Del libro “Terroni”

(articolo pubblicato su www.legnostorto.com)

1“Terroni”: la versione neo-borbonica della storia d’Italia, a servizio dell’avventurismo politico.

Tra i libri più acquistati in Italia nell’anno 2010 c’è “Terroni” di Pino Aprile. L’Autore non è uno storico, ma un giornalista. Mi aspettavo, quindi, un’esposizione brillante, una buona capacità narrativa, magari per compensare eventuali inesattezze in sede storiografica. Purtroppo, di giornalisti come Giovanni Ansaldo, o Indro Montanelli — tanto per citarne due bravi, che si sono cimentati con il saggio storico — non ne nascono tutti i giorni. “Terroni” è scritto in modo sciatto, senza alcuna cura stilistica, con evidente fretta. Fretta di arrivare in tempo per precedere e introdurre a suo modo, ossia per “dissacrare”, le celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità nazionale italiana che ricorre nel 2011 (il Regno d’Italia fu proclamato ufficialmente il 17 marzo 1861). La sciatteria è anche l’effetto della scelta di scrivere cose che “chiunque” possa capire, indipendentemente dal livello d’istruzione e di cultura posseduti. Aprile lamenta che la “letteratura maggiore, quella dei padri nobili del meridionalismo” non sia riuscita a conquistare consensi e sia stata rimossa e dimenticata. Dunque, per farsi intendere dal lettore odierno, meglio “narrare per disordinate emozioni” (1).

Si batte sulla corda dell’indignazione, per gli storici torti subiti. Così il libro inizia con una serie di affermazioni “forti”, volutamente provocatorie. Ne riporto di seguito alcune, non perché le condivida, ma per rendere chiaro il pensiero dell’Autore.

“Non sapevo che i piemontesi fecero al Sud quello che i nazisti fecero a Marzabotto. Ma tante volte, per anni” (2). “Non sapevo che, nelle rappresaglie, si concessero libertà di stupro sulle donne meridionali, come nei Balcani, durante il conflitto etnico” (3). “Ignoravo che, in nome dell’Unità nazionale, i fratelli d’Italia ebbero pure il diritto di saccheggio delle città meridionali, come i Lanzichenecchi a Roma” (4). “Non volevo credere che i primi campi di concentramento e sterminio in Europa li istituirono gli Italiani del Nord, per tormentare e farvi morire gli Italiani del Sud, a migliaia, forse decine di migliaia (non si sa, perché li squagliavano nella calce), come nell’Unione Sovietica di Stalin” (5). “Come potevo immaginare che stessimo così male, nell’inferno dei Borbone, che per obbligarci a entrare nel paradiso portatoci dai piemontesi ci vollero orribili rappresaglie, stragi, una dozzina di anni di combattimenti, leggi speciali, stati d’assedio, lager? E che, quando riuscirono a farci smettere di preferire la morte al loro paradiso, scegliemmo piuttosto di emigrare a milioni (e non era mai successo)?” (6).

Si tratta di volute esagerazioni. E’ evidente come l’Autore scelga deliberatamente di accostare la causa dei sostenitori dell’Unità d’Italia a quanto, nell’immaginario collettivo, rappresenta il peggio (i nazisti, gli stupratori di donne per finalità di “pulizia etnica”, i Lanzichenecchi, Stalin, i campi di concentramento, i corpi delle vittime squagliati nella calce).

Aprile parte dal presupposto che la storia del Risorgimento, quale si apprende dai libri di testo adottati dagli istituti scolastici, sia dolosamente incompleta e lacunosa proprio riguardo al duro trattamento che i meridionali avrebbero subito ad opera dei “conquistatori”, poco importa che fossero garibaldini o “piemontesi”. Osservo che l’argomento della falsità di una non meglio definita “storiografia ufficiale” può apparire suggestivo e fare presa soltanto su chi non abbia la minima consapevolezza della molteplicità degli indirizzi storiografici che, nel tempo, si sono manifestati e della conseguente varietà delle interpretazioni sul Risorgimento.

