Mario e Alvaro Vargas Llosa: liberali nella terra del populismo

(articolo pubblicato su www.opinione.it)

L’Accademia di Stoccolma ha insignito Mario Vargas Llosa del Nobel per la Letteratura 2010. Il prestigioso premio è stato assegnato al famoso autore peruviano anche “Per la sua cartografia delle strutture del potere e la tagliente immagine della rivolta, della resistenza e della sconfitta dell’individuo”.

Mario Vargas Llosa è un grande liberale contemporaneo. L’Opinione lo aveva incontrato il 19 marzo 2007, assieme al figlio Alvaro, in occasione di una “Fastweb Lecture” dell’Istituto Bruno Leoni. Riproponiamo i contenuti della conversazione con padre e figlio Vargas Llosa, liberali nella terra del populismo.

Cosa si può fare quando si incontra un ragazzino con la maglietta di Che Guevara, nel momento in cui si sa che l’eroe della rivoluzione cubana fu anche il peggior fucilatore di dissidenti, l’ideatore del gulag cubano e l’artefice della rovina economica di Cuba? Alvaro Vargas Llosa, autore di una delle pochissime biografie controcorrente sul Che, preferisce pensare al lato positivo di questa disinformazione: “Sono affascinato dall’immagine di Che Guevara, perché penso che sia uno dei prodotti capitalisti per eccellenza. Pochi prodotti sono diventati così universali e onnipresenti rispetto all’immagine di Che Guevara: hanno fatto magliette, gadget, libri…”. Alvaro Vargas Llosa (Independent Institute) è figlio del celebre romanziere Mario Vargas Llosa. Entrambi cittadini peruviani, entrambi esuli volontari dal loro Paese di origine, erano presenti a Milano, lo scorso 19 marzo, protagonisti di una Fastweb Lecture, a cura dell’Istituto Bruno Leoni e in collaborazione con Pier Lombardo Culture. Al teatro Filodrammatici, alle spalle della Scala (simbolo per eccellenza del lusso milanese), in un contesto di sponsorizzazioni che più capitalista di così non si poteva, introdotti dall’assessore libertario Vittorio Sgarbi, Mario e Alvaro Vargas Llosa hanno, prima di tutto, spiegato come è stato possibile diventare liberali in un continente culturalmente “rosso” come l’America Latina. Al di là dell’esperienza personale, la conversione al liberalismo nasce da una vera e propria seduzione teorica, come spiega Alvaro Vargas Llosa: “Il liberalismo, non solo porta ad una società più giusta, ma è anche il pensiero più rivoluzionario, adatto proprio per i Paesi del Terzo Mondo dell’America Latina e dell’Africa. E’ la teoria più seducente e contestatrice possibile, in una situazione in cui lo status quo è la somma della sinistra e della destra autoritarie”. E il liberalismo, come sottolinea bene Mario Vargas Llosa, non nega affatto l’utopia: “Il problema è quando vogliamo creare delle utopie collettive, quando intendiamo costruire una società perfetta per tutti. Questo è impossibile, perché ogni essere umano è diverso dagli altri. Ciò che può far sognare una persona, per un’altra è disgustoso. Nella storia, molti partiti hanno cercato di creare delle utopie collettiviste. Per tutti il risultato è stato sempre la violenza più atroce, lo sterminio, la discriminazione. L’utopia positiva è solo individuale. Un individuo può crearsi un sistema perfetto per se stesso, senza fare del male a nessuno”. Eppure l’America Latina sta ripiombando nell’utopia collettivista. In Venezuela, in Bolivia e in Ecuador nuovi partiti propongono sogni a buon mercato e si ripromettono di spazzar via i nemici di sempre: i capitalisti e gli “imperialisti”. Come tutti i movimenti totalitari, anche il populismo attuale si fonda su un mito: quello del fallimento del “neoliberismo” in Argentina. Ma l’Argentina era veramente liberale? E’ veramente fallita in quanto liberale? Lo abbiamo chiesto ad Alvaro Vargas Llosa. Il quale ci risponde tranquillamente: “Non credo che l’economia argentina fosse definibile come un sistema di libero mercato. Un esempio: tra il 1990 e il 2000 l’economia è cresciuta del 40%. Ma nello stesso tempo, le dimensioni dello Stato sono cresciute del 100%. Il governo è cresciuto 2,5 volte di più rispetto all’economia complessiva del Paese. Ogni privatizzazione è stata condotta in condizioni di monopolio. I prezzi e le tariffe di beni e servizi forniti da queste compagnie erano molto alti, così la popolazione ha iniziato ad associare automaticamente la privatizzazione con il loro ridotto potere d’acquisto e con la corruzione degli alti vertici. Durante le privatizzazioni, non vi è stata alcuna riforma del sistema giudiziario che è rimasto sempre uno strumento nelle mani dell’esecutivo. In queste condizioni non è possibile avere uno stato di diritto e quindi nemmeno un mercato libero. Non vi è stata alcuna liberalizzazione del lavoro. Però… siccome ci sono state centinaia di privatizzazioni e tantissimi investimenti dall’estero, è facile accostare la riforma di Menem al liberalismo. Il nostro lavoro consiste proprio nello spiegare che non lo era. Mi rendo conto che si tratta di un compito difficilissimo. Un po’ come quando collassò l’Unione Sovietica e i comunisti si affannavano a spiegare che quello non era ”vero socialismo“. Suona come una giustificazione. Ma è vero: l’Argentina di Menem non era affatto liberale”. Il Socialismo del XXI secolo di Hugo Chavez ha attratto Bolivia, Nicaragua ed Ecuador: altri Paesi si uniranno al progetto populista? “Probabilmente sì, vi saranno altri Paesi che si accoderanno. Ma non parlerei tanto di socialismo, quanto di populismo, che è un fenomeno tipicamente latino-americano. Si tratta di sistemi economici statalisti, ma con un ingrediente in più, molto particolare, quale il ‘caudillo’, una caratteristica comune a tutti i regimi populisti dell’America Latina: una figura politica carismatica che si situa al di sopra della legge. Chavez e Morales sono gli esempi più recenti di una lunga storia” E’ un movimento di estrema destra o di estrema sinistra? “E’ un movimento di estrema stupidità. Perché si tratta di un modello che è stato tentato tantissime volte e ha sempre fallito. L’America Latina di oggi è il risultato di tante politiche fallite tutte allo stesso modo. Come si può chiamare una persona che commette sempre lo stesso errore così tante volte? Un idiota”.

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