Silvio, dì qualcosa di liberale

(Articolo pubblicato su www.opinione.it)

“Noi crediamo nella libertà, in tutte le sue forme molteplici e vitali. Noi crediamo nella libertà di pensiero e opinione, nella libertà di espressione, nella libertà di culto, di tutti i culti, nella libertà di associazione. Crediamo nella libertà di impresa, nella libertà di mercato, regolata da norme certe, chiare e uguali per tutti. Ma la libertà non è graziosamente ’concessa’ dallo Stato, perché è ad esso anteriore, viene prima dello Stato. E’ un diritto naturale, che ci appartiene in quanto essere umani e che, se mai, essa sì fonda lo Stato. E lo Stato deve riconoscerla e difenderla – in tutte le sue forme – proprio per essere uno Stato legittimo, libero e democratico e non un tiranno arbitrario”. Sembra di sentire Antonio Martino. Ma è Silvio Berlusconi che parla. Sono le sue prime parole pronunciate il 6 febbraio 1994, per la sua discesa in campo. Sono state ripetute dal premier anche domenica scorsa: “Valori che dobbiamo conservare, nella mente e nel cuore”, dice di fronte al suo pubblico, accorso da tutta Italia a Milano, al Castello Sforzesco. Questo discorso è l’Abc del liberalismo classico: il diritto è naturale, lo scopo legittimo del governo è la protezione dei “diritti negativi” (libertà dell’individuo dallo Stato), come quelli riconosciuti nella Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti del 1776. Il popolo degli elettori e attivisti di Forza Italia, prima, del PdL, poi, lo chiama: “spirito del 1994”.
Fino a domenica, però, sembrava sepolto negli anni, dopo tre governi di centro-destra che hanno fatto e detto ben poco di liberale. Il primo perché ha potuto combinare poco, finendo ben presto vittima del “ribaltone”. Gli altri due perché hanno preferito, evidentemente, non ridurre i poteri dello Stato (che non sono affatto diminuiti). Il liberalismo è sopravvissuto a parole, ma è morto nei fatti? Nemmeno troppo nelle parole: gli stessi discorsi sui valori fondativi di Forza Italia erano stati accantonati. Persino la retorica sulla lotta alla pressione fiscale, dopo il 2001, era finita in un cassetto per motivi di “realismo” economico e politico. La fusione di Forza Italia con un partito fortemente statalista, quale Alleanza Nazionale, faceva addirittura presagire un definitivo “superamento” (leggasi: archiviazione) dei valori liberali. E quindi, cosa vuol dire questo ritorno di fiamma ai principi di libertà individuale? Non è un periodo di fusioni politiche, ma di scissioni. In un momento come questo, il leader del PdL ha tutto l’interesse, non ad essere inclusivo, ma a smarcarsi, sul piano identitario, sia da Gianfranco Fini (che non ha mai nominato, in tutta l’ora e mezza di discorso al Castello Sforzesco), sia da Pier Ferdinando Casini (accusato da Berlusconi di essere una sorta di brontosauro del vecchio sistema politico). Con loro se ne potrebbero andare anche le eredità dello statalismo e corporativismo. La Lega Nord resta alleata, ma non è in contraddizione con questi principi. Anche il partito di Bossi nasce da una protesta fiscale, da una volontà chiara di liberarsi dallo Stato (centrale) e dalla sua burocrazia.
Pur con tutta la prudenza del caso, possiamo ipotizzare che questo sia il momento giusto per il PdL per recuperare ideali e programmi delle origini di Forza Italia. Ma anche se si trattasse di pura retorica, già il rilancio di argomenti dello “spirito del 1994” è una buona notizia. Berlusconi parla di libertà dalla burocrazia e cita il suo incontro con Margaret Thatcher. Parla di federalismo fiscale necessario, anche per combattere l’evasione. Di responsabilità civile dei magistrati, per difendere il cittadino dagli abusi del potere giudiziario. E la gente applaude, si scalda, fa il tifo. Questi programmi liberali non sono “per aria”, ma sono sentiti dalla base, chiesti dai cittadini che votano centro-destra. E che, prima o poi, vorrebbero vederli tradotti in pratica.

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