L’Autore simpatizza con quanti, a suo dire, hanno “ansia di memoria perduta”, con quanti “animano una ricerca di verità storica, non solo meridionale, che viene dal basso, più che dalle aule universitarie o dalla politica” (7). Come era lecito aspettarsi, non si sottrae al compito di fornire qualche indicazione sulle fonti di questo “nuovo sapere” che si sta accumulando e che genera il “bisogno di discuterne”. Le sue indicazioni sono: i libri pubblicati dalla Casa Editrice “Controcorrente” di Napoli, dai quali finalmente si può conoscere la “vera” storia del Risorgimento; le pubblicazioni e la complessiva attività dell’Editoriale “Il Giglio“, espressione del Movimento Neo-borbonico (8). I gusti non si discutono; ma a me cascano le braccia.

Non stupisce, quindi, che in un libro che vorrebbe essere serio si riporti, come cosa degna di menzione, che “la città di Gaeta ha avviato le procedure per chiedere ai Savoia il risarcimento dei danni dell’assedio del 1861” (9). Ma questa è poco più di una facezia. La sostanza è che la tesi storiografica avallata da Pino Aprile si riassume in questa affermazione: “sono centocinquant’anni che l’Italia è un Paese unito a mano armata, sull’idea della minorità del Meridione e dei meridionali” (10).

La predetta tesi comporta che si guardi con occhi diversi il fenomeno del brigantaggio, che non è più un fenomeno negativo, o del tutto negativo; in fondo, i briganti sarebbero stati gli eroici difensori dell’onore, dei valori e delle tradizioni meridionali, combattenti contro conquistatori spregiudicati ed efferati. Una volta liquidato il Risorgimento come periodo tutto negativo, fatti scendere dal piedistallo Cavour, Mazzini, Garibaldi, Vittorio Emanuele II, la conseguenza logica è quella di trasformare in autentici “patrioti” del Sud Carmine Crocco, Giuseppe Caruso, detto “Zio Peppe”, e il Sergente Romano. Mi pare che non sia stato dato il giusto spazio a “Ninco Nanco” ed altri eminenti personaggi. Ma si potrà sempre rimediare in un prossimo libro.

Ogni tanto viene detta qualche mezza verità, per fingere un resoconto obbiettivo ed imparziale dei fatti. Così emergono risvolti meno nobili e più prosaici: “La storia di quei mesi turbolenti è opaca. Da atti processuali si apprende che nel solo distretto di Melfi, in cui ricade il Vulture, alcuni ‘galantuomini’ avevano assoldato ottomila ex soldati borbonici, a sei carlini al giorno, per ripristinare la dinastia spodestata” (11). Anche nel narrare quella che Aprile definisce “la strage” per antonomasia, ossia l’azione repressiva condotta nell’agosto del 1861 da reparti dell’Esercito italiano contro gli abitanti di Pontelandolfo, Casalduni e Campolattaro (tutti Comuni in provincia di Benevento), si precisa che “la punizione era scattata per la morte di quarantuno militari italiani” e che la popolazione, “fedele al proprio Re”, aveva appoggiato la “formazione guerrigliera”, ossia i briganti, protagonista dello scontro a fuoco con i soldati italiani (12).

Ricordo che il 6 giugno 1861 morì Cavour, il miglior cervello politico che l’Italia avesse. Sicuramente Cavour si sarebbe posto il problema di fare crescere il consenso intorno alle istituzioni del nuovo Regno d’Italia e, maestro nell’arte diplomatica, avrebbe cercato il modo per rendere meno ostili i contadini meridionali. L’attenzione con cui, negli ultimi mesi della sua vita, seguì le vicende di Napoli è testimoniata dal fatto che egli fece sì che Luigi Carlo Farini, uomo politico a lui molto vicino, fosse immediatamente nominato Luogotenente del Re a Napoli, nel novembre 1860. Poi quando, poco dopo, per equilibri interni alla Casa reale, si rese necessario che la carica di Luogotenente fosse assegnata al principe Eugenio di Savoia Carignano, cugino del Re, impose che gli fosse affiancato Costantino Nigra, come capo della Segreteria. Non è, però, credibile che i successori di Cavour, a cominciare dall’ottimo e giustamente stimato Ricasoli, fossero così stupidi da puntare sul saccheggio di villaggi e lo stupro di donne per domare il Meridione, come invece il libro di Aprile vorrebbe indurre i suoi lettori a pensare. Infatti, impiegare l’esercito per usare violenza nei confronti della popolazione inerme, non soltanto contraddice elementari sentimenti di umanità, non soltanto denota comportamenti radicalmente anti-cristiani, avvertiti come tali da tutte le persone timorate di Dio, ma dimostra anche un’enorme stupidità politica, perché ha l’unico effetto di aumentare l’ostilità ambientale.

