprassiedo.

Gridano: “attacco alla libertà di espressione”. Per un liberale il limite della Legge è una garanzia posta a tutela della libertà individuale, e non un impiccio di cui sbarazzarsi. Chi invoca la libertà di dire quel che si vuole sempre e comunque, rivendica la legittimità di un atto di libertinaggio. Ma la libertà è ben altra cosa; essa contempla anche il diritto altrui di non essere offeso gratuitamente e senza possibilità di replica. Della violenza di quel “vaffa” è giusto che Santoro risponda nelle sedi appropriate.

La conoscenza è fonte di libertà; tuttavia, se truccata e agghindata a Regime, può solo ingannarti. Guardo una puntata di Annozero o di Ballarò, e a malapena resisto alla noia. Gli attori sono sempre gli stessi, il copione pure. Non è quella l’informazione che rende liberi. Se poi mi fermo a pensare che i loro stipendi li paghiamo tutti noi, allora alla noia s’aggiungono la rabbia e un senso di oppressione. Pesa lo stato. Pesano i partiti.
Privatizziamo la RAI. E’ un dovere.

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