Così come ammette lo stesso Autore, il libro di Aprile non nasce da pura ansia di verità, ma persegue uno scopo pratico: reagire ai “fermenti viscerali”, ai pregiudizi, alla rozzezza degli argomenti, utilizzati dalla Lega Nord per imporre la centralità della “questione settentrionale” nell’azione di governo e nel dibattito politico, a discapito del Meridione d’Italia. Si sa quali potrebbero essere le conseguenze del voler mettere gli Italiani gli uni contro gli altri, ma se ne accetta il rischio: “l’1-2 per cento degl’Italiani (per ideale o per interesse) volle il Risorgimento, unificò il Paese; una percentuale altrettanto esigua può sfasciarlo, che è pure più facile. Se per la prima impresa servirono dei giganti, per quest’altra bastano dei nani. E’ il barattolo vuoto che fa più rumore, dicono gli Inglesi” (13). In altri luoghi del libro è più fumoso: “Non è facile capire dove questo possa portare; se a un revanscismo uguale e opposto al razzismo nordista di Lega e collaterali, o a una comune crescita di consapevolezza e conoscenza: un nuovo meridionalismo non solo meridionale (e sarebbe un ritorno alle origini, perché nacque nordico, specie lombardo), per ridare un’anima decente a un’Italia che l’ha smarrita” (14).

Alla fine, tutto si riconduce ad un interrogativo: perché il Sud “non dovrebbe andarsene per fatti suoi?” (15). Aprile ne discute come di una concreta possibilità. Il che mi induce a domandarmi, con preoccupazione mista a tristezza: in quanti siamo rimasti a credere davvero nella unità e nella indivisibilità della Repubblica, secondo la precisa formulazione dell’articolo 5 della Costituzione? Comprendo che la prospettiva, o anche soltanto la minaccia, della secessione del Sud incontri interesse. Da qui potrebbe nascere un progetto politico, magari capace di raccogliere una certa quantità di consenso elettorale. Un progetto irresponsabile, dal mio punto di vista, perché avrei risposte molte precise da dare alla seconda domanda posta sempre da Aprile, correlata alla precedente: “quanto vale il Meridione, staccato dal resto d’Italia?” (16). Immagino che, in quella sciagurata eventualità, ci sarebbero potenziali acquirenti esteri molto interessati all’acquisto. Paradossalmente, anche gli abitanti del Sud potrebbero essere indotti dalle circostanze ad imparare a farsi piacere il colore verde, che non contraddistingue soltanto le bandiere della Lega Nord, ma, ad esempio, pure quelle della Jamahiriya libica.

Qui non siamo più al meridionalismo “querimonioso e querulo”, stigmatizzato da Francesco Compagna (17). C’è stata un’involuzione: ora siamo al meridionalismo irresponsabile, terreno di scorribande per avventurieri politici.

2Il Mezzogiorno di Giustino Fortunato.

Nel luglio del 1904 Giustino Fortunato pubblicava uno dei suoi più importanti scritti sulla questione meridionale, “La questione meridionale e la riforma tributaria“, poi raccolto nel libro “Il Mezzogiorno e lo Stato italiano“. Proprio Fortunato ha insegnato a diffidare da chi agiti strumentalmente la questione meridionale, “come un’acre querimonia di dare e di avere, di profitti e di perdite, che faccia capo ad una febbrile gara di appetiti intorno al bilancio della spesa” (18). Nella sua genesi, si tratta di un problema strutturale italiano, le cui radici affondano nella geografia, nella lunghezza della penisola, nelle caratteristiche della natura dei luoghi, oltre che nella storia, cioè nei comportamenti umani. Ovviamente, le condizioni dell’Italia del 2010 sono completamente diverse da quelle del 1860, o del 1904 quando Fortunato ne scriveva. Non soltanto perché allora il Sud aveva un’economia prevalentemente agricola, mentre ora il ruolo dell’agricoltura si è fortemente ridimensionato. Non soltanto perché nel 1860, e ancora per tutto l’Ottocento, l’analfabetismo costituiva la regola fra le masse rurali del Mezzogiorno, mentre ora nelle Regioni meridionali e insulari è elevato il numero di persone con un diploma di scuola superiore, o che hanno frequentato l’università e conseguito la laurea. Le trasformazioni più sensibili sono il portato del progresso tecnologico: oggi è possibile trasportare rapidamente notizie, persone, capitali, merci, da un lato all’altro del pianeta; anche la comunione interpersonale non conosce più limitazioni derivanti da distanze spaziali, da quando si è affermata la rete Internet.

Fortunato era convintamente “unitario”, devoto alla Patria italiana. Fu lui, allora giovane deputato, a commemorare Francesco De Sanctis nella Camera dei Deputati il 22 gennaio 1884. Come storico e critico della letteratura italiana, De Sanctis svolse, per l’Italia, un ruolo non meno importante di quello assolto dai fratelli Jakob e Wilhelm Grimm nella costruzione della Germania unita: dimostrò come la letteratura italiana fosse un potente fattore di unificazione spirituale della Nazione. Siamo e ci sentiamo Italiani perché parliamo la lingua di Dante, di Petrarca, di Machiavelli, di Alfieri, di Foscolo, di Manzoni; perché ci sentiamo parte di una comunità spirituale permeata ed educata dai pensieri e dai sentimenti di questi e di tanti altri Autori, non meno significativi. L’importanza della letteratura, come chiave dell’anima di una Nazione, fu immediatamente intesa da un poeta come Giosuè Carducci e da un critico come Benedetto Croce. Molti altri, dopo Croce, sono stati benemeriti in questo campo, da Luigi Russo, a Francesco Flora, a Natalino Sapegno. Leggendo e commentando quanto si legge, ci si auto-educa e si educa. Francesco De Sanctis ebbe pure un rilevante ruolo politico: nel 1860, a Napoli, contribuì a convincere Garibaldi a porre fine alle istituzioni della Dittatura e a consentire che, nelle Province napoletane e in Sicilia, si tenesse il plebiscito per chiedere al popolo se voleva “l’Italia una e indivisibile con Vittorio Emanuele II re costituzionale e i suoi legittimi discendenti”. Il plebiscito si tenne il 21 ottobre 1860; i sì furono 1.302.064, pari al 78,91 % degli aventi diritto al voto nelle Province napoletane, e 432.053, pari al 75,13 % degli aventi diritto al voto in Sicilia. Nel marzo del 1861 De Sanctis fu chiamato da Cavour a fare parte del suo governo, come ministro della Pubblica istruzione. Va ricordato che Francesco De Sanctis era meridionale, nato a Morra Irpina.

Anche Fortunato era meridionale; amico sia di Croce, sia di Gaetano Salvemini; da entrambi ricambiato con sentimenti di sincera amicizia e stima. Fu nella casa di Fortunato, a Rionero in Vulture, che nell’ottobre del 1911 venne scelto il titolo “L’Unità” per il nuovo settimanale che Salvemini si apprestava a fondare e dirigere. Fu Fortunato a suggerirlo, nell’auspicio che la rivista fosse utile strumento per perseguire il fine di una sempre più effettiva “unità della Patria”, attraverso il miglioramento delle condizioni sociali ed economiche del Mezzogiorno (19).

Nel sopra richiamato saggio del 1904, che cito perché scritto in tempi non sospetti, Fortunato si confrontò con una tesi ora ripresa da Pino Aprile, come se si trattasse di sconvolgente novità. La tesi “che il Mezzogiorno si fosse ritrovato, al 1860, in condizioni relativamente migliori di quelle del resto d’Italia” (20): “poche le imposte, un gran demanio, tenue e solidissimo il debito pubblico, una grande quantità di moneta metallica in circolazione” (21).

Fortunato si dichiarava “profondamente convinto del contrario” e così, tra l’altro, argomentava: “Eran poche, sì, le imposte, ma malamente ripartite, e tali, nell’insieme da rappresentare una quota di lire 21 per abitante, che nel Piemonte, la cui privata ricchezza molto avanzava la nostra, era di lire 25,60. Non il terzo, dunque, ma solo un quinto il Piemonte pagava più di noi. E, del resto, se le imposte erano quaggiù più lievi — non tanto lievi da non indurre il Settembrini, nella famosa ‘Protesta‘ del 1847, a farne uno dei principali capi di accusa contro il Governo borbonico — assai meno vi si spendeva per tutti i pubblici servizi: noi, con sette milioni di abitanti, davamo via trentaquattro milioni di lire, il Piemonte, con cinque [milioni di abitanti], quarantadue [milioni di lire]. L’esercito — e quell’esercito!, che era come il fulcro dello Stato — assorbiva presso che tutto; le città mancavano di scuole, le campagne di strade, le spiagge di approdi; e i traffici andavano ancora a schiena di giumenti, come per le plaghe d’Oriente. Secoli di miseria e di isolamento, non i Borboni, ultimi venuti e, come un giorno sarà chiaro allo storico imparziale, non essi — di fronte al Paese — unici responsabili del poco o nessun cammino fatto dal 1815 al 1860 … ” (22). “De’ due terribili malanni — secondo il Cavour — del Mezzogiorno, la grande povertà, e, frutto di questa, la grande corruttela, i Borboni furono la espressione, non la causa: essi trovarono, forse aggravarono, non certo crearono il problema meridionale, che ha cause ben più antiche e profonde. Alle mostre delle industrie mondiali, prima di Londra, nel 1855, poi di Parigi, nel 1857, ove finanche la Turchia e il Giappone mandarono i loro prodotti, noi soli mancammo … ” (23).

Aprile attribuisce grande importanza ad uno studio dei professori Vittorio Daniele e Paolo Malanima su “Il prodotto delle regioni e il divario Nord-Sud in Italia (1861-2004)“, pubblicato nel 2007 dalla “Rivista di Politica economica“, edita dalla SIPI-Confindustria. Tale studio dimostrerebbe che il divario economico fra le due grandi aree del Paese “cominciò a manifestarsi alla fine degli anni settanta e negli anni Ottanta” dell’Ottocento (24). Ci sarebbe stata, invece, una sostanziale parità fra il reddito pro-capite del Sud e del Centro-Nord al momento dell’Unità (25). Quando si metta fra parentesi per un momento il problema (gigantesco) della distribuzione della ricchezza, mi sembra che lo studio citato non dica cose sostanzialmente nuove, ma che si concilii perfettamente con analisi da tempo sviluppate dagli studi di Storia economica e dalla migliore letteratura di indirizzo meridionalista.

Scriveva Fortunato: “la verità è questa: di tutta l’affrettata opera della unificazione, quella che non solo nocque ma tornò utile al Mezzogiorno, fu l’indirizzo impresso, fin da prima, dal nuovo Regno alla politica doganale. Il trattato di commercio con la Francia, stipulato nel 1863 e rinnovato nel 1881, assicurò alle nostre produzioni agricole larghi sbocchi sui mercati esteri, così che in breve la loro esportazione crebbe in proporzione doppia per gli olii, tripla per gli agrumi, decupla per i vini” (26). Si era ancora nel solco di Cavour, convinto assertore del libero scambio nel commercio con l’estero.

A mutare completamente le cose, con effetti pesantemente negativi per l’economia meridionale, fu la svolta fortemente protezionista nella politica doganale, impressa quando Presidente del Consiglio dei ministri era un meridionale (ironia della sorte!), il siciliano Francesco Crispi. Il primo gennaio 1888 entrò in vigore la nuova tariffa generale, istituita con legge 14 luglio 1887. Le conseguenze sono state talmente studiate, approfondite, documentate, dibattute, che non sarebbe necessario tornarci su. Il Governo italiano pensò allora che fosse cosa buona e saggia sostenere le industrie (quasi tutte ubicate al Nord), perché ritenute ancora tropo fragili; in particolare l’industria tessile, siderurgica, metallurgica, meccanica. Per ottenere il consenso dei grandi proprietari terrieri meridionali e, quindi, per avere il voto dei deputati che li rappresentavano in Parlamento, la protezione fu estesa ai prodotti agricoli ritenuti più importanti, come il grano e lo zucchero. Al riguardo Fortunato, invece di limitarsi a criticare gli errori altrui, sentiva l’onesta esigenza di fare anche autocritica: “anche noi meridionali demmo il voto, presso che unanime, fiduciosi che o tutto sarebbe andato come nel migliore de’ mondi, o, alla peggio, la rinunzia [Nota miaad applicare le normali leggi dell’economia] sarebbe stata temporanea, ossia sin tanto che le industrie bambine fossero diventate grandi e vigorose … ” (27).

Per comprendere le conseguenze che si determinarono, è necessario avere chiaro lo schema teorico. Per “proteggere” le predette produzioni nazionali, il Governo italiano ricorse alla classica misura di aumentare i dazi doganali, in modo da caricare di un costo maggiore i prodotti concorrenti fabbricati all’estero, al momento del loro ingresso nel mercato nazionale. Di conseguenza, i consumatori italiani sarebbero stati indotti a comprare prodotti nazionali e non prodotti esteri, in quanto questi ultimi avrebbero avuto un prezzo unitario inevitabilmente più alto, essendo gravati dall’onere del dazio di ingresso. Le industrie nazionali protette avrebbero avuto così uno sbocco di mercato ed un profitto assicurati, almeno nel mercato interno; altrettanto garantiti sarebbero stati gli operai dipendenti da quelle industrie. Fin qui sembra l’uovo di colombo; ma ogni medaglia ha il suo rovescio. Le politiche protezionistiche inducono un “vantaggio concentrato” su un ristretto numero di soggetti (gli imprenditori protetti, i titolari del capitale delle loro imprese, gli operai che lavorano nelle loro fabbriche), ma determinano un danno diffuso per l’intera massa dei consumatori. I consumatori sono costretti a pagare la merce ad un prezzo più alto di quello che si determinerebbe in regime di libero scambio nel commercio con l’estero, hanno minore scelta in quanto i prodotti fabbricati all’estero sono comunque troppo cari, sono costretti a comprare prodotti progressivamente sempre più scadenti perché i produttori nazionali, non essendo più stimolati dalla concorrenza, non sentono più in modo pressante l’esigenza di introdurre migliorie nell’organizzazione produttiva e tendono a ridurre gli investimenti nella ricerca e nell’innovazione tecnologica. Tanto, qualunque sia la qualità dei loro prodotti, quelli i consumatori si devono prendere.

Inoltre, gli altri Stati applicano immediatamente misure di ritorsione, a danno delle esportazioni dello Stato che, con la sua politica economica protezionista, rifiuta le logiche del libero scambio. Alla svolta protezionista del 1887 seguì immediatamente la guerra commerciale con la Francia e ne fecero le spese, in particolare, i produttori di vino, mentre prima il vino siciliano e quello pugliese avevano avuto un fiorente mercato in Francia.

Nel suo insieme, il Sud, prevalentemente agricolo, ebbe un doppio danno: i consumatori meridionali concorsero a sostenere i prodotti industriali del Nord, pagandoli a più caro prezzo; fu incentivata la cerealicoltura, mentre furono fortemente penalizzate proprio le colture intensive e di maggior pregio che costituivano l’elemento più dinamico, come la vitivinicoltura, l’agrumicoltura, la produzione di olio.

Bisogna avere chiaro poi che, quando alcune produzioni declinano, ciò non è necessariamente dovuto a scelte sbagliate di politica economica. Faccio l’esempio di due produzioni che erano molto importanti nell’economia della Sicilia nell’Ottocento: a) il citrato di calcio che si estraeva dai limoni e dai cedri ed era molto richiesto dalle industrie chimiche (soprattutto tedesche e inglesi), perché poteva essere trasformato in acido citrico, con tutte le connesse applicazioni nell’industria farmaceutica; b) lo zolfo, prodotto di cui l’Isola aveva una situazione di monopolio naturale. Quando, in virtù del progresso tecnico-scientifico, fu possibile ricavare l’acido citrico dallo zucchero, senza che vi fosse più necessità di trarlo da limoni e cedri, l’industria siciliana dei derivati agrumari cominciò rapidamente a declinare e, agli inizi degli anni Trenta del Novecento, era già quasi completamente distrutta. Quando, a partire dal 1921, lo zolfo prodotto nelle Americhe divenne concorrenziale, perché il costo del nolo delle navi si ribassò, pure l’industria zolfifera siciliana entrò in crisi.

L’ultimo elemento da considerare è che un’economia agricola è esposta, periodicamente, a cali di produzione derivanti da fenomeni naturali; anche, ad esempio, per la diffusione di insetti parassiti quali la fillossera della vite.

L’emigrazione rappresentò certamente un dramma umano per milioni di persone, costrette a lasciare l’ambiente in cui fino allora erano vissute e partire verso l’ignoto. Gli economisti sono però concordi sulle conseguenze positive per il Mezzogiorno; in particolare, perché la partenza degli emigranti riduceva l’offerta di forza-lavoro e, conseguentemente, faceva crescere i salari agricoli di quanti avevano l’opportunità di restare. Importantissimo poi l’effetto economico positivo determinato dalle rimesse degli emigrati, che immettevano denaro in realtà che ne avevano disperatamente bisogno. Come è noto, l’emigrazione non fu un fenomeno esclusivamente meridionale. Anche altre zone del Paese, a prevalente economia agricola, furono caratterizzate da rilevanti flussi migratori; penso a contadini liguri, veneti, friulani, costretti anche loro a disperdersi nel vasto mondo.

Tutto ciò considerato, bisognerebbe andar cauti prima di affermare con grande sicurezza che l’unificazione nazionale sia stata la causa dell’impoverimento del Mezzogiorno. Sempre che non si abbia l’urgenza di fare demagogia.

Avrei molto altro da scrivere sui rapporti tra il Governo borbonico e i meridionali di sentimenti liberali, così come sul brigantaggio. Ma per approfondire questi argomenti occorrerà un apposito saggio. Al momento, basta così.

Palermo, 14 settembre 2010

Livio Ghersi

Note:

(1) Pino Aprile, “Terroni. Tutto quello che è stato fatto perché gli Italiani del Sud diventassero meridionali“, Milano, Piemme, 2010, p. 100.

(2) P. Aprile, “Terroni“, cit., p. 7.

(3) P. Aprile, op. cit., p. 7.

(4) P. Aprile, op. cit., p. 7.

(5) P. Aprile, op. cit., p. 8.

(6) P. Aprile, op. cit., pp. 9-10.

(7) P. Aprile, op. cit., p. 12.

(8) P. Aprile, op. cit., p. 290.

(9) P. Aprile, op. cit., p. 42.

(10) P. Aprile, op. cit., p. 264.

(11) P. Aprile, op. cit., p. 83.

(12) P. Aprile, op. cit., p. 56.

(13) P. Aprile, op. cit., p. 99.

(14) P. Aprile, op. cit., p. 12.

(15) P. Aprile, op. cit., p. 167.

(16) P. Aprile, op. cit., p. 298.

(17) Francesco Compagna, “Senso dello Stato e senso della realtà“, in “Meridionalismo liberale“, Milano-Napoli, Ricciardi, 1975, p. XI.

(18) Giustino Fortunato, “La questione meridionale e la riforma tributaria“, in “Il Mezzogiorno e lo Stato italiano“, Discorsi politici (1880-1910), nuova edizione a cura di Umberto Zanotti Bianco, Firenze, Vallecchi, 1926, volume secondo, p. 307.

(19) Francesco Golzio e Augusto Guerra, “Introduzione” a “La cultura italiana del ‘900 attraverso le riviste“, volume quinto, “L’Unità” e “La Voce politica (1915)“, Torino, Einaudi, 1962, nota 2 a pagina 17.

(20) G. Fortunato, “La questione meridionale e la riforma tributaria“, cit., p. 333.

(21) G. Fortunato, op. cit. p. 334.

(22) G. Fortunato, op. cit. pp. 334-335.

(23) G. Fortunato, op. cit. p. 335.

(24) P. Aprile, “Terroni“,  cit., p. 102.

(25) Luca Ricolfi, “Il sacco del Nord. Saggio sulla giustizia territoriale“, Milano, Guerini e Associati, 2010, p. 67.

(26) G. Fortunato, “La questione meridionale e la riforma tributaria“, cit., p. 329.

(27) G. Fortunato, op. cit., pp. 328-329.

3 comments for “Del libro “Terroni”

  1. libero
    4 novembre 2013 at 10:04

    Uno dei punti deboli del libro è il fatto che praticamente non si parla mai degli altri stati pre-unitari, come se al Nord dell’Abruzzo fossero stati tutti piemontesi …
    Come mai il Centro ed il Nord-Est, occupati ed espropriati come il Sud, hanno invece saputo superare i problemi e dopo il 1860 non hanno avuto scontri di bande di briganti da reprimere con l’esercito ?
    Forse il Sud del 1860 non era pronto per fare parte di uno stato costituzionale con economia liberale.
    Forse il Sud del 1860 con il suo primato di rapimenti a scopo di estorsione e restituzione a pezzi del rapito se i parenti non pagavano, era profondamente diverso dagli altri stati pre-unitari, dove il reato di rapimento era raro inesistente.

  2. Giuseppe Chirico
    28 ottobre 2010 at 10:49

    La Storia, quale che sia, non va cancellata nè tantomeno dimenticata.
    Ammettendo errori, evidenziando problemi, diffondendo la verità, si accresce la vera Unità.
    Siamo tutti italiani, è inutile negarlo. E lo eravamo anche prima del 1861. Proprio per questo ritengo che sia inutile cancellare la storia di quella che era l’Italia (tante piccole italie) prima del 1861. Senza celebrare alcunchè, ma semplicemente narrando la Storia. Se Vittorio Emanuele II di Sardegna fosse diventato I d’Italia, forse qualcosina sarebbe cambiato già all’epoca. Ora siamo una Repubblica, abbiamo tante differenze, è normale, ma la nostra italianità – nel bene e nel male – è innegabile per tutti, da Lampedusa alle Alpi.
    E’ solo che, dopo 150 anni, sarebbe giusto poter parlare liberamente, dal punto di vista storiografico, della verità dei fatti: che senso ha, nel 2010, questo buonismo storico per cui non si posson criticare i Savoia?
    L’Italia andava unita. Andava unita meglio, ma tant’è: ora è tale. La rivisitazione storica, la conoscenza e la diffusione della verità (in generale, sempre) possono e devono essere la base di un volersi riscoprire italiani per quegli italiani che tali non si sentono, per svaritati motivi. E il pericolo per l’Unità non viene certo dalla richiesta di una (storicamente purtroppo) piccolissima parte di cittadini meridionali di maggiore chiarezza storica; quel pericolo viene da qualche centinaio di km più a nord. E siede in Parlamento. E insulta la bandiera per cui sono caduti i miei antenati, e insulta l’Inno per cui mi commuovo ogni volta.
    Negare la storia, specie dopo 150 anni, non ha alcun senso. Caro Autore, non si tratta di inventare paragoni a effetto: le stragi di cui parla Aprile sono realmente accadute e sono ben documentate, il problema è che in questi 150 anni quasi nessuno ne ha mai voluto parlare e quasi nessuno se n’è voluto interessare. Ma negare… che senso ha?
    Forse, sottolineando gli altri tantissimi sconosciuti litri di sangue che il sud ha versato per questa Patria, si potrà accrescere il sentimento di italianità in chi se lo vede vacillare ogni giorno.
    Perchè eravamo tutti italiani (linguisticamente, socialmente, culturalmente, religiosamente, economicamente, etc.) ancor prima che i Savoia, più francesi che italiani, ci piemontesizzassero.
    Si parla del Sud perchè questo fu conquistato con quasi 15 anni di guerra (peraltro non dichiarata) e violenze di ogni genere, ma le mie considerazioni sull’importanza della Storia sono naturalmente da estendersi alle Italie preunitarie.
    Mi scuso per la lunghezza e per il disordine, cordiali saluti
    Giuseppe

  3. nicola remo
    18 settembre 2010 at 18:13

    Le argomentazioni riportate per difendere “l’unita’” dell’Italia e i cosi’ detti padri della patria non sembrano ne’ convincenti ne’ fondati neanche seguendo il discorso logico che si si tenta di imbastire. Per combattere il “brigantaggio” non furono adoperate le forze di ordine pubblico ma l’esercito (sembra 120.000 uomini)quindi si tratto’ di guerra e non delinquenza comune (alias brigantaggio). La legge Pica era una tipica legge per territori occupati e da colonizzare a tutti i costi non una legge per cittadini di una stessa nazione. La verita’ e’ che non e’ mai esistita e non esiste ancora una nazione italiana. Al massimo esiste uno stato italiano che ha messo insieme con la forza diverse nazionalita’ che adesso finiscono per odiarsi.

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